Intervista a Giorgio Bianchi

Inaugurerà sabato 16 aprile al WSP “Fragile”, la mostra fotografica di Giorgio Bianchi che racconta una guerra fratricida, quella ucraina, che ha trasformato tutto in polvere, disgregando ogni punto di riferimento di cose e persone.

Di seguito un’intervista all’autore realizzata da Massimiliano Tempesta – WSP Photography.

 

1) “Siete eroi, siete il meglio che l’Ucraina possa avere…” Questo urlava dalla sua sedia a rotelle su un palco la Tymoshenko. Secondo te che sei stato testimone oculare della rivolta e della conseguente escalation, i rivoltosi erano davvero “Il meglio dell’Ucraina”? Cosa è successo in realtà?

Premesso che chiunque metta in gioco la propria vita per una causa, qualsiasi essa sia, meriti il massimo del rispetto credo che oramai non vi sia più dubbio alcuno che quello che è accaduto in Ucraina sia stato un colpo di stato ideato all’estero e messo in pratica principalmente da gruppi paramilitari ben addestrati.
L’immagine della sommossa di popolo contro la corruzione ha retto fino ad un certo punto ovvero fino a quando gli striscioni e gli slogan non hanno lasciato il posto alle mazze chiodate, alle molotov ed in alcuni casi alle armi da fuoco.
Mi dispiace dire questo perché sono stato a lungo in mezzo a quei ragazzi ed ho condiviso con loro gran parte degli eventi che hanno portato alla situazione attuale; ma purtroppo, a conti fatti, non si può far finta di non vedere che chi ha tratto beneficio dalle scelte scriteriate portate a compimento in quei giorni è soltanto chi puntava alla destabilizzazione ulteriore dell’Europa ed al suo allontanamento da un partner commerciale decisivo quale è la Federazione Russa.
Ancora oggi non capisco cosa si potesse aspettare il popolo Ucraino da un’Europa che ha lasciato affondare la Grecia senza muovere un dito e che allo stesso tempo lascia in balia delle onde o in mezzo al fango profughi che sfuggono da conflitti troppo a lungo ignorati.
La colpa di quello che è successo in Ucraina a mio personalissimo giudizio non va addossata a coloro i quali, a torto o a ragione, si sono battuti per un ideale, e paradossalmente neanche a chi li ha usati per propri fini geopolitici; la colpa maggiore in questo conflitto fratricida ce l’ha l’Europa che con la sua ignavia ha lasciato che la situazione precipitasse fino a queste estreme conseguenze, non essendo in grado di interpretare alcun ruolo di mediazione tra i due vasi di piombo USA e Federazione Russa, anzi appoggiando acriticamente le posizioni Atlantiche.

2) A tuo parere, la rivolta e la successiva guerra civile sono state seguite in maniera esaustiva ed oggettiva dai media Occidentali?

Assolutamente no.
Basti pensare che un rappresentante di una grande associazione che si batte per i diritti umani guardando le mie foto in mostra a Milano ha detto, cito testualmente “non credevo che i manifestanti fossero così bene armati ed organizzati”.
Allo stesso modo durante una Lectio Magistralis tenuta in un liceo di Busto Arsizio, al termine della proiezione di un audiovisivo sulla guerra in Ucraina ho chiesto ai ragazzi se avevano idea che a tre ore di volo da casa loro stesse accadendo quello che avevo loro mostrato.
La risposta è stata unanime, ovvero no.
Una volta, almeno i grandi giornali, avevano i loro fotografi ed i loro inviati, che con il loro lavoro rifornivano le testate di notizie e fotografie di prima mano.
Vi era un tipo di informazione che per sua natura era più plurale.
Oggi con la crisi della carta stampata sono sempre meno gli editori che si possono permettere degli inviati e per questo motivo si ricorre sempre di più alle foto di agenzia ed al “copia ed incolla ”degli articoli provenienti dai grandi network.
Tutto ciò ha condotto ad un drastico appiattimento dell’informazione sulle posizioni dei grandi gruppi con tutto ciò che ne consegue.
Un minimo di pluralità dell’informazione oggigiorno è garantita soltanto dai freelance che, tra mille difficoltà, ancora riescono a dar voce a quelle storie che i grandi media preferiscono non raccontare.

 

3) Hai raccontato tante storie ucraine, le hai cercate te, ti sono arrivate addosso all’improvviso? Quante ne vuoi raccontare ancora?

La scelta dell’Ucraina ed in particolare del Donbass è stata dettata proprio dalla voglia di indagare cosa accade al tessuto sociale di un paese scosso da una catastrofe quale può essere la guerra civile.
La parola che più a lungo mi è risuonata nella testa in quel periodo è stata proprio quella che dà il titolo alla mostra ovvero “fragile”: perché fragili erano in quel momento gli accordi di Minsk visto che ancora si combatteva, fragili erano le relazioni sociali e familiari spezzate dalla furia della guerra, fragili erano i manufatti umani che si sgretolavano sotto le bombe ma soprattutto fragile era lo sguardo dei civili e dei miliziani poiché tradiva la mancanza di certezze per il futuro.
Al momento sto lavorando sulla Siria perché anche lì c’è una una storia poco conosciuta ovvero quella dei soldati siriani.
In occidente li si è accusati delle peggiori nefandezze; mi piacerebbe restituire loro la dignità di uomini e di soldati raccontando come, assieme ai guerriglieri curdi, siano stati gli unici ad opporsi sul campo a Daesh e come, per questo motivo abbiano, pagato il prezzo più alto in termini di caduti, decapitati e torturati.

4) Burkina Faso, Vietnam e tanta Ucraina, sono tutte storie al limite, in cui c’è un grande coinvolgimento fisico, mentale, quanti segni rimangono? Mi viene sempre in mente il film Triage con Colin Farrel.

A me viene sempre in mente la scena del film The hurt locker quando il protagonista, di ritorno dall’Iraq, si ritrova spaesato all’interno di un ipermercato.
Dopo aver sperimentato il caos ed il disordine portati dalla guerra la normalità appare un po’ come gli scenari di cartapesta negli studi cinematografici: pensi che è talmente fragile da non poter essere reale.

5) Con quante foto si può raccontare una storia?
Accompagnata dalla giusta didascalia può bastarne anche una.

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Intervista a Silvia Landi

Spesso nel nostro blog ci occupiamo di segnalare e intervistare grandi autori e fotografi. 
Abbiamo pensato di iniziare a dar voce anche a giovani fotografi e nostri studenti, per raccontare le loro storie e cosa significhi, per un un nuovo autore, iniziare a muovere i primi passi nell’attuale mondo della fotografia.

Cominciamo con Silvia Landi, una nostra studentessa e amica di vecchia data, che da anni si sta impegnando in un percorso di crescita personale e professionale nel mondo della fotografia che le sta regalando diversi riconoscimenti, tra cui l’essere risultata vincitrice della borsa di studio della nostra Masterclass di reportage.

1) Parlaci del lavoro che ha vinto la borsa di studio.

Il lavoro che ho presentato per la borsa di studio si intitola “Tra fede e mistero” e le foto sono state scattate in Etiopia durante un workshop con Fausto Podavini. Si tratta di un reportage sui festeggiamenti del Timkat e San Giorgio, due tra le festività più importanti per i fedeli cristiani ortodossi etiopi. Ho assistito per la prima volta ai riti religiosi della comunità Etiope a Roma, diversi anni fa, ed è stata un’esperienze fotografica davvero coinvolgente ed entusiasmante. Così quando sono partita per l’Etiopia, sono andata a ricercare quelle stesse emozioni. Con le mie foto non volevo tanto raccontare la cronologia degli eventi e dei riti, quanto le sensazioni che respiravo in quei luoghi pieni di misticismo e mistero. È stata un’esperienza incredibile camminare in quelle strade millenarie, assistere alle veglie notturne, ascoltare le preghiere sussurrate negli angoli bui delle chiese rupestri di Lalibela e spero che il mio lavoro riesca a restituire, almeno in parte, quello che ho vissuto.

2) Sono già alcuni mesi che la Masterclass è iniziata un primo bilancio di questa esperienza?

La masterclass è un’esperienza molto stimolante e professionalizzante. A me personalmente, che ho iniziato a fotografare seriamente da pochi anni, sta dando la preziosa possibilità di confrontarmi con professionisti di altissimo calibro, che mi stanno aiutando a prendere coscienza delle mie capacità, ma anche dei miei limiti e della mia inesperienza dandomi degli strumenti utili per crescere. Fausto, Paolo  e Giovanni sono sempre molto disponibili a condividere tutto quello che sanno e non parlo solo di tecnica, ma di esperienze umane, che sono poi la parte più preziosa e difficile della fotografia. Poi c’è il fantastico contributo dei compagni di corso, con i quali ci facciamo tantissime risate, ma anche tante discussioni.È stato bello scoprire che questa masterclass è anche un luogo di pensiero, di riflessione, di confronto anche tra studenti, dove ogni partecipante è invitato a sperimentare, a condividere, ad esprimersi a superare i propri limiti con l’idea che si possa crescere anche dalle esperienze degli altri.

3) Che progetto stai sviluppando nel corso della Masterclass?

Durante la mastercalss ho deciso di sviluppare un progetto sul tema dell’obesità che ho iniziato circa un annetto fa, con molte interruzioni di percorso. È per me un tema difficile e delicato, che implica tantissime sfaccettature, chi soffre di obesità  vive moltissime difficoltà ed è spesso costretto a subire una sorta di discriminazione, frutto di pregiudizi, paragonabile a quella razziale e sessuale, tanto che in Inghilterra hanno coniato un apposito neologismo “pesismo”.  Quando ho portato le foto per la prima volta in aula, ero molto confusa, avevo molti dubbi su come procedere, anche perché sto raccontando l’obesità attraverso la vita di una persona afflitta da questa patologia, quindi volevo farlo con tutta la delicatezza e il rispetto possibile. Confrontarmi con i docenti e i compagni mi ha aiutata a trovare un percorso, un filo conduttore e anche a dare metodo a quello che prima facevo in modo più istintivo e disorganizzato. Sarà un percorso ancora molto lungo, questo tipo di progetti ha bisogno di molto tempo, necessitano del tempo che serve perché le cose accadano spontaneamente, del tempo per superare certe barriere psicologiche etc., ma è anche il tipo di progetto che a me stimola di più perché mi costringe a mettermi in gioco come persona.

Silvia Landi è nata 1974 a Varese, vive e lavora attualmente a Roma, dove si è laureata in psicologia e specializzata in psicoterapia. È approdata alla fotografia quasi per caso nel 2010 e si è formata frequentando diversi corsi organizzati dal Collettivo WSP Photography di Roma, e svolgendo diversi workshop in Italia e all’estero. La fotografia è per lei il mezzo elettivo per attraversare e conoscere mondi e vissuti sconosciuti, uno strumento per porsi domande più che darsi risposte, una via per conoscere se stessa e condividere esperienze.

Predilige il reportage sociale con progetti a lungo termine che le permettano di entrare profondamente in contatto con le realtà che fotografa. Inoltre, dal 2013, la fotografia è diventata strumento professionale anche nel campo della psicoterapia e della promozione del benessere, attraverso l’uso delle tecniche di phototerapy.

Ecco una breve selezione del portfolio “Tra fede e mistero”. 

NUOVI AUTORI:INTERVISTA A CRISTINA VATIELLI

Cristina è nata a Roma nel 1983. Diplomata presso la Scuola Romana di Fotografia, ha iniziato a lavorare nel campo fotografico come assistente, specializzata in  postproduzione. Dal 2006  lavora al progetto  a lungo termine sulla memoria della guerra civile in Spagna. Ha vinto il Concorso WINEPHOTO (2007) e  il Premio Enzo Baldoni (2009). Lavora per Prospekt.

1)Dei tuoi lavori LUNA PARK e TANGO hai anche prodotto un multimediale coniugando musica e fotografia. In più nell’imminente nuova edizione del Festival della Fotografia di Roma i multimediali e gli slideshow saranno presenti massicciamente. E’ questo il futuro della fotografia? Sarà sempre più raro gustarci la classica mostra con l stampe alle pareti e dovremo abituarci a questa fusione di generi?

Sia Luna Park che il Tango sono due lavori la cui anima è la musica. Le immagini sono ispirate dal ritmo che fa muovere i corpi. E’ proprio con questi due lavori che ho voluto sperimentare nuove forme di presentazione. Credo sia interessante approcciarsi alla fotografia in differenti modi, sperimentare ed accostarsi ad altre espressioni d’arte, come possono essere la grafica, il montaggio, il video e la musica.Vivo la fotografia stessa come sperimentazione. Non credo che gli strumenti multimediali possano sostituire la classica esposizione delle stampe, anzi offrono un valore aggiunto.E’ chiaro che di tutte le cose, bisogna vedere l’ uso se ne fa: a volte i video all’interno di una mostra, vengono utilizzati unicamente con lo scopo di mostrare più lavori possibili, puntando quindi solo sulla quantità sminuendo spesso il valore delle esposizioni.

2)Dal 2006 stai seguendo un progetto di lungo termine sulla memoria della guerra civile spagnola (Exilio de dentro). Qual sono le sensazioni che ti ha dato e ti sta dando il progetto? In lavori con tematiche simili si riesce a rimanere oggettivi o la propria cultura e il proprio vissuto ci influenza nelle scelte tra una foto ed un’altra?

La propria cultura e il proprio vissuto credo siano sempre il motivo e per il quale si decide di affrontare un tema o un altro.Il lavoro sulla Memoria della Guerra Civile Spagnola è iniziato nel 2006, periodo in cui si aprivano le prime fosse comuni e di questo pezzo importante di storia se ne parlava ancora sottovoce.La memoria in sé è un tema a me caro e amo confrontarmi con persone più grandi, osservare i loro volti segnati dall’età e dalle esperienze vissute, parlare con loro, ascoltare le loro storie, immedesimarmi nelle loro vite.

3)Sono note le difficoltà che le donne affrontano quotidianamente nel mondo del lavoro, la fotografia rispecchia la vita reale o è un’isola felice? Cosa vuol dire essere donna nel mondo della fotografia?

Credo che ormai, come in tutti i settori, essere donna non sia più uno svantaggio, anzi.La complessità del mondo femminile e la sua sensibilità trova enorme riscontro soprattutto nell’espressione, in questo caso nella fotografia. A volte la stessa vita reale può essere un’isola felice, a volte no.

4)Progetti per il futuro?

Prima di aprire nuovi progetti, vorrei portare a termine quelli già avviati  perché non li  sento ancora conclusi.

5)Come descriveresti Cristina Vatielli come fotografa?

Non ho mai  considerato l’essere fotografo uno status da raggiungere ma un modus vivendi. Non riesco a dare una definizione di me stessa come fotografa, ma posso spiegare il mio rapporto con la fotografia: Raccontare e raccontarmi.
Da un lato c’è  l’inesauribile curiosità che mi porta a osservare il mondo catturando immagini, scoprendo realtà e denunciando situazioni; dall’altro lato  il desiderio di comunicare con i miei lavori, con la speranza di indurre alla riflessione.

Link: Cristina Vatielli

LUNA PARK © Cristina Vatielli

Nuovi autori: Intervista a Simone Donati – Terraproject

Simone Donati è membro fondatore, assieme a Michele Borzoni, Pietro Paolini e Rocco Rorandelli, di uno dei più interessanti collettivi fotografici italiani TerraProject di Firenze. vincitore di importanti premi i suoi lavori sono stati pubblicati dalle più importanti riviste italiane ed internazionali.

Il tuo lavoro “Welcome To Berlusconistan” ha ottenuto una menzione al Premio Ponchielli 2010. Come nasce l’idea di questo reportage. Qual è il quadro dell’Italia che ne esce fuori a tuo parere?

Il lavoro è iniziato nel marzo del 2009, durante il congresso formativo del PDL. Sono andato a fotografare durante i 3 giorni del congresso quasi per caso, spinto da una curiosità verso la realtà politica di Berlusconi e delle persone che lo seguono. Non pensavo potesse diventare un progetto a lungo termine ma dopo aver visto gli scatti di quel weekend ho deciso di continuare. Ho così iniziato a seguire convention, comizi ed incontri nei mesi successivi e via via a mettere insieme il lavoro, che ancora non ritengo concluso. L’Italia che ne viene fuori credo dipenda dal giudizio politico di ognuno, cerco di tenere un certo distacco nelle immagini e sono convinto che la maggior parte di esse possa essere interpretata in modo diverso a seconda dello schieramento di appartenenza.

Fai parte del collettivo “TerraProject”: come nasce l’idea del collettivo e quale pensi sia la forza di un realtà del genere nel panorama fotografico odierno?

Il collettivo è nato nel 2006, eravamo, e siamo tutt’ora, 4 amici che hanno deciso di unire le “forze” e di lavorare insieme a progetti collettivi, non dimenticandosi però di continuare i propri progetti personali. Penso che il lavoro del collettivo porti ad una confronto continuo sulla fotografia, che ci aiuta nel proseguire il nostro percorso, anche se bisogna stare attenti a continuare anche i progetti personali per non perdere di vista l’autorialità di ognuno.

Il caso di Marco Vernaschi (leggi qui) ha suscitato una serie di polemiche e discussioni inerenti la deontologia professionale e le conseguenze etiche del mestiere del fotoreporter. Come ti poni al riguardo? Ti sei mai trovato di fronte a situazioni in cui hai preferito “non scattare”?

Ho seguito il caso di Vernaschi e ciò ha confermato l’opinione che già avevo. Bisogna che il fotografo sia prima di tutto onesto con chi ha di fronte e con se stesso, l’onestà penso sia la qualità principale che un fotografo debba avere. Questo non vuol dire che Marco non sia stato onesto, sinceramente non so se abbia davvero chiesto di riesumare quel corpo o no, sono però certo che io non lo avrei fatto, mi sembra che si vada oltre la pura documentazione giornalistica.

Quali sono secondo te i principali ostacoli che un giovane fotografo che vuole intraprendere questo mestiere si trova ad affrontare?

Sicuramente il farsi conoscere e l’emergere in un panorama sempre più saturo di fotografi è l’ostacolo maggiore. Ormai chiunque possegga una buona reflex digitale si può definire fotografo. Il passo successivo è quello però che fa la differenza, cioè riuscire a trovare una propria visione, svilupparla e concretizzarla in lavori fotografici di alto livello. Ci vogliono molta costanza e tanta tanta pazienza.

Ritieni che in Italia ci sia un’adeguata cultura dell’immagine, una formazione valida che permetta anche una conoscenza della storia della fotografia (le cosiddette “basi”)? Chi sono stati i tuoi “maestri”?

In Italia io conosco la realtà dello Studio Marangoni di Firenze, dove mi sono formato, partendo proprio dalle “basi”, storia della fotografia, storia dell’arte, camera oscura b/n, etc. Posso dire che se si vuole davvero intraprendere questo percorso la formazione di questo tipo è fondamentale. Poi si deve chiaramente integrare con lo studio degli autori, passati e contemporanei, il cinema, la musica. Non ci si può legare solo alla fotografia. Non conosco altre realtà didattiche in Italia ma sicuramente ce ne saranno di altrettanto valide. Non so se ho avuto dei veri e propri “maestri”, ho iniziato come tanti altri guardando le foto di Cartier Bresson, poi avvicinandomi al reportage classico in b/n e verso la fine della scuola passando al colore ed al medio formato. Ultimamente mi sto avvicinando al video ed ai multimedia anche se il mettere insieme fotografia ed audio mi accompagna dal primo anno di scuola, nell’ormai “lontano” 2002.

AUTORI:INTERVISTA A MASSIMO MASTRORILLO

Torinese del 1961 si scopre fotografo durante gli studi di veterinaria. Di diploma all’Istituto europeo di design di Roma in fotografia. I suoi progetti di lungo termine trattano la diaspora kurda e la povertà in Monzambico.Vincitore di numerosi premi inernazionali come il World Press Photo, il premio FNAC Attenzione talento fotografico.

1) Sta per iniziare il tuo workshop in Sardegna. Nella presentazione si legge che si prefigge di educare ad osservare con occhi nuovi un luogo già abbondantemente visto e fotografato, opponendosi alle idee imposte dal mercato e dall’opinione comune. Come si educa a “guardare”? Come si costruisce il proprio “sguardo fotografico”?

Credo che sia più semplice di quello che si pensi. Cerco di aiutare le persone a guardare la realtà per quello che è, senza andare alla ricerca del “bello per forza”, ad interpretarla, a comunicare qualcosa in un momento in  cui siamo sempre più bombardati dai media ma sempre meno informati. Uno sguardo è personale quando non si cura troppo di piacere o seguire le mode del momento. In fotografia non si inventa più nulla di nuovo ma questo non significa che non si possa essere autori o personali.

2) Un lato importante della tua professionalità è dedicato all’insegnamento sia con la Scuola Romana che con i workshop. Quale è il tuo rapporto con gli studenti?

Mi piace insegnare anche se mi assorbe molta energia. Lo faccio per passione perchè di certo non ci si arricchisce. Mi dà soddisfazione vedere gli studenti intraprendere la loro strada grazie ai miei consigli, mi piace quando una persona che comincia da un livello molto basso alla fine tira fuori il proprio istinto e riesce a fare il salto di qualità. Sono molto critico, a volte duro ma anche molto disponibile. Cerco di dare molto come autore, docente e essere umano. In genere  la loro risposta è positiva. Con molti di loro rimango in contatto anche dopo la fine dei corsi.

3) Nel tuo lavoro ti sei occupato di eventi drammatici che sfuggono al controllo dell’uomo, come lo tsunami o il più recente terremoto in Abruzzo. Con che spirito si affrontano lavori del genere? Che valore assume la fotografia in questi casi?

In primo luogo vado sempre dopo il delirio mediatico che accompagna questi eventi. Lo spirito è quello di mettersi in sintonia con le vittime, cercare di documentare cosa significa diventare improvvisamente non autosufficienti, dover ricominciare la propria vita da capo, di raccontare la verità piuttosto che cercare di creare enfasi sulla tragedia. Per esempio in Abruzzo sono avvenute e stanno avvenendo cose di cui mai nessuno ha parlato con serietà. Mai nessun terremoto è stato usato in chiave elettorale come quello in Abruzzo. Stanno cercando di sradicare la gente dalla loro terra, tradizioni e abitudini in nome di una presunta efficienza ed emergenza. Una frase di un terremotato può forse aiutare a capire meglio la questione: “Il terremoto distrugge gli alberi ma le radici le possono distruggere solamente gli uomini”.

4) Ti sei avvicinato alla fotografia nel corso dei tuoi studi di Veterinaria. Da cosa nasce questa scelta? Cosa ti ha fatto scattare la molla della fotografia non solo come passione ma come professione?

Degli amici che stavano facendo i primi passi nella professione mi hanno trasmesso la passione. La scelta è diventata per me abbastanza obbligata perchè non riuscivo più a studiare e tentare la via del professionismo contemporaneamente. Dà lì ho poi cominciato la gavetta e ad affrontare le difficoltà che in questo lavoro non sembrano mai avere fine…

5) “White murder” e “The Lands of Shutter dreams” affrontano due tematiche molto attuali e per certi versi legate tra loro e conseguenze di un momento economicamente e socialmente molto critico. Come si colloca la fotografia nell’attuale momento di crisi mondiale? La subisce o trova modo di reagire, di reinvetarsi?

Questa domanda è probabilmente la più delicata. La fotografia  ed in particolare il fotogiornalismo hanno subito fortemente la crisi e tutto questo va a collocarsi in un momento storico che comunque vedeva già la critica fase di passaggio dalla carta stampata al multimediale, dall’analogico al digitale. Si producono lavori esteticamente belli ma spesso privi di contenuti, c’è una concorrenza mostruosa e sempre minori possibiltà di trarre guadagno o sostentamento da questa professione. Gli editori hanno grandi responsabiltà e la loro continua ricerca di storie positive  e sempre meno pagate sta determinando quella che molti definiscono la possibile morte del fotogiornalismo. Credo che la fotografia, quella seria,  vada restituita alla gente. Sembra sempre più un prodotto  per gli addetti ai lavori.  Alle mostre vedo sempre le stesse persone. Eppure tanta gente è appassionata di fotografia e chiede di essere educata. Lavori più riflessivi che aiutino la gente ad interagire, capire, porsi delle domande può essere un processo che può cambiare il trend negativo che si è venuto a creare e se i giornali non vogliono partecipare, perchè completamente schiavi della pubblicità, bisogna trovare altre vie per renderli visibili.

Massimo Mastrorillo

INTERVISTA A LUISA BRIGANTI

Luisa Briganti lavora come fotografa, prediligendo l’analogico. E’ responsabile del Centro Sperimentale di Fotografia Adams di Roma, nella quale è docente dei corsi Master e dei corsi di antiche tecniche di stampa e camera oscura.
Curatrice della promozione degli allievi del centro. Al sua attivo  innumerevoli mostra tra le quali: Assolo metropolitano (i pendolari  di quartiere dopo l’11 settembre), i luoghi della memoria (omaggio a Pierpaolo Pasolini). Ha esposto presso il Fotografia Festival Internazionale di Roma, la settimana della cultura italiana presso l’Università di Pechino. In altre rassegne e manifestazioni espositive.

1)Scorrendo l’offerta dei corsi della scuola si trova il corso di regia di documentari, il corrispettivo cinematografico del reportage, poi si scopre che anche fotografi famosi fanno i videomaker, o li producono. Ma di sola fotografia non si può più vivere o è un evoluzione naturale?

La trasformazione dell’editoria in concentrazioni industriali, l’introduzione di nuove tecnologie, la nascita di nuovi media, muta l’analisi dei processi di formazione dell’informazione. La notizia diviene merce. Pertanto il ruolo del giornalista subisce una trasformazione.  All’operatore dell’informazione l’industria editoriale chiede non più analisi e oggettività, che scaturiscono da una rigorosa idea della propria autonomia deontologica e professionale, ma di produrre merce a buon mercato, consentendo di abbattere i costi e massimizzare i profitti. Questo si ottiene anche facendo assumere alla stessa persona competenze che in altri tempi erano assolte da più figure professionali con le loro rispettive sensibilità e autonomie linguistiche. E’ evidente che tutto ciò produce un decadimento della qualità dell’offerta informativa, assenza di analisi, omologazione della notizia e impoverimento linguistico. Sono ormai lontani i tempi in cui il fotografo, il giornalista, il video operatore, il fonico con le loro specifiche professionalità e sensibilità intervenivano negli eventi e costruivano la notizia. A questo dobbiamo aggiungere che l’immagine fotografica trova sempre meno legittimità di presenza autonoma nella editoria, questa è una constatazione generale ma che in Italia si manifesta in modo più evidente. Una scuola di fotografia che prevede all’interno dei propri percorsi formativi il “reportage” come corso di insegnamento, non può non considerare “l’evoluzione” dell’editoria e conseguentemente l’offerta di corsi di regia per il documentario. Ritengo questo non un’evoluzione naturale, bensì un adeguamento alle necessità di un sistema produttivo mutato che relega la qualità dell’informazione in fondo alle proprie priorità. La nota positiva è rappresentata dalla  specificità dei nuovi media: socialnetwork, blog, reti informali… luoghi dove il processo di formazione dell’informazione nella gran parte dei casi non subisce condizionamenti e censure esercitate da lobby e potentati economico  politici. Dove, anche grazie alla peculiarità tecnica del mezzo, è possibile e garantito l’accesso anche a soggetti ritenuti marginali ed appartenenti ad aree geografiche finora escluse. In poche parole, potenzialmente, si aprono spazi di nuova democrazia.

2)Narraci la storia del CSF-Adams.

La storia del Centro Sperimentale di Fotografia Adams inizia nel 1995. Quattro fotografi decidono di intraprendere insieme questa avventura: coniugare la propria professione con la funzione pedagogica dell’insegnamento della fotografia e più in generale dell’immagine. Da allora molte cose sono cambiate; oggi l’Associazione conta più di duemilacinquecento soci, e la didattica e l’organizzazione di manifestazioni espositive nell’ambito della fotografia sono divenute l’attività prevalente. Ovviamente il corpo docenti si è notevolmente ampliato così come le collaborazioni di saperi altri apparentemente non riconducibili alla fotografia: grafici, storici dell’arte, archeologi, archivisti, tecnici della conservazione dei beni culturali ecc. Da settembre a luglio, presso i locali della nostra associazione si svolgono corsi di formazione ad alta qualificazione professionale. La proposta didattica per la fotografia prevede ben 18 corsi articolati secondo un didattica progressiva All’interno dei corsi sono previsti seminari con interventi di noti professionisti del settore e dei workshop tematici. Per gli associati è prevista la possibilità del nolo della struttura e delle attrezzature: sala pose, luci flash e continue, macchina del vento, macchina del fumo, assistente, truccatrice, stylist, modelli e modelle, camera oscura con possibilità di stampa con negativi fino al formato 20×25 cm.
L’Associazione offre inoltre la possibilità di organizzare viaggi reportage all’estero: India, Nepal, Filippine, Cuba, Thailandia, Marocco ecc. sono state le mete ultime in ordine di tempo. Numerose le collaborazioni con Enti, Istituzioni e privati: Comune di Roma, Provincia di Roma, Provincia di Potenza, Comune di Monteporzio Catone, Comune di Capalbio, ASL, Big Carrot, Mc Cain, Operà… L’Associazione promuove, gestisce ed organizza spazi espositivi di mostre fotografiche. L’Associazione è presente al Festival Internazionale di Cinematografia a Capalbio, alla Rassegna Cinematografica Cineporto a Roma, alla rassegna d’arte Rose’s Choice presso il Comune di Scontrone (AQ), varie esposizioni presso la galleria Croma in Via del Governo Vecchio a Roma, UGC Cine Cité di Roma, rassegna Jazz a Villa Celimontana Roma, Festival Internazionale di Fotografia Roma. Nel 2006 in collaborazione con l’Ambasciata Italiana e l’Istituto per il Commercio Estero, l’Associazione era presente con proprie mostre di fotografia all’interno di un rassegna sulla cultura italiana  presso l’università di Pechino. E’ stata presente inoltre con proprie produzioni video al Festival del Corto di Finale Ligure ed alla Festa del Cinema di Roma. Nel 2009 organizza la prima edizione di CascinaFarsettiArt con il patrocinio del Comune di Roma in collaborazione con Amnesty International, Radio popolare, I sapori del Mondo.

3)Non pensi che ci siano poche donne nella fotografia?

Si, come nella generalità del mondo del lavoro. Nelle professioni autonome il dato è ancora più evidente. Il fatto diventa allarmante se si considera la maggiore scolarità del mondo femminile. Che dire, viviamo ancora in una società profondamente sessista al di là delle apparenze.

4)La situazione politica-sociale-economica si riflette sulla fotografia, sia come linguaggio fotografico che come scelta editoriale dei fotoeditor?

E’ del tutto evidente che “l’immagine ” che verrà pubblicata all’interno di un prodotto industriale editoriale  non dovrà in alcun modo porsi in contraddizione o in concorrenza con le inserzioni pubblicitarie, i finti redazionali ecc. Tutto ciò danneggerebbe i veri soci occulti di molte proprietà e redazioni giornalistiche che sono le agenzie pubblicitarie che gestiscono il portafoglio delle aziende inserzionistiche.  Le immagini non devono compromettere in alcun modo l’efficacia del messaggio pubblicitario. Conseguentemente il ruolo del fotoeditor ne risulta fortemente condizionato.

5)Come dovrebbe essere il reporter perfetto?

Ho difficoltà nell’immaginare un reporter perfetto, credo che una precondizione sia quella di essere disposto a mettersi costantemente in discussione, cioè non avere verità precostituite sulla realtà del mondo ed essere curioso al punto di immaginare che ogni realtà indagata fosse anche la più banale può diventare un racconto unico e irripetibile. In sostanza rendere eccezionale ciò che è normale. Credo che la modestia, l’umanità, la sincerità e l’onestà intellettuale devono accompagnare il lavoro del reporter tutta la vita.
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AUTORI:INTERVISTA A IVO SAGLIETTI

Ivo Saglietti nasce a Tolone, in Francia nel 1948. Fino al 1978 dirige di documentari a sfondo sociale, poi passa ala fotografia di reportage. Nel corso della sua attività realizza reportage, mostre, pubblicazioni e missioni fotografiche in Salvador, Nicaragua, Cuba, Libano, Palestina, Cile, Colombia, Haiti, Uganda, Benin, Tanzania, Kosovo, Macedonia, Marocco, Uzbekistan, Nigeria, Ghana, Russia. Tra i suoi progetti più importanti, è in Cile tra il 1986 e il 1988 per documentare la situazione del Paese durante la dittatura di Pinochet.Tra il 1990 e il 1992 è in America Latina per una ricerca fotografica di taglio sociale, politico ed economico a 500 anni dall’arrivo di Cristoforo Colombo. Per due volte vincitore del World Press Photo, del premio Fotografi al servizio della pace e della giustizia, del Grant della Fondazione Arte di Anversa, nel 2000 diventa membro associato dell’ agenzia tedesca Zeitenspiegel e di Prospekt nel 2005.

1)Raccontaci il reportage da quando eri un fotografo alle prime armi ad oggi.

Quello che ricordo meglio di quando ero (ero?) un fotografo alle  prime armi era la mancanza cronica di denaro, poi per fortuna le cose si sono stabilizzate nel senso che il denaro è continuato a mancare ma io non ci ho più fatto caso. Per la verità quello che mi sembra manchi oggi, almeno per quanto mi riguarda, è la possibilità di inseguire e seguire le proprie passioni, i propri sogni e la propria libertà: “mettiti in tasca una manciata di pellicole e vai per i mondo” era l’insegnamento scatenante di HCB, ed io lo seguito alla lettera, tutto quello che chiedevo erano 50 rulli di Tri-X e un biglietto d’aereo.

2)Nasci come regista di documentari ma poi decidi di passare alla fotografia di reportage. Come mai questo passaggio di “strumento”?
Pensi che il linguaggio fotografico meglio rappresenti le tematiche sociali rispetto al linguaggio cinematografic/documentaristico?

Avevo lasciato la Arriflex 16 per la Leica, sono per carattere solitario, e la macchina fotografica anche lei solitaria (e molto più leggera) mi sembrava più adeguata, meno indiscreta e più disponibile alla riflessione e alla soliderietà. La mia borsa è leggera: due Leica M e pochi obbiettivi,  ho due 35mm: un Summaron 3.5 e un Summicron asph. 2 più il 50mm e il 28mm 2, uso da sempre una sola pellicola in B&N che faccio sviluppare in laboratorio, per il medio formato, ho  una ALPA e una Hasselblad SWC. Devo riconoscere che il cinema, assieme ai libri,  è stata una grande passione, è lo è tuttora, devo molto ad alcuni registi, Bergman, Antonioni, Tarkosky, ma soprattutto Angeloupolos, i suoi lunghi piani sequenza il suo stile narrativo a volte mi accompagnano durante tutto un viaggio, (assieme  ad Albert Camus, che considero la mia guida spirituale) e anche dopo nella scelta delle fotografie da stampare, mentre guardo i contatti ascolto la musica dei suoi film. Di Angelopoulos poi la sua volontà di Resistere a volte mi consola, mi sostiene e mi sottrae alla depressione e  alla povertà di questo Paese, di Sette e di mafiette.

3)”Ceuta, The doorway to the sky” o in “Bitter sugar” o in “Niger Delta H2Oil” tre lavori bellissimi che raccontano situazioni estreme,geograficamente lontanissime ma molto vicine per il dramma vissuto dai protagonisti, la lotta per la sopravvivenza.
Che esperienze sono dal punto di vista umano? Potresti raccontarci i tre lavori dal punto di vista stilistico e del linguaggio fotografico?

Ceuta ecc, ho creduto e credo che la fotografia, la fotografia di reportage,  abbia una profonda e insostituibile vocazione Umanistica, che debba raccontare dell’Uomo e del suo Destino, ricercandone e riportandone sempre, nella gioia e nella tragedia, la dignità. Quando mi avvicino a queste realtà, (Haiti è stato il paese più doloroso e dove ho sofferto di più) mi faccio sempre riconoscere, mi avvicino il più possibile, voglio che mi vedano e che siano coscienti che sto per fare fotografie che possano anche rifiutarmi se lo credono, mentre non credo molto nella compartecipazione dei “problemi e del dolore”, ma penso che alla base del mio lavoro, di essere li in quel posto e in quel momento  ci sia un profondo senso di  solidarietà. Lo stile e il linguaggio sono quelli del 35 mm Summaron un po’ di umiltà e molta gratitudine al sig. Atget, HCB, Eugene Smith, Rober Frank ecc.

4)Personalmente credo che il tuo stile e la tua capacità di utilizzare il linguaggio fotografico sia difficilmente riproducibile ma vedi un tuo possibile erede nel panorama italiano?

Purtroppo non ho capitali ne ho grandi proprietà, i miei eredi, se ci sono,  dovranno lavorare e lavorare e poi ricominciare a lavorare e ……

5)Vedendo i tuoi lavori e quelli dei maestri del passato fai mai un confronto con le nuove generazioni? Non pensi che te e pochi altri avete comunque segnato un epoca con il vostro stile, con la vostra ricerca, mentre  le nuove leve(tranne rare eccezioni) non sono troppe simili tra loro e forse troppo “alla moda”?

Ma sono poi così vecchio? comunque  una volta Doisneau, anche lui come me “un maestro del passato”,  mi disse: “…..quando i fotografi cominciano ad essere troppi, non si fanno più fotografie….”

Citta dei bambini (c) Ivo Saglietti

Cuba, Un bambino Ukraino vittima di Chernobyl, riceve cure e affetto da una dott.sa Cubana: Citta dei bambini Ore 06.30 am.

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AUTORI: INTERVISTA A MICHELE BORZONI

Il WSP ha il piacere di intervistare Michele Borzoni vincitore del People in the News: 1st prize singles. Membro di Terra Project.

1) cosa vuol dire vincere il WPP?

Il WPP e’ un bellissimo riconoscimento nel fotogiornalismo, qualcosa che ti da sicurezza, che ti invita a continuare a lavorare con maggior impegno e passione.
Per me questa e’ la prima volta quindi non so cosa cambiera’, se cambiara’ qualcosa. Certamente e’ un bell’incitamento ad andare avanti su questa strada.

2)Hai già in mente nuovi lavori?

Al momento voglio continuare il lavoro sul Kashmir, cercando pero’ di continuare a lavorare in Italia, cosa che ho sempre fatto con molto piacere.

3)Al giorno d’oggi basta la storia per vincere il WPP o serve anche un attenta post-produzione?

Credo che la storia sia essenziale. Specialmente quest’anno credo che ci sia stata una attenzione particolare all’immagine e alla storia piu che alla post-produzione.

4)Quest’anno l’Italia ha portato a casa numerosi riconoscimenti tra primi premi e  piazzamenti, è segno che il nostro panorama sta mutando, avanza una nuova generazione di fotografi?

Forse, anche se e’ ancora molto presto per dirlo. Certamente 10 premi sono tanti, credo mai cosi tanti fino ad oggi.

5)Parlaci del lavoro che hai presentato al WPP.

Gennaio scorso ho deciso di passare del tempo nel Kashmir assieme a Sumit Dayal, un fotografo indiano originario del Kashmir, con cui ho studiato all’ICP.
In Kashmir ormai dai primi anni 90 la popolazione lotta per avere piu autonomie nei confronti del governo indiano, ho deciso cosi di concentrarmi su questo, sull’imponente militarizzazione della regione e sulla contrapposizione con la bellezza dei sui paesaggi e della sua popolazione.
In particolare la foto vincitrice e’ stata scelta da una serie che raccontava gli scontri che avvengono praticamente ogni venerdi, dopo la preghiera, a Srinagar.Il ragazzo ritratto, che nasconde il volto dietro ad una maschera per non essere riconosciuto, si stava riparando dal lancio di lacrimogeni della polizia.

6)Una breve biografia, i tuoi studi fotografici, i tuoi autori di riferimento.

Michele Borzoni e’ nato nel 1979 a Firenze. Nel 2006 Si diploma presso l’ International Center of Photography in Documentary Photography and Photojournalism Program in New York. Durante il corso degli studi svolge un internship con Jonas Bendiksen/Magnum Photos, e sempre nel 2006 partecipa all’Eddie Adams Workshop, Barnstorm XIX, NY. Vince il First Prize Yann Geffroy Award 2007 con il lavoro “Srebrenica, sete di giustizia” e la New York Times Scholarship for ICP students. Vincitore della Tierney Fellowship 2009 e’ membro del collettivo TerraProject dal 2006. I suo lavori sono pubblicate su numerose testate italiane e internazionali, come: Newsweek, LeMonde 2, Geo, Io Donna, D, Vanity Fair, etc.  Vive a Firenze con Francesca e sua figlia Tessa.

(c) Michele Borzoni

AUTORI: INTERVISTA A STEFANO DE LUIGI.

Il Collettivo WSWP ha il piacere di intervistare Stefano De Luigi vincitore del Contemporary Issues 2nd prize singles con la sua fotodella giraffa uccisa dalla siccità in Kenya per VII Network for Le Monde Magazine.

 

1) cosa vuol dire vincere il WPP?
Vuol dire vincere una “lotteria” . Ogni anno la giuria del WPP cambia e la personalità del presidente oltre che quella dei giurati influenza molto le scelte estetiche. Quindi non sempre , visto che si tratta di giudizi soggettivi anche se espressi in modo collegiale, le scelte corrispondono ad un reale bilancio di quello che di meglio si è prodotto nell’anno.
Ma come per ogni attività del genere umano anche il giudizio del WPP può a volte essere incompleto e parziale e lasciarsi dietro dei lavori importanti che purtroppo non vengono premiati. Da qui l’idea che vincere al WPP è un pò come vincere la lotteria. Più concretamente vincere al WPP per un fotogiornalista rappresenta uno dei più alti momenti di visibilità internazionale. Opportunità che se accade ad un giovane vuol dire la possibilità concreta di lanciare la sua carriera e confortarla nei momenti duri che potrà affrontare in seguito.

 

2)Hai già in mente nuovi lavori?
Per fortuna si, anche se questa fase storica che il fotogiornalismo e direi più in generale il giornalismo sta vivendo, rappresenta un vero spartiacque. Mai come oggi la professione sta cambiando in profondità. Quindi è difficile immaginare dei progetti che vedano in qualche modo coinvolti i giornali. Per me i giornali hanno avuto una parte sempre molto importante nei progetti che ho realizzato in passato. Tutti i miei lavori (forse con l’eccezione del lavoro sulla cecità) sono stati pubblicati a puntate sui giornali che sono stati anche gli sponsor naturali di questi progetti.
Oggi la situazione è decisamente cambiata e forse dovrò cercare degli sponsor a dei progetti che rimangono giornalistici in altri settori del campo della comunicazione. E’ triste ma è così.

 

3)Al giorno d’oggi basta la storia per vincere il WPP o serve anche un attenta post-produzione?
Il WPP viene dato alla storia, alla qualità fotografica, alle capacità di ogni singolo fotografo a sintetizzare ed enfatizzare e testimoniare un avvenimento pubblico o privato. Non mi sembra ci sia un WPP dei post-produttori. E’ vero che si comincia a parlare di scuola italiana del colore come verso la fine degli anni 90 si è parlato di scuola danese (per il B/N) nella post produzione. Direi che fa parte della nostra tradizione, della nostra storia artistica. Giorgione, Caravaggio, Pontormo ci siamo cresciuti dentro, mica è colpa nostra se i nostri post produttori hanno negli occhi immagini di una tradizione che è italiana. Ma non invertiamo i fattori, al WPP vince la storia non i post produttori.

 

4)Quest’anno l’Italia ha portato a casa numerosi riconoscimenti tra primi premi e  piazzamenti, è segno che il nostro panorama sta mutando, avanza una nuova generazione di fotografi?
Le nuove generazioni sono frutto di una dinamica, di un “movimento” in moto da diversi anni. Io sono “orgogliosissimo” di essere il decano dei fotografi italiani che hanno vinto quest’anno. Vuol dire che dietro di me sta crescendo una generazione importante, e vuol dire anche che la mia generazione ha lavorato bene ed ha trasmesso dei valori e delle nozioni importanti. Credo sia un bel momento per la fotografia in Italia, ed è giusto esserne contenti.

 

5)Parlaci del lavoro che hai presentato al WPP.
E’ un reportage realizzato nell’ottobre scorso con il giornalista Emilio Manfredi sulla grave siccità che sta colpendo il nord del Kenya. Considerato nel mondo occidentale come il giardino dell’africa ed il paradiso naturalistico dalle migliaia di turisti che ogni anno visitano i suoi parchi naturali ci è parso giusto spostare l’attenzione sul dramma che a qualche centinaio di kilometri a Nord si stava consumando. I greggi delle etnie che vivono intorno al lago Turcana le grandi bestie (elefanti e bufali in particolare) che vivono nei parchi e l’ormai drammatica situazione della regione kenyota a ridosso della Somalia sono rappresentativi di un disastro naturale che è in corso da diversi anni (non piove da due in quelle regioni). Abbiamo proposto la storia a Le Monde magazine con il quale collaboriamo regolarmente e forse, anche la concomitanza con la conferenza sul clima di Copenaghen del dicembre successivo ha fatto un pò il resto.

 

6)Una breve biografia, i tuoi studi fotografici, i tuoi autori di riferimento.
46 anni nato in Germania, cresciuto in Italia (Roma) vissuto in Francia per 8 anni dai 23 ai 31. Lavorato con diverse testate internazionali tra cui Stern Paris Match Time e New Yorker. Pubblicato due libri (Pornoland 2004 Contrasto/ Blanco  2010 Trolley) Due anni di Istituto superiore di Fotografia a Roma.
Autori di riferimento:
William Egglestone, Daido Moryiama, Robert Frank, Gary Winograd.

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Stefano De Luigi

NUOVI AUTORI: INTERVISTA A MARCO VERNASCHI

Intervista a Marco Vernaschi vincitore del General News: 1st prize stories al World Press Photo.
Torinese classe ’73, ma al momento di base a Buenos Aires. “West Africa’s Achilles’ Heel” è il suo tema a lungo termine, mostrando come il traffico di cocaina sia una fonte di finanziamento del terrorismo internazionale. Nel corso degli anni ha documentato il lavoro del presidente boliviano Evo Morales (“Broken Promises“) nel combattere la droga e come gli indigeni siano costretti dalle circostanze,come l’aumento del consumo e la mancanza di alternative, a coltivare la coca. In Madagascar ha mostrato lo sfruttamento della prostituzione giovanile. Al momento lavoro con il Pulitzer Center su una campagna sulla mortalità materna.
1) Cosa vuol dire vincere il WPP?
Vincere il WPP vuol semplicemente dire che hai presentato un lavoro interessante, con un editing forte e che hai avuto la fortuna di essere selezionato. Certo, se la storia presentata e’ di forte impatto, le possibilita’ di vincere aumentano esponenzialmente. Penso conti anche quanto il reportage sia stato distribuito e visto dagli editori, che poi sono i menbri della giuria… Vincere il WPP vuole anche dire che ti si aprono molte porte; gallerie, agenzie, editori, collezionisti, etc. Penso stia alla saggezza di ognuno saper nuotare nella corrente… senza affogare.
L’obbiettivo del WPP e’ premiare quelle storie – o singole immagini – che si sono distinte durante l’anno. L’errore di moltissimi fotogiornalisti e’ considerare il WPP come “L’OBBIETTIVO”. Io lo vedo piu’ come una conseguenza.
2) Hai già in mente nuovi lavori?
Si, infatti sto rispondendo a quest’intervista dall’Uganda. Sono qui da due mesi e tra pochi giorni andro’ in DRCongo, per altri due mesi. La storia a cui sto lavorando e’ ancora piu’ complessa di quella realizzata in Guinea-Bissau, e in qualche modo fa sempre parte del ciclo sui traffici illegali in Africa. Sto lavorando sul traffico d’organi finalizzato ai rituali. Una storia macabra e surreale – un fenomeno che non ha nessuna radice culturale – in cui bambini vengono quotidianamente uccisi o mutilati selvaggiamente, o venduti. Oltre alla parte fotografica ed agli articoli, sto producendo e co-dirigendo un documentario video sul tema, che sta filmando e co-dirigendo un mio caro amico e collega, Sebastiano Vitale. Penso che affrontare una storia del genere abbia un senso se lo si fa con angoli diversi ed un linguaggio completo.
3) Al giorno d’oggi basta la storia per vincere il WPP o serve anche un attenta post-produzione?
La post-produzione e’ un complemento necessario della fotografia moderna. Senza un’adeguata post-produzione non si puo’ parlare di immagini “finite”. Sarebbe come cucinare l’impasto di una torta senza cuocerla nel forno…
4) Quest’anno l’Italia ha portato a casa numerosi riconoscimenti tra primi premi e  piazzamenti, è segno che il nostro panorama sta mutando, avanza una nuova generazione di fotografi?
Il nostro panorama… Che dire. Beh, l’Italia ha un bel gruppo di grandi fotografi. Alcuni sono tra i piu’ interessanti ed innovativi sulla scena internazionale. Peccato che – come spesso succede nel nostro Paese – a causa della forte mentalita’ provinciale questi fotografi siano prima riconosciuti all’estero, poi una volta riconosciuti vengono presi in considerazione dagli editori italiani. In paesi come la Danimarca, che ha buoni fotografi, ma sicuramente meno creativi ed innovativi, i fotogiornalisti sono celebrati, aiutati e vezzeggiati. Da noi sono ignorati. Ma fortunatamente questo lavoro prescinde dai confini nazionali.
5) Parlaci del lavoro che hai presentato al WPP.
Il lavoro che ha vinto il WPP ha fatto rumore per due motivi: il traffico di cocaina in Africa non era mai stato documentato prima, e l’accesso alle situazioni e’ stato ottimale. Non mi piace parlare troppo dei lavori fatti. Penso che sia piu efficace scorrere le immagini e tuffarsi nella storia, se la si vuole capire.
6) Una breve biografia, i tuoi studi fotografici, i tuoi autori di riferimento.
Autodidatta. Non ho mai studiato fotografia, e ho imparato scattando e viaggiando. Ho studiato all’Istituto Europeo di Design di Torino, specializzandomi in Illustrazione. Ma questo ha in qualche modo aiutato. I miei autori di riferimento: tantissimi. J. Koudelka, P. Pellegrin, T. Parke, A. D’Agata per menzionarne alcuni.

West Africa's Achilles' Heel (c) Marco Vernaschi

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Marco Vernaschi