Intervista a Paolo Marchetti

© Paolo Marchetti - The price of Vanity

© Paolo Marchetti – The price of Vanity

WSP Photography, l’intervista al fotoreporter Paolo Marchetti, III posto World Press Photo 2015 categoria Natura – stories e ultimo vincitore dell’Alexia Foundation Grant. Intervista a cura di Massimiliano Tempesta.

1- Terzo posto nella categoria “Nature – stories” una categoria un po’ “particolare” per un reportagista.

Non trovo che il mio progetto “The Price of Vanity”, la mia investigazione sugli allevamenti intensivi delle specie animali destinate al business dell’alta moda sia particolare né tanto meno inusuale rispetto alle mie produzioni precedenti. L’investigazione e l’approfondimento giornalistico credo non abbiano mai motivo di essere distinti in categorie, se non in un concorso fotogiornalistico appunto.
Questo perché il valore fondamentale dei
progetti reportagistici d’inchiesta sia semplicemente espresso dalla denuncia di un contenuto piuttosto che dall’argomento trattato, questo a prescindere da quanto sia nuovo quell’argomento all’interno della produzione storica di un fotografo. D’altronde quello che mi preme è raccontare storie capaci di innescare una reazione, ma soprattutto mi preme aggiungere domande concrete a dibattiti che spesso si sono interrotti o addirittura vengono ignorati.
Trovo inusuale invece, ma questo credo sia il valore aggiunto del mio progetto, il fatto che solitamente troviamo all’interno della categoria “Natura” storie che elogiano la magnificenza del mondo animale e del suo habitat, mentre il mio tentativo è quello di porre il fuoco sulla posizione di assoluta prevaricazione, di spietato dominio e di
assoluto fallimento da parte dell’uomo nei confronti di madre natura.

2- Il lavoro premiato fa parte di un progetto più ampio: ci puoi svelare la genesi e lo stato dell’arte di questo lavoro?

“The Price of Vanity” è un lungo e difficilissimo percorso all’interno degli allevamenti intensivi delle specie animali destinate all’immenso business dell’alta moda. Sto tentando di raccontare nel mondo, sia geograficamente, coprendo questo settore industriale a livello continentale, che per quanto riguarda la lunghissima lista di specie animali coinvolte da questo gigantesco business. Ho suddiviso il progetto in X capitoli ma solo strada facendo capirò a che punto vorrò o dovrò fermarmi.
Di fatto ciò che voglio sottolineare è il
massacro a norma di legge e la grande ipocrisia che l’uomo racconta a se stesso in nome del lavoro. Lo ha sempre fatto d’altronde, in nome delle ideologie e dello sviluppo, l’uomo ha prontamente sempre trovato delle “buonissime ragioni” per abusare e distorcere certi valori. Quello a cui invito a riflettere è se servono nuove ed altre leggi perché il sacrificio di milioni di animali ogni anno possa cessare. Il protocollo di Washington, il CITES, a quanto pare non basta ed inoltre regolarizza tutto questo ma le mie domande sono le seguenti:
Serve una ulteriore legge per interrompere questo massacro?
Basterebbe forse una concreta presa di coscienza da parte dei cittadini o abbiamo sempre bisogno che le autorità ci dicano cosa è giusto e cosa no?
È giusto conoscere la storia dei prodotti che compriamo o possiamo farci bastare il diritto all’acquisto dei prodotti stessi?
Davvero noi cittadini non siamo responsabili solo per il fatto che non è il nostro mestiere proteggere certi aspetti?
La nostra responsabilità si limita al ruolo che copriamo nella società o esercitare il diritto di cittadinanza nel mondo potrebbe cambiare le cose?
Dunque il mio progetto non vuole assolutamente attaccare l’alta moda, né le autorità competenti, semplicemente perché non sarebbe efficace, ci sono le leggi a proteggerli; voglio invece puntare il dito su di noi, il popolo, con la speranza che mostrargli la storia degli indumenti che riempiono i loro armadi, li spaventi e li induca a farsi una domanda in più la prossima volta che stanno per acquistare un prodotto, che sia il prossimo portafoglio in coccodrillo o altro.

3- Sei uno dei docenti della Masterclass del WSP Photography: com’è essere insegnante? Senti la responsabilità di formare nuovi fotografi?

Questa straordinaria esperienza, condivisa con i miei stimatissimi amici e colleghi Giovanni Cocco e Fausto Podavini, si protrae per un intero anno solare e l’atteggiamento con il quale mi sono posto nei confronti dei partecipanti è di colui che vuole soltanto condividere la propria esperienza ed instaurare una dinamica di scambio. Imparo moltissimo da questo e metto a disposizione tutto me stesso nel restituire, con cura e grandissima passione, a seconda dei differenti profili con i quali mi rapporto. Abbiamo stabilito un confronto che va oltre le lezioni mensili, scambiamo impressioni, idee, anche dopo esserci riuniti in un’aula. Trovo che l’onestà del nostro intento sia più importante del programma didattico che con fatica e attenzione abbiamo concepito. Insomma prima dell’abilità nel trasmettere certi valori viene l’esposizione diretta, umana e personale con ciascuno dei fantastici partecipanti. L’enorme regalo che sto ricevendo è ritrovarmi in un workshop retroattivo: imparo tanto quanto cerco di trasferire.
Con Giovanni e Fausto stiamo già pianificando la prossima edizione e abbiamo in serbo sorprese e innovazioni concrete. L’unica responsabilità che sento è quella di pormi alla pari sul piano umano e di toccare con assoluto rispetto, le corde intime degli studenti, le uniche che costituiscono il cuore di questa incredibile disciplina. Sento la responsabilità di innescare in loro “il pensiero” inducendoli a rinunciare alle sovrastrutture culturali e a dare a se stessi l’opportunità di aprirsi, esercitandosi a restare recettivi nei confronti della vita e non della fotografia. Questa, è solo un pretesto che concede grandi opportunità umane e culturali, espresse prima dagli aspetti antroposofici e solo poi, da quelli antropologici della disciplina stessa.
Condivido con Cocco e Podavini
l’intento di invitarli a leggere e nutrire la fotografia con ogni linguaggio, d’altronde se non si riempie il bagaglio emotivo con la cultura, non può germogliare nessuna immagine. È questo quello che credo.

4- Record di premi al WPP 2015 per gli italiani, sta cambiando qualcosa da noi o è un qualcosa di estemporaneo?

Trovo che non sia una sorpresa che la fotografia italiana si sia imposta nell’’ultima edizione del WPP. Ho cominciato a constatare l’assoluto valore dei miei colleghi italiani dal primo passo che feci anni fa nel mondo del fotogiornalismo e non. Mi sorprendo ancora moltissimo di quanto io sia circondato da tanta qualità e questo mi mette addosso una straordinaria e costruttiva spinta nel fare meglio, ogni giorno. Mi confronto da anni con la scena internazionale, frequentando festival, viaggiando e visitando le redazioni e stringendo direttamente rapporti con editori da tutto il mondo e posso garantire che questo è notorio a tutti. L’Italia, piccolo paese di un pianeta con una immensa scena di autori, sa esserci sempre e non nascondo che a volte percepisco una sorta di scomodità nel panorama internazionale. Basta far caso al numero di fotografi italiani nelle maggiori agenzie o sui podi dei più importanti concorsi internazionali. Siamo sempre lì e con un’indiscussa qualità nelle produzioni.
Siamo alle solite d’altronde, la nostra cultura supera lo sfacelo politico e tristemente lo spazio per l’eccellenza trova da sempre, la sua casa soltanto all’estero. Eccetto pochissime realtà, la nostra editoria non può concedere i giusti spazi a tanta profondità e le ragioni sono complesse certo, ma chiare a tutti. Di fatto questo lo sappiamo già, e soprattutto il discorso sull’editoria rappresenta soltanto un tassello del grande fallimento: la cultura e l’arte sono relegati ancora ad una dimensione di distrazione e non come fondamento nelle scuole o pilastro nell’educazione delle generazioni più giovani.

5- Nel 2016 parteciperai alla categoria “sport” del WPP? Tornando seri, cosa stai preparando per il 2015?

Posso piacevolmente raccontarvi che i miei piani per il 2015 sono saltati, dovrò dunque rivedere i miei piani. Il WPP e l’Alexia Foundation Grant hanno innescato un positivo disordine nei miei programmi, dovrò dunque “risolvere questi intoppi” e affrontarne le straordinarie conseguenze. Scherzi a parte, sono già all’opera sui nuovi capitoli del mio progetto “The Price of Vanity ” e l’obiettivo è quello di trasformarlo in un solido corpo di lavoro, un report che tratta un argomento specifico senza precedenti e capace di far riflettere, emozionare ma soprattutto informare.
Come già detto, è già in fase di studio la programmazione del
successivo Master di Reportage con gli amici e colleghi Cocco e Podavini, ci stiamo confrontando sul bagaglio fatto in questa esperienza ancora in corso, e come è giusto che avvenga, vogliamo stravolgere positivamente ancora di più questo meraviglioso progetto.

Paolo Marchetti è un fotogiornalista freelance, ha lavorato per circa tredici anni nel campo cinematografico, ricoprendo ogni ruolo del reparto Operatori al fianco di alcuni tra i più  autorevoli direttori della fotografia italiani e stranieri e inizia in contemporanea i suoi studi fotogiornalistici prestando particolare attenzione alle tematiche politiche ed antropologiche. Marchetti pubblica regolarmente i suoi lavori nei magazine italiani ed internazionali tra cui Vanity Fair, 6MOIS, Sunday Times, British Journal of Photojournalism, Guardian, Geo, De-Spiegel, Newsweek, New York Times, Time Magazine e L’Espresso (con cui collabora abitualmente).
Negli ultimi anni Marchetti ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali tra cui, oltre agli ultimi premi menzionati:
4 POY, 4 PDN, 4 NPPA Best of Photojournalism, Sony Awards, il Leica Photographer Awards e il Getty Images for Editorial Photography.
Ha raccontato storie lontano dal suo paese, realizzando reportage in Brasile, Centro America, Cuba, Haiti, Stati Uniti, Europa dell’Est, India, Cina, Centro Africa, Colombia ecc. Il suo progetto a lungo termine lo ha realizzato nel suo continente, affrontando un’analisi antropologica e giornalistica sul sentimento della rabbia e sul risveglio del fascismo chiamato
“FEVER”. 

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Intervista a Marco Gualazzini

 “Marco Gualazzini – Getty Images Grants for Editorial Recipient 2013”

“Marco Gualazzini – Getty Images Grants for Editorial Recipient 2013”

Marco Gualazzini HeadshotNato a Parma nel 1976, Marco Gualazzini ha iniziato la sua carriera come fotografo nel 2004, con il quotidiano locale della sua città natale, Gazzetta di Parma. I suoi lavori più recenti includono la fotografia di reportage sulla microfinanza in India, sui media in Laos, nonché sulla discriminazione dei cristiani in Pakistan. I suoi reportage sono stati pubblicati in pubblicazioni nazionali e internazionali, tra cui Internazionale, Io Donna, L’Espresso, M (Le Monde), Newsweek Giappone, Sette (Corriere della Sera), The New York Times e Vanity Fair tra gli altri.Ha vinto quest’anno il prestigioso premio Getty Grant for editorial photography 2013 con il reportage M23 – Kivu: A Region Under Siege da cui sono tratte le foto in questa intrevista.

 “Marco Gualazzini – Getty Images Grants for Editorial Recipient 2013”

“Marco Gualazzini – Getty Images Grants for Editorial Recipient 2013”

Intervista a cura di Daniela Silvestri e Massimiliano Tempesta. Si ringrazia l’Agenzia Seigradi per la collaborazione.

  1. Cosa significa vincere un premio come il Getty Grant for Editorial Photography e cosa comporta, secondo te, per la tua professione e per il tuo progetto?

Penso che il Grant di Getty Images sia uno dei riconoscimenti più prestigiosi, e al tempo stesso, più utili per chi fa il mio mestiere. Perché non è solo un premio, ma è anche un supporto concreto all’attività di reportage.
Faccio tutt’ora fatica a realizzare che io, Mr. nessuno, lo abbia vinto. Poi però, se faccio un passo indietro, mi rendo conto che il grant non è per alimentare il mio ego di fotografo, ma mi è concesso perché io possa essere un ponte tra voi e quello che mostro. In questo paradigma io sono un semplice nunzio. L’importante è la testimonianza, la storia, il messaggio. I soldi mi aiuteranno a ritornare in Africa a cuor un più leggero, e a portare avanti il mio progetto. Ma l’Africa che vive in queste condizioni, per chi vuole fare il mio mestiere, è estremamente cara. Adesso so solo che alla mie spalle adesso ho uno dei migliori partner che un fotografo potrebbe desiderare, Getty Images,  e questo mi permetterà, per la prima volta di concentrarmi maggiormente sulle fotografie sul campo, piuttosto che la distribuzione o la presentazione di queste.

  1. Come nasce il progetto vincitore. Come mai il Congo?

Su di me il Congo ha sempre esercitato un grande “fascino”. Ho deciso di tornarci dopo una prima esperienza perché ho là dei legami affettivi. Missionari ai quali sono profondamente legato. Una terra sconfinata, con una storia estremamente tragica, di conflitti irrisolti, che si ripropongono in un qualche modo a cadenze quasi regolari da mezzo secolo, dai primi massacri tra Hutu e Tutsi degli anni 60 in Ruanda. Oltretutto quando mi avvicinai al fotogiornalismo, erano gli anni del genocidio, e i fotografi che più mi hanno ispirato, come Nachtwey o Gilles Peress, stavano lavorando proprio a Goma. Nachtwey dice in un’intervista, che dopo aver documentato il genocidio, si spostarono a Goma perché era appena scoppiata un’epidemia di Colera. E vittime e carnefici, erano mischiati tra loro, agonizzanti e morenti. Per lui fu come prendere un ascensore per l’inferno. Le foto di quel periodo sono scioccanti, e visto che furono proprio quelle le foto che mi fecero avvicinare a questo mestiere, sento di avere un obbligo morale nei confronti del Congo. Di base dal 2009 ad oggi non è cambiato praticamente nulla. Prima c’era il generale Nkunda, ora Kagame. Prima i ribelli si chiamavano CNDP, ora M23. Prima avevano gli anfibi, ora hanno scarponi di gomma. Cos’è cambiato? Il loro look, e i loro nomi. Ma hanno sempre le stesse facce.

  1. Quali sono le maggiori difficoltà che hai incontrato nel realizzare questo progetto e come pensi possa proseguire?

Non è facile muoversi in queste situazioni, non è facile muoversi in Africa, quindi parlerei innanzitutto di difficoltà logistiche. Sono stato fortunato però, ho incontrato persone che mi hanno notevolmente aiutato perché hanno sperato, sperano che attraverso la nostra testimonianza la loro situazione non venga dimenticata dall’opinione pubblica internazionale.

  1. Dalla tua biografia si legge che non hai frequentato nessuna delle famose scuole di formazione che ci sono in Italia ma hai fatto la gavetta. Pensi esista un percorso migliore rispetto a un altro?

Non saprei, non credo. Ognuno ha il suo percorso, non credo ce ne sia uno migliore di un altro. Sta a noi sapere cogliere le occasioni che ci si presentano davanti. Penso sia praticamente impossibile, se si chiedesse a due fotografi, come siano arrivati a pubblicare sullo stesso giornale, o a realizzare un servizio nello stesso posto, ottenere da entrambi la stessa risposta.

  1. Vale la pena raccontare tutte le storie che incontriamo? O ci sono delle storie che, anche se potenziali e belle, è meglio non raccontare? Quali potrebbero essere, a tuo parere, i motivi per non raccontare una storia?

Non credo ci sia motivo per non raccontare una storia che ci affascina o nella quale crediamo. L’unico ostacolo potrebbe essere un discorso etico d’approccio. A mio parere l’approccio etico ad una storia è l’unica cosa che ci legittima o meno a fotografarla. Poi però ognuno, dal fotografo al photoeditor, al lettore, ha la propria coscienza.

 “Marco Gualazzini – Getty Images Grants for Editorial Recipient 2013”

“Marco Gualazzini – Getty Images Grants for Editorial Recipient 2013”

Intervista a Sara Munari

 

(c) Sara Munari

(c) Sara Munari

Sara Munari è una fotografa e docente di fotografia nata a Milano. Docente di Storia della fotografia e di Comunicazione Visiva presso ISTITUTO ITALIANO DI FOTOGRAFIA di Milano e di Tecnica Fotografica presso l’Isgmd di Lecco. Collabora con l’Università Cattolica di Milano per alcune pubblicazioni. Dal 2005 al 2008 è direttore artistico di LECCOIMMAGIFESTIVAL per il quale organizza mostre di grandi autori della fotografia Italiana e giovani autori di tutta Europa. Organizza workshop con autori di rilievo nel panorama nazionale.
Due volte vincitrice del premio Roberto Del Carlo al Lucca Digital Photo Festival, con il lavoro “I delfini dormono con gli occhi aperti”, entra nella shortlist della Magnum Fundation per fotografi emergenti. Dal 2013 entra a far parte del collettivo Synap(see).

Intervista a cura di Daniela Silvestri e Massimiliano Tempesta.

1. Nel lavoro “I Delfini dormono con gli occhi aperti” hai scelto di utilizzare dei dittici. Come nasce questa idea?
L’ idea nasce dal fatto che girando per i due grandi zoo di Berlino, ho notato che spesso ci fosse l’ abitudine di riprodurre l’ animale reale su gadget di tipo differente. Spesso l’animale riprodotto sembrava più reale e vivo di quanto non fosse l’animale  in cattività nello zoo. Da qui la voglia di mostrare questo ripetersi di riproduzioni di animali. Fino a rendere quasi indistinguibile quale dei due potesse essere reale.

(c) Sara Munari

(c) Sara Munari

2. In “Place, Planner, Project”, vincitore a Lucca, porti avanti un genere fotografico più concettuale, inserendo anche elementi grafici. C’è comunque un filo comune che lega questo lavoro ad altri tuoi di genere reportagistico?
Ho ragionato molti su questa questione. Inizialmente ero preoccupata, ciò che rende il fotografo inconfondibile è spesso il suo stile ed il ripetersi del  proprio approccio alle cose del mondo. Io faccio fatica a rimanere legata ad un modo unico di comunicare quello che vedo. Credo di adeguarmi al soggetto e questo mi porta ad esprimermi sempre differentemente. Spero di non confondere troppo chi decide di seguire il mio lavoro e che nel tempo diventi proprio questa la caratteristica che mi contraddistinguerà. Non dovesse succedere, spero di continuare a divertirmi fotografando, per non rimpiangere di aver scelto questo modo di comunicare.

(c) Sara Munari

(c) Sara Munari

3. Nel lavoro “Di treni, di sassi e di vento” hai raccontato la realtà di un campo Rom. Come sei riuscita ad inserirti in questa comunità e quali sono state le principali difficoltà che hai incontrato?
A Tirana non ero sola, eravamo più fotografi ed ognuno ha tentato di interpretare la vita dei rom come ha creduto. Avevamo un contatto che parlava  decentemente l’italiano e l’albanese. Il problema era che qualcuno dei rom non parlava nemmeno albanese. Comunque, l’interprete non era sempre presente, tanto che la maggior parte della comunicazione è avvenuta gestualmente e tramite sguardi…talvolta eloquentissimi! Ovunque sia andata nel mondo, non ho mai sentito che la lingua come un limite alla comunicazione, forse, il fatto di non capirsi perfettamente, allunga i tempi. Durante i miei viaggi passare tempo a tentare di  comprendersi, fa parte del gioco. Per tornare ai rom, ogni giorno, come se andassi a bere il thè a casa di amici, portavamo qualcosa in dono.

4. Sei da poco entrata nel Collettivo fotografico Synapsee. Cosa pensi dei collettivi fotografici? Raccontare la realtà a più mani può essere un valore aggiunto nella realizzazione di un reportage?
Entrare in gruppo è stata sicuramente un’esperienza arricchente. Il confronto e la discussione sono ottimi metodi per crescere e capire meglio l’ effetto che il proprio lavoro fotografico sortisce. Non ho mai lavorato a più mani al medesimo lavoro, piuttosto abbiamo affrontato lo stesso tema, ognuno con la propria visione. Trovo che anche lavorare a più mani, potrebbe essere una bella esperienza, sicuramente ci proverò. Il confronto con gli altri del gruppo è stato, in questi mesi, molto spronante. Ci si sente più forti.

5. Nel 2001 apri Stazione Fotografica, dove oltre a svolgere la tua attività fotografica ti sei occupata di promuovere mostre. Come ti sei trovata nel ruolo di curatrice? È difficile in Italia portare avanti realtà simili?
Il mio lavoro da sempre corre su doppio binario, da un lato sono fotografa e dall’altro docente di Storia della fotografia, comunicazione e editing. Le due parti si integrano da sempre e mi hanno anche portata a curare mostre. Che un fotografo si affidi alle tue parole e capacità per presentare e spingere il suo lavoro, è davvero entusiasmante. Un atto di fiducia non indifferente. Non credo sia difficile la curatela in sé, piuttosto,  troverei difficile far funzionare una galleria, che si basa sulla vendita di fotografie. Trovo debba essere davvero un lavoro complicato, almeno per me e in questo periodo delicato, nel quale la possibilità di acquistare fotografie è davvero privilegio di pochi.

Intervista a Tommaso Protti (Vincitore Fotoleggendo 2012)

(c) Tommaso Protti - Turkish Blue GoldTommaso Protti è nato a Mantova nel 1986 e cresciuto a Roma. Il suo interesse per i problemi sociali lo ha portato ad ottenere una laurea in Scienze Politiche presso l’Università di Roma Tre nel 2010, e poi – in fotografia. Nel 2011 si trasferisce a Londra dove consegue un Master in fotogiornalismo e  fotografia documentaria presso l’Università di Londra / London College of Communication Arts. Ha lavorato in Italia e nel Regno Unito su una serie di storie, in Francia, su un progetto sui migranti clandestini e in Turchia per un progetto sulle risorse idriche, progetto con cui si aggiudica il primo posto al premio Fotoleggendo 2012. Attualmente vive a Roma ed è impegnato nella realizzazione di un progetto a lungo termine che documenta la regione sud-orientale dell’Anatolia.

Pubblichiamo di seguito l’intervista redatta da Massimiliano Tempesta, Collettivo WSP

1) Fresco vincitore dell’edizione 2012 di fotoleggendo con il lavoro “Turkish blue gold“, sulle conseguenze sociali ed ambientali della costruzione di alcune dighe sul fiume Eufrate.  Puoi dirci qualcosa di più su questo lavoro?

Il lavoro è il risultato di un lunga ricerca iniziata quattro anni fa quando studiavo scienze politiche all’università a Roma. Conseguita la laurea, che la tesi che aveva come tematica della discussione finale proprio il progetto GAP del governo turco, per irregimentare le acque dei fiumi Tigri ed Eufrate, decisi di andare in quelle aree per vedere con i miei occhi le dighe e capirne meglio le problematiche. Quel viaggio segnò profondamente la mia decisione di iniziare un percorso come fotografo e da allora mi sono convinto di poter raccontare con un linguaggio visivo una così complessa questione, di carattere prevalentemente geopolitico, come quella dello sfruttamento delle risorse idriche da parte degli Stati. Il progetto è infatti il tentativo di unire un’insieme di differenti realtà legate allo sviluppo di un mastodontico piano idrico indirizzato a modernizzare l’Anatolia sud-orientale, per metterne in luce le numerose contraddizzioni e tensioni che il progetto GAP sta producendo. I miei numerosi viaggi nella regione e l’incontro con la popolazione locale, specialmente quella degli sperduti villaggi curdi nelle provincie di Batman, Sanliurfa e Hakkari, hanno confermato le mie tesi iniziali e, grazie all’aiuto di alcuni cari amici italiani attivi sul territorio, sono riuscito a trovare la giusta strada per realizzare il progetto. Infine, sebbene ritenga il lavoro pressoché concluso, ho intenzione di continuare a ritornare in quelle aree e sviluppare un progetto a lungo termine che racconti il più verosimilmente possibile la situazione dell’intera regione.

2) A Fotoleggendo torna a vincere il fotogiornalismo, mentre il premio Pesaresi viene assegnato ad un lavoro che ha poco a che fare con il fotogiornalismo e che ha sollevato non poche polemiche, chi ha torto e chi ha ragione? Secondo te il fotogiornalismo è davvero morto?

Non credo che il fotogiornalismo sia morto. Continuo a vedere in giro lavori di grande qualità e profondità, e immagini di notevole impatto capaci di fra riflettere e rendere le persone più consapevoli delle problematiche contemporanee. Riguardo all’ultimo premio Pesaresi il mio giudizio è influenzato da una visione forse troppo romantica del reporter che, come diceva Riszard Kapuscinski, “copre” gli eventi consumando la suola delle scarpe. Detto questo, il lavoro premiato credo meriti attenzione e sia indirizzato nell’intento di informare e sensibilizzare su una tematica decisamente attuale come quella dei social network. Il problema, a mio avviso, è che si tratta di un lavoro più vicino alla fine art che al fotogiornalismo. Non vorrei sembrare poco delicato ma vedere quelle foto e sapere che non è stato il fotografo stesso a scattarle mi mette un pò a disagio. Magari sarò retorico e banale ma la mia personale visione del fotogiornalismo implica una testimonianza diretta di ciò che si osserva, si sente e si odora.

3) Con “Sinx, a positive chain reaction” ci descrivi la vita Shahan e della sua attività di “talent scout” di giovani musicisti londinesi. Sarebbe possibile esportare il suo metodo nella fotografia per far emergere i giovani?

Direi di si. La figura del talent scout è universale. Il sostanziale divario tra la realtà in cui opera Shah e quella del fotogiornalismo oggi sta nella differente capacità del mercato del lavoro di permettere un effettivo sostegno finanziario al talento che si vuole far emergere. Nel fotogiornalismo in particolare, specialmente a seguito della crisi della carta stampata, le risorse e le possibilità di guadagno sono sempre più esigue, con un incredibile numero  di giovani fotoreporter ostinati a seguire gli eventi (spesso oscurati dal mercato stesso dei media) e un limitatissimo numero di giornali in grado di pubblicare e dare lavoro a tutti.

 4)Quando hai scelto di fare il fotogiornalista?

Partiamo dal presupposto che non mi considero ancora un fotogiornalista. Vorrei poterlo diventare ma finchè continuo a guadagnarmi da vivere lavorando come barman e guida turistica, la mia è e continua a essere solo una fortissima passione. Dopo tutto, qualsiasi tipo di professione che si chiami tale ha bisogno di essere retribuita per essere effettiva, cosa che ancora non è per me con il fotogiornalismo.Se invece dovessi raccontare su come è scoccata la scintilla per il fotogiornalismo, il cosiddetto fuoco sacro della passione, mi vengono in mente tre momenti decisivi. Il primo a casa mia a Roma diversi anni fa sfogliando il libro “Passaporto numero 953647H” di Gianfraco Moroldo, trovato per caso nella libreria di mio padre. Il secondo di ritorno dal mio primo viaggio in Turchia tre anni fa quando iniziai ad usare per la prima volta la macchina fotografica per documentare e fui stregato dalla sua capacità di creare una così forte empatia fra me e la realtà. Il terzo, un paio di anni fa durante un viaggio nel sud Italia insieme a quello che considero, senza far nomi, il mio Grande Maestro.

 5)Nella tua formazione fotografica cosa ha inciso maggiormente?

Il mio è un continuo percorso di crescita tecnica, visiva e umana. Ogni esperienza, e ancora non ne ho fatte molte, sono tasselli fondamentali per raggiungere un giorno una certa maturità fotografica. Cerco di divorare quante più fotografie possibile, di far tesoro della capacità di alcuni fotografi di vedere e ripetere in una visione la sintesi di altre immagini . Ad ogni modo, finora ho avuto la fortuna di trovare lungo la mia strada un maestro fantastico che mi sostenuto e che mi continua a seguire, ed è grazie a lui se sono riuscito a migliorare come fotografo ed ad appassionarmi profondamente alla fotografia. Per il resto vengo da una famiglia che mi ha sempre permesso di esprimermi al meglio dandomi tutte le chance per coltivare le mie passioni, e questa infine è la cosa più importante che maggiormente mi ha aiutato e mi aiuta.

6)Sempre più fotografi producono multimediali dei propri lavori fotografici, ti ritrovi in questa tendenza? Il multimediale deve completare il lavoro fotografico o può essere indipendete?

Il multimediale è una grande realtà che assolutamente desidererei sfruttare e ritengo possa essere decisiva nell’evoluzione del fotogiornalismo stesso. Esistono ambiti quali i grant, i concorsi e le campagne di crowfunding  dove l’uso del multimedia è ormai diventato un indispensabile valore aggiunto in grado di dare risalto a tutto il lavoro. Il punto è che bisogna saperli fare e spesso e volentieri occorrono determinate capacità di post-produzione che solo in pochi hanno, e chi ce le ha se le fa pagare a caro prezzo. Per quanto riguarda il multimediale indipendente c’è un solo problema a mio avviso: e chi lo compra alla fine?

 

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AUTORI: INTERVISTA A GIULIO DI STURCO

(c) Giulio Di Sturco

Giulio Di Sturco è un trentenne fotografo italiano collaboratore dell’agenzia VII (Mentor Program), si divide tra Milano e New Delhi. Pubblica sulle principali testate nazionali ed internazionali. Vincitore nel 2009 del primo premio del World Press Photo nella categoria “Arts and Entertainment“, numerosi altri premi quali il Sony Award e il Premio internacional de Fotografia Humanitaria LUIS VALTUEÑA.

1)Conosci molto bene il sub-cotinente indiano e soprattutto l’India, grazie ai tuoi lavori(the great mother,vertical slum,forgotten people) anche noi ci samo fatti un idea un pò diversa da quella ufficiale o da quella “bolliwodiana”. Secondo te l’India è un gigante dai piedi d’argilla, visti anche i conflitti religiosi e le disparità sociali, o tra poco diverrà realmente una superpotenza?  

E’ dal 2006 che lavoro costantemente nel sub-continente indiano. Nonostante cio’ non posso dire di conoscere bene questa realta: e’ difficile conoscere uno stato come quello indiano con un’estensione geografica immensa e con quasi due miliardi di abitanti! “L’India è mille cose. È liberazione e dannazione, è distruzione e creazione” cosi Tiziano Terzani definiva l’India ed e’ proprio questo che mi affascina di questo paese. L’India è il luogo dove gioia e disperazione, bellezza e squallore si fondono; è il trionfo degli opposti in cui modernizzazione e crescita economica convivono dialetticamente con profonde diseguaglianza sociali, conflitti etnico-religiosi e un intenso sfruttamento ambientale. Credo che la strada che l’India deve percorrere per vincere questa sfida sia gia’ stata indicata dall’economista indiano premio nobel Amartya Sen: non c’e’ crescita senza sviluppo. Il concetto di sviluppo implica che gli effetti positivi della crescita economica devono essere utilizzati, attraverso politiche economiche e sociali, per innalzare gli standard di vita del maggior numero di persone possibili, in particolare di quelle piu indigenti e bisognose, assicurando loro quelle condizioni per poter scegliere l’esistenza che si vuole vivere. Cio’ significa garantire una serie sempre piu’ ampia di diritti sociali, politici ed economici. Solo in questo modo l’India potra’ incarnare un nuovo modello di superpotenza nello scenario internazionale e potra’ evitare di ripetere il triste copione di paesi in grado di accumulare capitale nelle mani di poche lobby politiche ed economiche attraverso lo sfruttamento di ampie fasce della popolazione.

2)Sei sempre riuscito a realizzare i lavori come li immaginavi?

No assolutamente. Penso a diversi casi nella storia della fotografia che c’insegnano quanto questo sia il piu delle volte impossibile, Mi viene in mente l’esempio del maestro Eugene Smith e della sua ossessione creativa per la “realta’” che ci ha lasciato lavori magnifici trascinandolo pero’ in un baratro di autolesionismo ed insoddisfazione. Per quanto mi riguarda, m’impegno ad immaginare il progetto e a stabilire una serie di nodi centrali intorno a cui sviluppare la storia, una volta sul posto pero’ spesso ci si rende conto che la realta’ e’ diversa da quella che ci eravamo immaginati oppure ci sono spesso dei condizionamenti esterni che rendono impossibile realizzare il lavoro cosi com’era nei nostri piani. In quesi casi cio’ che conta e’ la capacita d’interpretare la nuova situazione grazie soprattutto al confronto con le persone che in quella realta vivono e che conoscono da molto tempo.

3)Ti è mai capitato che un tuo lavoro fosse completamente stravolto da come lo avevi pensato e realizzato?

In questi casi come ci si comporta? Devo ammettere di essere stato sempre molto fortunato in questo senso. Il segreto, soprattutto quando di realizzano degli assignments, e’ capire bene cosa ci chiede il committente e cosa si aspetta da noi, ovviamente senza abdicare a delle scelte individuali di stile e composizione. Quando invece lavoro sui dei progetti piu’ personali e a lungo periodo cerco continuamente pareri ed opinioni delle persone che stimo perche’ riescono ad avere uno sguardo piu’ lucido sul mio lavoro anche se la responsabilita’ sulle scelte finali ricade sempre su di me.

4)Nel 2008 hai vinto il primo premio nella categoria “Arts and Entertainment” con la foto di una modella nel backstage di una sfilata a New Delhi. Puoi raccontarci il backstage di quella foto? Cosa accadeva intorno mentre scattavi e perchè hai scelto quella e non un altra foto?

Ho scelto di fotografare il backstage della fashion week indiana perche’ mi piaceva raccontare l’impulso di un paese emergente come l’India ad entrare a far parte di un circuito economico e creativo tipico dell’Occidente riuscendo allo stesso tempo a caratterizzare la propria presenza attraverso espressioni stilistiche peculiari che fanno riferimento alla propria culturale locale. Era un modo per raccontare le dinamiche della globalizzazione partendo dalla moda. Il backstage era il cuore pulsante di tutto l’evento, la fucina creativa dove migliaia di persone lavoravano a pieno ritmo per il risultato finale. Tutti erano senza maschere per cui era piu facile cogliere l’essenza dei soggetti. Lo scatto della modella e’ stata anche una questione di fortuna, di trovarsi nel posto giusto al momento giusto come spesso accade in fotografia. Mi aggiravo per i corridoi e all’improvviso vedo questa splendida modella  che mi viene incontro correndo: era in ritardo e doveva entrare in passerella. Allora ho semplicemente scattato perche’ in quel momento quella modella rappresentava un’immagine di bellezza autentica, non costretta dentro rigide forme e posture ma colta nel divenire della sua quotidianita’

5)Una foto per descrivere il momento particolare che sta vivendo il nostro paese.

In questi ultimi mesi il nostro paese attraversa una fase di cambiamento evidente. L’effetto della crisi economica e il sempre piu’ accentuato distacco della classe dirigente dai bisogni reali del paese hanno coltivato un’insoddisfazione crescente che, se prima si taduceva in un atteggiamento di disillusione e di passiva accettazione dello status quo, ora si va canalizzando in nuove forme costruttive di partecipazione democratica. Per questo, se dovessi scegliere una fotografia che meglio rappresenti il nostro particolare momento storico, sceglierei sicuramente una delle fotografie apparse sui quotidiani nazionali il  30 maggio dopo la vittoria alle elezioni amministrative di Milano di Giuliano Pisapia che mostra Piazza del Duomo invasa dal popolo arancione composto da donne e uomini di generazioni diverse. A Milano sono molto legato perche’ e’ la citta’ che mi ha accolto per diversi anni e dove sono avvenuti  degli incontri significativi per la mia creascita umana e professionale. Inoltre ha un peso specifico importante per l’economia e di conseguenza la politica del nostro paese. Quest’immagine rappresenta per me la speranza nel cambiamento, la ribellione pacifica e democratica di un popolo che sceglie un modello di convivenza alternativo a quello dominante e torna a partecipare attivamente affinche questo possa tradursi in realta’. Ovviamente non credo che tutto questo avverra facilmente, senza ostacoli o delusioni. Credo pero’ che nessuna rivoluzione culturale possa  nascere ed evolversi senza uno slancio ideale e senza la speranza che qualcosa di meglio ci attenda in futuro.

WPP 2011: Intervista a Stefano Unterthiner

Nato in Valle D’Aosta, ha iniziato a interessarsi alla fotografia a 17 anni, continuando poi a coltivare questa sua passione negli anni degli studi. Si è laureato in Scienze Naturali all’università di Torino, dopodiché nel 2000 ha ottenuto il Ph.D. in zoologia all’Università di Aberdeen (Scozia). Terminati gli studi, ha intrapreso la carriera di fotografo naturalista, unendo la sua creatività alle sue grandi passioni: la fotografia e la natura.

Stefano Unterthiner è oggi considerato uno dei più originali e innovativi fotografi internazionali di natura. Viaggia regolarmente in tutto il mondo per realizzare le sue storie fotografiche. Negli anni, si è specializzato nel raccontare la vita degli animali selvatici, trascorrendo diversi mesi a stretto contatto con i suoi soggetti. Stefano è particolarmente sensibile alle tematiche di conservazione della natura, con particolare attenzione al rapporto tra l’uomo e la fauna.

1) Parlaci un pò di te e del tuo lavoro
Lavoro soprattutto sulla natura, e in particolare sulla fauna selvatica. Ho iniziato da autodidatta a 17 anni, poi non ho più smesso di fotografare. Le prime collaborazioni sono arrivate in Italia, prima con Oasis, poi con Airone. Sono professionista da oltre 10 anni e dal 2009 lavoro soprattutto con il National Geographic americano.

2) Quest anno sei arrivato secondo nella categoria “Nature stories” del World Press Photo con il lavoro “Whooper Swan”. Che difficoltà hai incontrato per realizzare questo lavoro? Quanto tempo hai impiegato per portarlo a termine?
Le solite… riuscire a raccontare la vita degli animali selvatici con scatti innovativi e cercando di mostrare comportamenti o situazioni mai documentate prima. Ogni lavoro, ogni nuova storia è un nuovo inizio, una nuova sfida. Soprattutto quando si deve realizzare una storia per il National Geographic. Ho lavorato per oltre 4 mesi su questa storia: 6 settimane in Giappone e 8 in Finlandia.

3)Da tempo si parla della crisi della fotografia, soprattutto del reportage, si citano sempre mille cause ma sempre pochi rimedi, nel settore del reportage naturalistico come è la situazione?
E’ difficile, soprattutto perché le riviste in Italia sono poche e chi comincia non ha riferimenti, non ha la possibilità di “farsi le ossa” con qualche rivista nazionale, imparare il mestiere, farsi conoscere. All’estero la competizione è tanta, ma il mercato grande e c’è sempre richiesta di immagini e storie di natura. Non penso però che ci sia una crisi della fotografia, né del reportage (forse c’è crisi di idee?). Al contrario: non mancherà, neanche in futuro, la richiesta di news e storie. In tutti i settori, non solo in quella naturalistica. Magari bisognerà adattarsi all’evoluzioni dell’editoria mondiale, però il mondo è “avido” di immagini e storie. Oggi, forse è solo più difficile emergere e vivere bene con il proprio lavoro.

4)Come nasce un tuo reportage? Quante fasi ci sono e quanto tempo passa tra la scelta del tema e l’effettiva pubblicazione?
Cerco di trovare delle storie che mi motivano, degli ambienti che mi affascinano. E cerco di trascorrere lunghi periodi sul campo. La prima fase è lunga ed è quella di ricerca e organizzazione del lavoro. Presento un progetto alla rivista e una volta ottenuto l’incarico inizia la fase “divertente” quella di campo. La pubblicazione arriva anche 6 mesi un anno dalla conclusione del lavoro: dipende molto dalla storia che hai realizzato e dalla rivista con cui lavori…

5)Progetti futuri?
Ho diverse storie che spero di realizzare presto con il National Geographic: la prima dovrebbe portarmi sulle Ande…

(c) Stefano Unterthiner

Intervista a Sandro Iovine – Parte II

Il Collettivo WSP intervista Sandro Iovine. Giornalista e critico fotografico, dirige la rivista IL FOTOGRAFO e insegna Fotogiornalismo e Comunicazione visiva. Collabora con RAI-RADIO 1 e IL MANIFESTO. È stato condirettore di F&C edita dal MIFAV-Università di Tor Vergata. Ha creato e diretto a Roma lo spazio espositivo Centro Fotogiornalismo, organizzando mostre in Italia e all’estero con, tra gli altri, Francesco Zizola, Riccardo Venturi, Paolo Pellegrin, Medici Senza Frontiere.
è autore e curatore del Blog: Fotografia: Parliamone!

In questi ultimi tempi si sta vedendo la nascita di molti collettivi fotografici, anche se in Francia il fenomeno è ventennale, o comunque stanno acquistando maggiore visibilità rispetto a prima, pensi che questo fenomeno possa dare nuova linfa alla fotografia, facendola uscire da alcune dinamiche che tu ben spieghi nel tuo blog?

Come l’influenza massiccia del potere politico/economico, la richiesta di foto neutre o che comunque narrino la sofferenza, ma che non sia occidentale.

Credo che il problema non sia che la sofferenza non sia occidentale, semmai che riguardi un target differente rispetto al quello di chi fruisce delle immagini. Semplicemente il lettore non deve potersi riconoscere in quelle immagini, deve avvertirle lontane. Che poi questo nella maggior parte dei casi significhi rappresentare la sofferenza come un evento che non riguarda occidentali è conseguenziale, ma il problema non è relativo all’appartenenza a una area geo-culturale in quanto tale. I collettivi mi lasciano perplesso. Da una parte perché ho difficoltà (nella piena coscienza che si tratti di un mio limite) a pensare al fotogiornalista in una forma differente dall’individualismo esaltato a potenza. Dall’altra constato con imbarazzo che a dispetto del mio pregiudizio si vedono in giro dei risultati abbastanza interessanti. Per quella che è l’esperienza personale continuo a non capire come possano convivere professionalmente più individui che si occupino di fotogiornalismo.

Nel WPP di quest’anno la foto vincitrice del Spot News: 3rd prize stories è la testa di una bambina morta che spunta dalla terra, fa parte di un lavoro più ampio dove comunque non mancano i cadaveri. Quello che vorrei sapere da te è se questa si può chiamare informazione, riportare i fatti, cronaca o è furbizia del fotografo e del photoeditor?

Innanzitutto a rigor di termini e se le parole hanno un valore (Spot News: 3rd prize stories) mi sembra alquanto improprio affermare che una singola foto sia vincitrice di qualcosa se fa parte di un servizio premiato nel suo insieme. Detto questo suppongo che in realtà l’argomento del contendere sia piuttosto la presenza di cadaveri e le questioni di tipo etico che da questa possono nascere. Ma non vedo perché prendere di mira proprio la fotografia di Mohammed Abed e non quelle di Walter Astrada (Spot News: 1st prize stories) con particolare riferimento a The body of a woman is carried away after being shot in Antananarivo on 7 February oppure a An injured man is helped to flee shooting in Antananarivo. O perché non alle immagini di Farah Abdi Warsameh (General News: 2nd prize stories) magari con particolare riferimento a questa.

Personalmente ho seri dubbi che la produzione di immagini in cui si indulga tanto nella rappresentazione della morte abbiano a che fare realmente con l’informazione. Nutro la convinzione che siano più destinate a stimolare un voyerismo macabro, o forse come dimostrano illustri precedenti (con le relative e discutibilmente argomentate smentite di rigore) di maggior spessore estetico, aspirano all’ingresso in ambiti espositivi che poco o nulla hanno a che vedere con il fotogiornalismo e molto di più con una remuneratività assai più interessante per il fotografo. Del resto la confusione costantemente alimentata intorno alla definizione dei confini del fotogiornalismo e della fotografia da vendere a caro prezzo in galleria è da qualche anno grande e non casuale. Agenzie e fotografia devono supplire al crollo delle entrate economiche in qualche modo. Quello che non riesco a capire è perché lo facciano in modo spesso pateticamente approssimativo e perché coinvolgano   la professionalità fotogiornalistica che nulla a che vedere con l’esposizione in galleria sottoposta alle leggi del mercato e di mercanti che se un domani scoprissero che vendere patate al  mercato risulta più remunerativo, probabilmente non esiterebbero un istante a riconvertire la propria attività. Il fotogiornalismo si sta dibattendo negli spasmi del trapasso nelle forme che lo hanno reso grande forma di comunicazione. Con tutta la buona volontà sostenerne oggi la tradizione è anacronistico. Ci sono straordinari fotografi il cui lavoro e le cui capacità non hanno più senso. Bene fanno a riconvertirsi in artisti, le capacità le hanno, ma per favore, anzi per carità, smettano di farsi chiamare fotogiornalisti. Quando si perde il confine che definisce la destinazione d’uso di queste immagini, si perde la credibilità, si rompe un patto etico stipulato tacitamente tra il lettore e il fotogiornalista: quando guardo le foto, sì anche quelle premiate al World Press Photo, sto guardando immagini prodotte per informare o pensate e realizzate per finire in una galleria ed essere vendute per appagare a caro prezzo le velleità di possesso di collezionisti forse in buona fede, forse in cerca di soddisfazione per le proprie <i>aberrazioni</i>. Il discorso è estremamente lungo e complesso a mio avviso e mi rendo conto che tentare di riassumerlo in poche righe dia adito a numerosi fraintendimenti possibili. Fra questi il fatto che io sia ancorato a posizioni conservatrici rispetto all’idea di fotogiornalismo, idea che non sento appartenermi. Quello che penso è che se è più che lecita una evoluzione delle forme di espressione dovremmo avere ben presente cosa le ha codificate e rese identificabili. Quando si comincia ad andare in una direzione che nega le basi costitutive di un genere, non ci si deve certo fermare. Basta trovare una definizione più appropriata alle nuove esigenze. Del resto la veicolazione delle informazioni contemporanea richiede necessariamente una ridefinizione del ruolo della fotografia in funzione dei media che la supportano. La preghiera è una sola smettiamo di chiamarlo fotogiornalismo soprattutto se questo implica funambolismi retorici autoreferenziali. Per quanto riguarda il photoeditor credo che in Italia questo termine (spesso difficile da reperire all’interno dei colophon identifichi una figura professionale costretta a sostenere un grosso carico di responsabilità senza per altro avere (spesso, troppo spesso) abbastanza ore di palestra sulle spalle per poterlo realmente sostenere. Non penso infine che ne photoeditor ne fotografi o fotogiornalisti mirino a pubblicare immagini scioccanti. Forse un tempo poteva avere un senso. Oggi che qualsiasi pubblicazione è di fatto di proprietà degli inserzionisti nessun photoeditor, grafico, impaginatore, redattore, caporedattore, direttore o editore si azzarderebbe a pubblicare immagini che rischino in qualunque modo di ridurre la propensione all’acquisto indotta da ieratiche pagine pubblicitarie. Ovvero nessuno metterebbe la foto della bambina morta tra le macerie da cui è partita la riflessione nella stessa pubblicazione in cui appare la pubblicità di una crema di bellezza o dell’ultimo modello di auto. Chi lo facesse andrebbe incontro alla sospensione della pianificazione pubblicitaria, in quanto immagini così tristi, riducono l’impatto alienantemente positivo che fiori di pubblicitari hanno costantemente creato intorno al prodotto. E siccome da molto i giornali non vivono certo di venduto edicola, ma di pubblicità… Per cui se per furbizia si intende una prorompente vocazione al suicidio professionale, beh, sì allora si tratta proprio di scelte da gran furbacchioni!

Leggi la prima parte dell’Intervista