Inaugurazione mostra WPP 2018

wpp18.jpegAnche quest’anno, la mostra del World Press Photo, l’importante concorso fotogiornalistico che ha recentemente decretato i suoi vincitori ad Amsterdam, arriva a Roma nella sede di Palazzo delle Esposizioni.

La mostra è promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Crescita culturale, ideata da World Press Photo Foundation di Amsterdam e organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con 10b Photography.

La mostra del World Press Photo 2018 si tiene a Roma, in prima assoluta italiana, presso il Palazzo delle Esposizioni dal 27 aprile al 27 maggio 2018. Il Premio World Press Photo è uno dei più importanti riconoscimenti nell’ambito del fotogiornalismo. Ogni anno, da più di 60 anni, una giuria indipendente, formata da esperti internazionali, è chiamata ad esprimersi su migliaia di domande di partecipazione inviate alla Fondazione World Press Photo di Amsterdam da fotogiornalisti provenienti da tutto il mondo.
Per l’edizione 2018 la giuria, che ha suddiviso i lavori in otto categorie, tra cui la nuova categoria sull’ambiente, ha nominato 42 fotografi provenienti da 22 paesi. Tra i vincitori anche 5 italiani: Alessio Mamo, secondo nella categoria People – singole; Luca Locatelli, secondo nella categoria Environment – storie; Fausto Podavini, secondo nella categoria Long-Term Projects, Giulio di Sturco, secondo nella categoria Contemporary Issues – singole e Francesco Pistilli, terzo nella categoria General News – storie. In totale, ci sono 307 fotografie nominate nelle otto categorie.
La foto dell’anno, scelta nella categoria Spot News, è di Ronaldo Schemidt (Caracas, 1971), fotografo venezuelano dell’Agence France Presse. Ad essere premiato, uno scatto che ritrae un ragazzo in fuga, avvolto dalle fiamme, durante una manifestazione nel maggio del 2017, contro il presidente Nicolás Maduro, a Caracas. Magdalena Herrera, presidente della giuria e photo editor di Geo France, ha così commentato: “È una foto classica, ma che possiede un’energia fortemente dinamica. I colori, il movimento e la forza della composizione trasmettono un’emozione istantanea”.

L’esposizione del World Press Photo 2018 non è soltanto una galleria di immagini sensazionali, ma è un documento storico che permette di rivivere gli eventi cruciali del nostro tempo. Il suo carattere internazionale, le centinaia di migliaia di persone che ogni anno nel mondo visitano la mostra, sono la dimostrazione della capacità che le immagini hanno di trascendere differenze culturali e linguistiche per raggiungere livelli altissimi e immediati di comunicazione.

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WPP 2013 Awards Days in Amsterdam

Galleria

Questa galleria contiene 10 immagini.

Davvero emozionanti le giornate trascorse ad Amsterdam in occasione degli Award Days, giornate dedicate alla premiazione dei vincitori dell’ultima edizione del prestigioso WPP. La città, che per l’occasione ha sfoggiato un timido sole nonostante le temperature non proprio primaverili, ha … Continua a leggere

World Press Photo 2013: Fausto Podavini tra i vincitori

Sono usciti i nomi e le galleries dei vincitori del premio fotogiornalistico più importante: il World Press Photo.

Paolo Pellegrin, Fabio Bucciarelli, Alessio Romenzi, Paolo Patrizi tra gli italiani premiati.

Ma soprattutto ancora un’altra vittoria per il nostro Fausto Podavini: 1 premio nella categoria Dailylife – Stoires. 

Un traguardo enorme, fatto di anni di lavoro, esprienza e professionalità.
Complimenti a tutti i vincitori.

(c) Fausto Podavini - Mirella 1 premio categoria dailylife

(c) Fausto Podavini – Mirella 1 premio categoria dailylife

World Press Photo 11: le immagini premiate in mostra al Museo di Roma in Trastevere

Dal 29 Aprile al 22 Maggio al  Museo di Roma in Trastevere

Il Premio World Press Photo è uno dei più importanti riconoscimenti nell’ambito del Fotogiornalismo. Ogni anno, da 54 anni, una giuria indipendente, formata da esperti internazionali, è chiamata a esprimersi su migliaia di domande di partecipazione provenienti da tutto il mondo, inviate alla World Press Photo Foundation di Amsterdam da fotogiornalisti, agenzie, quotidiani e riviste.

Tutta la produzione internazionale viene esaminata e le foto premiate che costituiscono la mostra sono pubblicate nel libro che l’accompagna. Si tratta quindi di un’occasione per vedere le immagini più belle e rappresentative che, per un anno intero, hanno accompagnato, documentato e illustrato gli avvenimenti del nostro tempo sui giornali di tutto il mondo.

Quest’anno il numero di fotografie sottoposte al giudizio della giuria è ancora aumentato: 108.059 immagini contro le 101.960 dell’anno precedente. Il World Press Photo è un premio che continua a crescere ogni anno. La giuria del concorso World Press Photo 2011 ha dovuto selezionare immagini inviate da un numero di 5.847 fotografi professionisti di 125 diverse nazionalità.

La giura ha diviso i lavori in 9 diverse categorie: Vita Quotidiana, Protagonisti dell’attualità, Spot News, Notizie generali, Natura, Storie d’attualità, Arte e spettacolo, Ritratti, Sport.

Sono stati premiati 56 fotografi di 23 diverse nazionalità: Australia, Bangladesh, Brasile, Canada, Cina, Danimarca, Francia, Germania, Haiti, Hong Kong, Ungheria, India, Indonesia, Irlanda, Israele, Italia, Messico, Olanda, Polonia, Somalia, Sud Africa, Spagna e Stati Uniti.

La Foto dell’anno 2010 è della sudafricana Jodie Bibier. L’immagine ritrae Bibi Aisha, una ragazza diciottenne dalla provincia Oruzgan in Afghanistan fuggita via dal marito violento per tornare dalla sua famiglia. Il talebano l’ha poi rapita per consegnarla alla giustizia. Una volta pronunciato il verdetto da parte di un comandante talebano, mentre il cognato di Bibi la teneva, suo marito le amputava le orecchie e il naso. Abbandonata in queste condizioni, Bibi è stata poi salvata e aiutata dai soldati americani. Dopo aver trascorso un breve periodo in un rifugio per donne a Kabul, è stata condotta in America, dove ha ottenuto sostegno psicologico e dove ha effettuato un’operazione di chirurgia plastica. Bibi Aisha ora vive negli Stati Uniti.

Jodi Bibier ha vinto otto volte il World Press Photo ed è la seconda fotografa sudafricana ad essersi mai aggiudicata il premio più prestigioso, la foto dell’anno. Bibier è rappresentata dall’Insitute for Artists Management e dalla Goodman Gallery.

Il presidente della giuria David Burnett ha così commentato la foto vincitrice: “Questa potrebbe diventare una di quelle fotografie – e ne abbiamo forse solo dieci nella nostra vita – dove se qualcuno dicesse “sai, quell’immagine di una ragazza…”, tu sapresti perfettamente di quale foto stia parlando.”

Quest’anno sono otto i fotografi italiani premiati:
Riccardo Venturi (Notizie generali), Massimo Berruti (Notizie generali), Marco Di Lauro (Storie d’attualità), Ivo Saglietti (Storie d’attualità), Davide Monteleone (Arte e Spettacolo), Daniele Tamagni (Arte e Spettacolo), Fabio Cuttica (Arte e Spettacolo), Stefano Unterthiner (Natura).

Contrasto si è aggiudicata tre premi con Riccardo Venturi (Notizie generali, primo premio foto singole), Davide Monteleone(Arte e Spettacolo, secondo premio foto singole) e Fabio Cuttica (Arte e Spettacolo, terzo premio foto singole).
La mostra World Press Photo non è soltanto una galleria di immagini sensazionali, ma è un documento storico che permette di rivivere gli eventi cruciali del nostro tempo. Il suo carattere internazionale, le centinaia di migliaia di persone che ogni anno nel mondo visitano la mostra, sono la dimostrazione della capacità che le immagini hanno di trascendere differenze culturali e linguistiche per raggiungere livelli altissimi e immediati di comunicazione.

La World Press Photo Foundation, nata nel 1955, è un’istituzione internazionale indipendente per il fotogiornalismo senza fini di lucro. Il World Press Photo gode del sostegno della Lotteria olandese dei Codici postali ed è sponsorizzato in tutto il mondo da Canon e TNT.

(c) Stefano Unterthiner

Leggi l’intervista a Stefano Unterthiner per il Collettivo WSP

World Press Photo 2010 dal 14 maggio

World Press Photo 2010

Torna anche quest’anno, al museo di Roma in Trastevere, la mostra del World press photo, il più noto ed importante concorso fotografico mondiale. Protagonisti dell’edizione 2010 la guerra in Afghanistan, l’Iran delle elezioni politiche (con le foto di Masturzo e quelle del francese Laban-Matteì), la siccità in Africa, i drammi della vita quotidiana in Colombia ed in Palestina, quello dei veterani americani, il fenomeno Obama.

Imprezziosita dalla presenza nella categoria “foto dell’anno” di un vincitore italiano, Pietro Masturzo, protagonista di un’istantanea scattata sui tetti di Teheran nei giorni caldi delle contestazioni contro Ahmajnejhad, la mostra del World press photo 2010 si aprirà il 14 maggio per chiudersi il 6 giugno. Dopo Roma proseguirà il suo tour mondiale al termine del quale avrà toccato 40 nazioni e 100 città tra cui anche Milano, dove si è aperta il 9 maggio.

La mostra, come sempre, sarà divisa in categorie: predominerà, come al solito, la parte relativa ai reportage ma ci saranno anche gli spazi per le foto di natura, di sport e le categorie People in the news e Stories. Tra gli altri italiani premiati citiamo Stefano De Luigi che ha vinto il secondo premio nella categoria Contemporary Issues, Alessandro Imbriaco e Tommaso Ausili, Marco Vernaschi che ha vinto il primo premio nella categoria General News, Michele Borzoni ha ottenuto il primo premio nella categoria People in the News, Paolo Patrizi ha avuto il terzo premio nella categoria Nature, Luca Santese e Francesco Giusti. Segue una galleria con alcune tra le foto vincitrici tra cui quella di Masturzo.

Ricordiamo che la mostra è aperta al pubblico gratuitamente all’interno dell’iniziativa “La notte dei musei”, valida per sabato 15 maggio.

AUTORI:INTERVISTA A MASSIMO MASTRORILLO

Torinese del 1961 si scopre fotografo durante gli studi di veterinaria. Di diploma all’Istituto europeo di design di Roma in fotografia. I suoi progetti di lungo termine trattano la diaspora kurda e la povertà in Monzambico.Vincitore di numerosi premi inernazionali come il World Press Photo, il premio FNAC Attenzione talento fotografico.

1) Sta per iniziare il tuo workshop in Sardegna. Nella presentazione si legge che si prefigge di educare ad osservare con occhi nuovi un luogo già abbondantemente visto e fotografato, opponendosi alle idee imposte dal mercato e dall’opinione comune. Come si educa a “guardare”? Come si costruisce il proprio “sguardo fotografico”?

Credo che sia più semplice di quello che si pensi. Cerco di aiutare le persone a guardare la realtà per quello che è, senza andare alla ricerca del “bello per forza”, ad interpretarla, a comunicare qualcosa in un momento in  cui siamo sempre più bombardati dai media ma sempre meno informati. Uno sguardo è personale quando non si cura troppo di piacere o seguire le mode del momento. In fotografia non si inventa più nulla di nuovo ma questo non significa che non si possa essere autori o personali.

2) Un lato importante della tua professionalità è dedicato all’insegnamento sia con la Scuola Romana che con i workshop. Quale è il tuo rapporto con gli studenti?

Mi piace insegnare anche se mi assorbe molta energia. Lo faccio per passione perchè di certo non ci si arricchisce. Mi dà soddisfazione vedere gli studenti intraprendere la loro strada grazie ai miei consigli, mi piace quando una persona che comincia da un livello molto basso alla fine tira fuori il proprio istinto e riesce a fare il salto di qualità. Sono molto critico, a volte duro ma anche molto disponibile. Cerco di dare molto come autore, docente e essere umano. In genere  la loro risposta è positiva. Con molti di loro rimango in contatto anche dopo la fine dei corsi.

3) Nel tuo lavoro ti sei occupato di eventi drammatici che sfuggono al controllo dell’uomo, come lo tsunami o il più recente terremoto in Abruzzo. Con che spirito si affrontano lavori del genere? Che valore assume la fotografia in questi casi?

In primo luogo vado sempre dopo il delirio mediatico che accompagna questi eventi. Lo spirito è quello di mettersi in sintonia con le vittime, cercare di documentare cosa significa diventare improvvisamente non autosufficienti, dover ricominciare la propria vita da capo, di raccontare la verità piuttosto che cercare di creare enfasi sulla tragedia. Per esempio in Abruzzo sono avvenute e stanno avvenendo cose di cui mai nessuno ha parlato con serietà. Mai nessun terremoto è stato usato in chiave elettorale come quello in Abruzzo. Stanno cercando di sradicare la gente dalla loro terra, tradizioni e abitudini in nome di una presunta efficienza ed emergenza. Una frase di un terremotato può forse aiutare a capire meglio la questione: “Il terremoto distrugge gli alberi ma le radici le possono distruggere solamente gli uomini”.

4) Ti sei avvicinato alla fotografia nel corso dei tuoi studi di Veterinaria. Da cosa nasce questa scelta? Cosa ti ha fatto scattare la molla della fotografia non solo come passione ma come professione?

Degli amici che stavano facendo i primi passi nella professione mi hanno trasmesso la passione. La scelta è diventata per me abbastanza obbligata perchè non riuscivo più a studiare e tentare la via del professionismo contemporaneamente. Dà lì ho poi cominciato la gavetta e ad affrontare le difficoltà che in questo lavoro non sembrano mai avere fine…

5) “White murder” e “The Lands of Shutter dreams” affrontano due tematiche molto attuali e per certi versi legate tra loro e conseguenze di un momento economicamente e socialmente molto critico. Come si colloca la fotografia nell’attuale momento di crisi mondiale? La subisce o trova modo di reagire, di reinvetarsi?

Questa domanda è probabilmente la più delicata. La fotografia  ed in particolare il fotogiornalismo hanno subito fortemente la crisi e tutto questo va a collocarsi in un momento storico che comunque vedeva già la critica fase di passaggio dalla carta stampata al multimediale, dall’analogico al digitale. Si producono lavori esteticamente belli ma spesso privi di contenuti, c’è una concorrenza mostruosa e sempre minori possibiltà di trarre guadagno o sostentamento da questa professione. Gli editori hanno grandi responsabiltà e la loro continua ricerca di storie positive  e sempre meno pagate sta determinando quella che molti definiscono la possibile morte del fotogiornalismo. Credo che la fotografia, quella seria,  vada restituita alla gente. Sembra sempre più un prodotto  per gli addetti ai lavori.  Alle mostre vedo sempre le stesse persone. Eppure tanta gente è appassionata di fotografia e chiede di essere educata. Lavori più riflessivi che aiutino la gente ad interagire, capire, porsi delle domande può essere un processo che può cambiare il trend negativo che si è venuto a creare e se i giornali non vogliono partecipare, perchè completamente schiavi della pubblicità, bisogna trovare altre vie per renderli visibili.

Massimo Mastrorillo

AUTORI: INTERVISTA A STEFANO DE LUIGI.

Il Collettivo WSWP ha il piacere di intervistare Stefano De Luigi vincitore del Contemporary Issues 2nd prize singles con la sua fotodella giraffa uccisa dalla siccità in Kenya per VII Network for Le Monde Magazine.

 

1) cosa vuol dire vincere il WPP?
Vuol dire vincere una “lotteria” . Ogni anno la giuria del WPP cambia e la personalità del presidente oltre che quella dei giurati influenza molto le scelte estetiche. Quindi non sempre , visto che si tratta di giudizi soggettivi anche se espressi in modo collegiale, le scelte corrispondono ad un reale bilancio di quello che di meglio si è prodotto nell’anno.
Ma come per ogni attività del genere umano anche il giudizio del WPP può a volte essere incompleto e parziale e lasciarsi dietro dei lavori importanti che purtroppo non vengono premiati. Da qui l’idea che vincere al WPP è un pò come vincere la lotteria. Più concretamente vincere al WPP per un fotogiornalista rappresenta uno dei più alti momenti di visibilità internazionale. Opportunità che se accade ad un giovane vuol dire la possibilità concreta di lanciare la sua carriera e confortarla nei momenti duri che potrà affrontare in seguito.

 

2)Hai già in mente nuovi lavori?
Per fortuna si, anche se questa fase storica che il fotogiornalismo e direi più in generale il giornalismo sta vivendo, rappresenta un vero spartiacque. Mai come oggi la professione sta cambiando in profondità. Quindi è difficile immaginare dei progetti che vedano in qualche modo coinvolti i giornali. Per me i giornali hanno avuto una parte sempre molto importante nei progetti che ho realizzato in passato. Tutti i miei lavori (forse con l’eccezione del lavoro sulla cecità) sono stati pubblicati a puntate sui giornali che sono stati anche gli sponsor naturali di questi progetti.
Oggi la situazione è decisamente cambiata e forse dovrò cercare degli sponsor a dei progetti che rimangono giornalistici in altri settori del campo della comunicazione. E’ triste ma è così.

 

3)Al giorno d’oggi basta la storia per vincere il WPP o serve anche un attenta post-produzione?
Il WPP viene dato alla storia, alla qualità fotografica, alle capacità di ogni singolo fotografo a sintetizzare ed enfatizzare e testimoniare un avvenimento pubblico o privato. Non mi sembra ci sia un WPP dei post-produttori. E’ vero che si comincia a parlare di scuola italiana del colore come verso la fine degli anni 90 si è parlato di scuola danese (per il B/N) nella post produzione. Direi che fa parte della nostra tradizione, della nostra storia artistica. Giorgione, Caravaggio, Pontormo ci siamo cresciuti dentro, mica è colpa nostra se i nostri post produttori hanno negli occhi immagini di una tradizione che è italiana. Ma non invertiamo i fattori, al WPP vince la storia non i post produttori.

 

4)Quest’anno l’Italia ha portato a casa numerosi riconoscimenti tra primi premi e  piazzamenti, è segno che il nostro panorama sta mutando, avanza una nuova generazione di fotografi?
Le nuove generazioni sono frutto di una dinamica, di un “movimento” in moto da diversi anni. Io sono “orgogliosissimo” di essere il decano dei fotografi italiani che hanno vinto quest’anno. Vuol dire che dietro di me sta crescendo una generazione importante, e vuol dire anche che la mia generazione ha lavorato bene ed ha trasmesso dei valori e delle nozioni importanti. Credo sia un bel momento per la fotografia in Italia, ed è giusto esserne contenti.

 

5)Parlaci del lavoro che hai presentato al WPP.
E’ un reportage realizzato nell’ottobre scorso con il giornalista Emilio Manfredi sulla grave siccità che sta colpendo il nord del Kenya. Considerato nel mondo occidentale come il giardino dell’africa ed il paradiso naturalistico dalle migliaia di turisti che ogni anno visitano i suoi parchi naturali ci è parso giusto spostare l’attenzione sul dramma che a qualche centinaio di kilometri a Nord si stava consumando. I greggi delle etnie che vivono intorno al lago Turcana le grandi bestie (elefanti e bufali in particolare) che vivono nei parchi e l’ormai drammatica situazione della regione kenyota a ridosso della Somalia sono rappresentativi di un disastro naturale che è in corso da diversi anni (non piove da due in quelle regioni). Abbiamo proposto la storia a Le Monde magazine con il quale collaboriamo regolarmente e forse, anche la concomitanza con la conferenza sul clima di Copenaghen del dicembre successivo ha fatto un pò il resto.

 

6)Una breve biografia, i tuoi studi fotografici, i tuoi autori di riferimento.
46 anni nato in Germania, cresciuto in Italia (Roma) vissuto in Francia per 8 anni dai 23 ai 31. Lavorato con diverse testate internazionali tra cui Stern Paris Match Time e New Yorker. Pubblicato due libri (Pornoland 2004 Contrasto/ Blanco  2010 Trolley) Due anni di Istituto superiore di Fotografia a Roma.
Autori di riferimento:
William Egglestone, Daido Moryiama, Robert Frank, Gary Winograd.

Link:

Stefano De Luigi

NUOVI AUTORI: INTERVISTA A MARCO VERNASCHI

Intervista a Marco Vernaschi vincitore del General News: 1st prize stories al World Press Photo.
Torinese classe ’73, ma al momento di base a Buenos Aires. “West Africa’s Achilles’ Heel” è il suo tema a lungo termine, mostrando come il traffico di cocaina sia una fonte di finanziamento del terrorismo internazionale. Nel corso degli anni ha documentato il lavoro del presidente boliviano Evo Morales (“Broken Promises“) nel combattere la droga e come gli indigeni siano costretti dalle circostanze,come l’aumento del consumo e la mancanza di alternative, a coltivare la coca. In Madagascar ha mostrato lo sfruttamento della prostituzione giovanile. Al momento lavoro con il Pulitzer Center su una campagna sulla mortalità materna.
1) Cosa vuol dire vincere il WPP?
Vincere il WPP vuol semplicemente dire che hai presentato un lavoro interessante, con un editing forte e che hai avuto la fortuna di essere selezionato. Certo, se la storia presentata e’ di forte impatto, le possibilita’ di vincere aumentano esponenzialmente. Penso conti anche quanto il reportage sia stato distribuito e visto dagli editori, che poi sono i menbri della giuria… Vincere il WPP vuole anche dire che ti si aprono molte porte; gallerie, agenzie, editori, collezionisti, etc. Penso stia alla saggezza di ognuno saper nuotare nella corrente… senza affogare.
L’obbiettivo del WPP e’ premiare quelle storie – o singole immagini – che si sono distinte durante l’anno. L’errore di moltissimi fotogiornalisti e’ considerare il WPP come “L’OBBIETTIVO”. Io lo vedo piu’ come una conseguenza.
2) Hai già in mente nuovi lavori?
Si, infatti sto rispondendo a quest’intervista dall’Uganda. Sono qui da due mesi e tra pochi giorni andro’ in DRCongo, per altri due mesi. La storia a cui sto lavorando e’ ancora piu’ complessa di quella realizzata in Guinea-Bissau, e in qualche modo fa sempre parte del ciclo sui traffici illegali in Africa. Sto lavorando sul traffico d’organi finalizzato ai rituali. Una storia macabra e surreale – un fenomeno che non ha nessuna radice culturale – in cui bambini vengono quotidianamente uccisi o mutilati selvaggiamente, o venduti. Oltre alla parte fotografica ed agli articoli, sto producendo e co-dirigendo un documentario video sul tema, che sta filmando e co-dirigendo un mio caro amico e collega, Sebastiano Vitale. Penso che affrontare una storia del genere abbia un senso se lo si fa con angoli diversi ed un linguaggio completo.
3) Al giorno d’oggi basta la storia per vincere il WPP o serve anche un attenta post-produzione?
La post-produzione e’ un complemento necessario della fotografia moderna. Senza un’adeguata post-produzione non si puo’ parlare di immagini “finite”. Sarebbe come cucinare l’impasto di una torta senza cuocerla nel forno…
4) Quest’anno l’Italia ha portato a casa numerosi riconoscimenti tra primi premi e  piazzamenti, è segno che il nostro panorama sta mutando, avanza una nuova generazione di fotografi?
Il nostro panorama… Che dire. Beh, l’Italia ha un bel gruppo di grandi fotografi. Alcuni sono tra i piu’ interessanti ed innovativi sulla scena internazionale. Peccato che – come spesso succede nel nostro Paese – a causa della forte mentalita’ provinciale questi fotografi siano prima riconosciuti all’estero, poi una volta riconosciuti vengono presi in considerazione dagli editori italiani. In paesi come la Danimarca, che ha buoni fotografi, ma sicuramente meno creativi ed innovativi, i fotogiornalisti sono celebrati, aiutati e vezzeggiati. Da noi sono ignorati. Ma fortunatamente questo lavoro prescinde dai confini nazionali.
5) Parlaci del lavoro che hai presentato al WPP.
Il lavoro che ha vinto il WPP ha fatto rumore per due motivi: il traffico di cocaina in Africa non era mai stato documentato prima, e l’accesso alle situazioni e’ stato ottimale. Non mi piace parlare troppo dei lavori fatti. Penso che sia piu efficace scorrere le immagini e tuffarsi nella storia, se la si vuole capire.
6) Una breve biografia, i tuoi studi fotografici, i tuoi autori di riferimento.
Autodidatta. Non ho mai studiato fotografia, e ho imparato scattando e viaggiando. Ho studiato all’Istituto Europeo di Design di Torino, specializzandomi in Illustrazione. Ma questo ha in qualche modo aiutato. I miei autori di riferimento: tantissimi. J. Koudelka, P. Pellegrin, T. Parke, A. D’Agata per menzionarne alcuni.

West Africa's Achilles' Heel (c) Marco Vernaschi

Link:

Marco Vernaschi