Intervista a Silvia Landi

Spesso nel nostro blog ci occupiamo di segnalare e intervistare grandi autori e fotografi. 
Abbiamo pensato di iniziare a dar voce anche a giovani fotografi e nostri studenti, per raccontare le loro storie e cosa significhi, per un un nuovo autore, iniziare a muovere i primi passi nell’attuale mondo della fotografia.

Cominciamo con Silvia Landi, una nostra studentessa e amica di vecchia data, che da anni si sta impegnando in un percorso di crescita personale e professionale nel mondo della fotografia che le sta regalando diversi riconoscimenti, tra cui l’essere risultata vincitrice della borsa di studio della nostra Masterclass di reportage.

1) Parlaci del lavoro che ha vinto la borsa di studio.

Il lavoro che ho presentato per la borsa di studio si intitola “Tra fede e mistero” e le foto sono state scattate in Etiopia durante un workshop con Fausto Podavini. Si tratta di un reportage sui festeggiamenti del Timkat e San Giorgio, due tra le festività più importanti per i fedeli cristiani ortodossi etiopi. Ho assistito per la prima volta ai riti religiosi della comunità Etiope a Roma, diversi anni fa, ed è stata un’esperienze fotografica davvero coinvolgente ed entusiasmante. Così quando sono partita per l’Etiopia, sono andata a ricercare quelle stesse emozioni. Con le mie foto non volevo tanto raccontare la cronologia degli eventi e dei riti, quanto le sensazioni che respiravo in quei luoghi pieni di misticismo e mistero. È stata un’esperienza incredibile camminare in quelle strade millenarie, assistere alle veglie notturne, ascoltare le preghiere sussurrate negli angoli bui delle chiese rupestri di Lalibela e spero che il mio lavoro riesca a restituire, almeno in parte, quello che ho vissuto.

2) Sono già alcuni mesi che la Masterclass è iniziata un primo bilancio di questa esperienza?

La masterclass è un’esperienza molto stimolante e professionalizzante. A me personalmente, che ho iniziato a fotografare seriamente da pochi anni, sta dando la preziosa possibilità di confrontarmi con professionisti di altissimo calibro, che mi stanno aiutando a prendere coscienza delle mie capacità, ma anche dei miei limiti e della mia inesperienza dandomi degli strumenti utili per crescere. Fausto, Paolo  e Giovanni sono sempre molto disponibili a condividere tutto quello che sanno e non parlo solo di tecnica, ma di esperienze umane, che sono poi la parte più preziosa e difficile della fotografia. Poi c’è il fantastico contributo dei compagni di corso, con i quali ci facciamo tantissime risate, ma anche tante discussioni.È stato bello scoprire che questa masterclass è anche un luogo di pensiero, di riflessione, di confronto anche tra studenti, dove ogni partecipante è invitato a sperimentare, a condividere, ad esprimersi a superare i propri limiti con l’idea che si possa crescere anche dalle esperienze degli altri.

3) Che progetto stai sviluppando nel corso della Masterclass?

Durante la mastercalss ho deciso di sviluppare un progetto sul tema dell’obesità che ho iniziato circa un annetto fa, con molte interruzioni di percorso. È per me un tema difficile e delicato, che implica tantissime sfaccettature, chi soffre di obesità  vive moltissime difficoltà ed è spesso costretto a subire una sorta di discriminazione, frutto di pregiudizi, paragonabile a quella razziale e sessuale, tanto che in Inghilterra hanno coniato un apposito neologismo “pesismo”.  Quando ho portato le foto per la prima volta in aula, ero molto confusa, avevo molti dubbi su come procedere, anche perché sto raccontando l’obesità attraverso la vita di una persona afflitta da questa patologia, quindi volevo farlo con tutta la delicatezza e il rispetto possibile. Confrontarmi con i docenti e i compagni mi ha aiutata a trovare un percorso, un filo conduttore e anche a dare metodo a quello che prima facevo in modo più istintivo e disorganizzato. Sarà un percorso ancora molto lungo, questo tipo di progetti ha bisogno di molto tempo, necessitano del tempo che serve perché le cose accadano spontaneamente, del tempo per superare certe barriere psicologiche etc., ma è anche il tipo di progetto che a me stimola di più perché mi costringe a mettermi in gioco come persona.

Silvia Landi è nata 1974 a Varese, vive e lavora attualmente a Roma, dove si è laureata in psicologia e specializzata in psicoterapia. È approdata alla fotografia quasi per caso nel 2010 e si è formata frequentando diversi corsi organizzati dal Collettivo WSP Photography di Roma, e svolgendo diversi workshop in Italia e all’estero. La fotografia è per lei il mezzo elettivo per attraversare e conoscere mondi e vissuti sconosciuti, uno strumento per porsi domande più che darsi risposte, una via per conoscere se stessa e condividere esperienze.

Predilige il reportage sociale con progetti a lungo termine che le permettano di entrare profondamente in contatto con le realtà che fotografa. Inoltre, dal 2013, la fotografia è diventata strumento professionale anche nel campo della psicoterapia e della promozione del benessere, attraverso l’uso delle tecniche di phototerapy.

Ecco una breve selezione del portfolio “Tra fede e mistero”. 

Intervista a Bill Diodato

Pubblichiamo oggi, grazie all’interesse di Cecilia Palombo, che ci segue dagli USA, un’interessante intervista realizzata da Massimiliano Tempesta del Collettivo WSP al fotografo americano Bill Diodato, unita ad una selezione di immagini del suo reportage realizzato all’interno del ex Oregon State Hospital.

Bill Diodato è un fotografo americano nel settore commerciale e fine-art, il cui lavoro ha recentemente ricevuto una visibilità mondiale. “Care of Ward 81”, la sua prima monografia, si ispira al reportage della fotografa americana Mary Ellen Mark, che nel 1976 documentò la vita delle donne rinchiuse nel reparto psichiatrico femminile dell’Oregon State Hospital, anche conosciuto come la location del film con Jack Nicholson “Qualcuno volò sul nido del Cuculo”. “Care of Ward 81”, pubblicato dalla Golden Section Publishers, ha vinto il secondo premio all’Eric Offer Book Award, nella categoria Arte.

Pubblichiamo l’intervista sia in lingua italiana che inglese.

1) Lei è fondamentalmente un fotografo di moda e pubblicitario, però l’11 settembre del 2001 ha deciso di documentare gli attacchi terroristici alle torri gemelle.Ci può descrivere questa esperienza?

Quel giorno era in programma una sessione di scatto per Victoria’s Secret. In seguito all’attentato, l’impegno è stato cancellato così ho deciso di dirigermi verso sud per documentare i fatti. Qui a Manatthan eravamo tutti molto confusi all’inizio. Nessuno riusciva a capire cosa realmente stesse accadendo. Bisogna considerare che la tecnologia Smartphone non era ancora uso comune e l’unico modo per ricevere informazioni era telefonare a qualcuno che avesse ascoltato il notiziario. Ho preso la mia Contax g2 e la mia videocamera Sony3 e sono sceso in strada. Ho camminato per cercare un angolo non troppo vicino, dal quale riprendere la scena. Sono riuscito a trovare un punto alto nella parte ovest, vicino un cantiere ferroviario. In quel momento stava crollando la torre nord. Ero così sconvolto da quello che stava avvenendo davanti ai miei occhi che ho cominciato a correre verso il mio studio dimenticando di spegnere la videocamera. Quello che sono riuscito ad ascoltare nel mio filmato erano le urla di terrore, misto a rabbia e dolore, delle persone che incontravo lungo la strada. Ho mostrato il filmato al mio agente che mi ha subito messo in contatto con il canale CBS. In pochi minuti ero in diretta tv, dalla sala notizie della CBS, guardando il giornalista Dan Rather annunciare i tragici eventi della mattinata. Poco dopo l’FBI ha sequestrato tutto il materiale e solo di recente ho avuto indietro una striscia di pellicola e una copia del filmato. M’informarono che le immagini potevano essere utili allo sviluppo delle indagini. Oggi tutti conoscono nei dettagli ciò che ha provocato il crollo delle torri ma quella mattina né l’FBI né la Casa Bianca né gli americani sapevano cosa stesse avvenendo. Questa esperienza ha cambiato la mia vita. Dopo l’11 Settembre ho lasciato la città per un mese prima di poter affrontare un ritorno alla vita normale.

2) Il suo progetto personale “Care of Ward 81”, sul reparto femminile dell’Oregon State Mental Hospital ci sembra molto distante dal suo lavoro quotidiano. Come gestisce questo salto tra diversi stili fotografici?

La fotografia commerciale è business. La amo ma è completamente differente dalla fotografia Fine Art. Quando sono ingaggiato per uno scatto il mio compito é elaborare, attraverso le immagini il messaggio che il giornale vuole trasmettere, oppure penso ai numeri che il pubblicitario desidera raggiungere e creo un’immagine che possa colpire quel determinato marchio. Con la fotografia Fine Art fai solo quello che senti e di conseguenza le tue immagini sono costruite solo secondo quello che provi o al messaggio che tu vuoi trasmettere. Salvo che tu non stia lavorando a un progetto collettivo non è necessario che molte persone prendano delle decisioni per elaborare un’immagine. Tecnicamente parlando, per creare lo stato d’animo o il messaggio che vuole esprimere utilizzo sempre attrezzature diverse. Sorgenti di luce, macchine da ripresa e lenti. Non ho un particolare stile fotografico. Cerco di fotografare tutto quello che mi piace. Per esempio amo le donne, per questo scatto Beauty e Fitness, amo il design così come l’abbigliamento e quindi scatto Still Life e Fashion e amo ciò che significa l’arte per le persone. Per questo motivo prendo molto sul serio i miei progetti personali. Molte volte mi sono chiesto: “Perché devo decidere se scattare Food piuttosto che Still Life solo perché il mondo della fotografia commerciale dice che devi concentrare la tua esperienza soltanto su un settore per essere ingaggiato per un lavoro? Questo non è essere creativo, è opportunismo. Le persone creative superano questo concetto ed è solo per loro che desidero lavorare. Molte volte mi hanno detto che lavorando in questo modo lo stile fotografico s’indebolisce. Queste parole mi lasciano confuso. Io creo immagini, non scatto semplicemente fotografie. Solo perché un fotografo scatta sempre con lo stesso genere, non significa che sia più creativo o più qualificato di un altro. Questo vuol dire che il fotografo commerciale in molti casi è unidimensionale. Abbiamo degli standard specifici e dei codici tecnici da seguire, come un costruttore che deve conformarsi per costruire una casa. Un grande fotografo commerciale è più come un architetto. L’architetto crea il progetto. Ho lavorato con molti grandi Art Director e Photo Editor i quali sono in grado di vedere oltre il semplice genere fotografico e li ringrazio per la fiducia che mi danno e li amo per questo.

3) Il vero Bill Diodato viene fuori dai suoi lavori commerciali o dai suoi progetti personali?

Mi sento realizzato lavorando in entrambi i settori. Ho sempre detto che la fotografia è: “Il motivo per cui incontriamo le persone che incontriamo”. Mi sento molto fortunato per aver lavorato con molti creativi. Sono circondato da persone che m’ispirano, a prescindere dal progetto che mi viene commissionato.

4) Qual è stato il percorso che l’ha portato a questa professione e quali autori l’hanno influenzato particolarmente?

La mia passione per la fotografia è cominciata quando un mio caro amico, anch’egli artista, mi ha detto che possedevo una forte visione creativa e mi ha suggerito di intraprendere un percorso di formazione artistica. Sono stato fortunato perché mio padre mi ha permesso di studiare. Lui è stato il mio faro per tutta la vita. Ho trovato l’ispirazione in molti artisti come Irving Penn, The Becher’s, Sally Mann, Helmut Newton, Ed Ruscha, Cindy Sherman, solo per citarne alcuni. Sono stato anche molto influenzato dall’arte contemporanea, dal cinema e dalla cultura popolare.

5) Si parla spesso di crisi della fotografia di reportage, almeno in Italia, per colpa dei nuovi media e del digitale.Si sente di avvalorare questa idea? Il suo settore vive questa crisi?

Sono avvenuti molti cambiamenti a causa delle nuove tecnologie. Il lavoro che sta dietro la creazione di un’immagine, sta perdendo valore. La maggior parte delle notizie è letta su dispositivi di ultima generazione, con una risoluzione minore e su schermi luminosi, dove tutto sembra grandioso. Molti clienti non hanno più bisogno di assumere un fotografo quando hanno a disposizione decine di migliaia di persone il cui lavoro da un risultato “abbastanza buono” per questo tipo di dispositivi. La mia famiglia e i miei amici ad esempio scattano delle bellissime foto con i loro IPhone. Poi mi passano il telefono e mi chiedono di scattare loro una foto con gli amici. La guardano e mi dicono: “Tu saresti un fotografo? La mia foto è migliore della tua”. E la mia risposta è sempre la stessa: “Il fotografo crea immagini. Scattare foto con il telefono non è creare immagini”. Sono convinto che quando saremo saturi d’immagini il mondo della pubblicità vorrà elevarsi di nuovo e avranno bisogno ancora dei grandi artisti, per creare immagini per i loro marchi.

6) Trova particolari differenze tra la fotografia americana e quella italiana? Se sì, in cosa nello specifico?

Beh, questa è una domanda difficile perché io sono un fotografo di New York che è un mercato a sé stante. A tutti i migliori fotografi commerciali vengono commissionati dei lavori a New York. Ovviamente per il fotogiornalismo è diverso perché gli eventi accadono in tutto il mondo. Ci sono molti grandi fotografi italiani che hanno lavorato sia in Italia sia a New York come Paolo Roversi e Lucio Gelsi, per citarne alcuni. Sono sicuro che anche loro considerano New York come un paese di per sé, anche se fa parte dell’America.

1) You are above all a fashion and advertising photographer, but on September 11 2001 you decided to document the terrorist attacks on the twin towers . Can you describe this experience?

I was booked to shoot for Victoria”s Secret that day, the shoot was consequently canceled so I wanted to document what was happening. Here in Manhattan we were all very confused at first. No one knew what was going on and it all happened so fast. Keep in mind smartphones were yet to be common place so in the early moments of 9-11 you only heard what was going on by receiving a cell phone call from someone who saw the news channels. I decided to take my Contax g2 and my Sony 3 chip video processor. I walked around and tried to find an angle to take in what was happening but also not get too closet o the towers as people were nervous and trying to get away from the site. I was able to find a high vantage point over the west side railyards and just took it in. After I processed for a few moments I began to document. In that time frame I captured the collapse of the North Tower. I was so shocked at what I just witnessed I left the scene in a haze and started to walk back to my office never realizing that I had not turned off my video camera. What I ended up recording in that walk was the sound of mass hysteria, people screaming in fear, anger and heartbreak. When I reached my office my producer looked at the footage and immediately called my agent who put us in touch with CBS Television. Within minutes I was live in the CBS news room watching Dan Rather report the tragic events of that morning. I was so moved by his conviction. When I was in the newsroom word had come in that 10,000 people had been killed at the World Trade Centers and Dan Rather said “I will not bring that to the American people until we have confirmation” (fox news had erroneously reported that minutes later). While this was going on the FBI and the news editors looked over my footage and requested it… they took everything and I only recently received one strip of film back and a copy of a short video clip. They informed me that the images and footage could be very helpful in determining if there was a bomb in the towers. When the North Tower came down they saw an explosion and thought perhaps an explosion had collapsed the building as it seemed unfathomable that it could have collapsed any other way. By now everyone knows the many details of why the building came down but on that morning, in that moment, the FBI, the White House and everyday Americans had no idea what was really happening. I went home and watched the news. To my amazement I saw some of the footage I just had left in the CBS newsroom only minutes earlier. This was a life changing experience in many ways. I left the city for a month after 9-11 before I could mentally deal with coming back the city and like many others grappled with the meaning of life.

2)Your personal project “Care of Ward 81”, about women’s ward of Oregon State
Mental Hospital seems different from your daily work. How would you handle this jump between several photographic styles?

Commercial work is commerce. I enjoy shooting commercial work but is completely different from the Fine Art world. When I am hired for a commercial assignment I process the storyline the magazine provides me and create an image based on that storyline, or I think about the demographics an Advertiser is trying to reach and create the photograph that will hit those marks. With Fine Art you only do what you feel and consequently create images based on that feeling or message that you and only you want to convey. Technically speaking I use many different light sources, cameras and lenses to create the mood or concept I am trying to convey. I do not have one specific photographic style. I love many things so I photograph what I love, for example I love women of all kinds so I shoot fitness and beauty, I love the design and packaging of products so I shoot still life, I love clothes so I will shoot conceptual fashion and I love what art means to people so I take on serious art projects and book projects. I have asked myself many times in my career, “Why should I just photograph Still Life then within the still life genre shoot just food because the commercial world says that you need to shoot just food to be hired for a food assignment? That’s not creative, that’s pandering. The most creative people can see beyond that and those are the people I am interested in shooting assignments for. Many people have said that this diminishes ones specific photographic style. I have always been confused by this. I create images I dont take pictures. If some Art Buyers, Photo Editors and Art Directors need to see the exact picture they are hiring you for than they are not qualified to decide ones photographic style. Just because a commercial artist shoots in one genre only does not mean they are more creative or better at the genre than another creative person. It means the commercial artist in many cases is one dimensional. Commercial photographers are not unionized and have specific standards and techinical codes to follow for example like a homebuilder who ha sto conform. Great commercial photographers are architects and architects create. That said, I have worked with many great art director’s, art buyer’s and photo editor’s who can see beyond a specific genre and I credit them for my longevity. They trust me and I love them for that.

3) Do you feel more realized working on commission or on your personal project?

I do not feel more realized working on either. I have said many times that “photography is a reason to meet the people we meet”. I have worked with many creative people in my career and feel very fortunate to have worked with those creatives. I am in the creative world to surround myself with people that inspire me regardless of the project.

4) How is started your passion for photography? Are there artists who have inspired you?

My passion for the photographic arts began when a very special friend who was involved in the arts told me that I had a strong vision and i should pursue a creative career… I was then fortunate that my father allowed me to get an education and pursue the creative arts. My father has been my beacon throughout life. Many artist have inspired me such as irving Penn, The Becher’s, Sally Mann, Helmut Newton, Ed Ruscha, and Cindy Sherman to name a few but I have been most influenced by contemporary art, movies and popular culture.

5) In Italy we often talk about the crisis of photojournalism,due to new media and digital technology. What is your thought about that? Your field face the same problems?

Yes there are many challenges due to new media. It has for the most part taken away the craft of creating an image or story due to the fact that most media is viewed on smart devices with lower resolution on bright spectacular looking screens. Many clients no longer need to hire an “A” or “B” group photographer to shoot an assignment when there are tens of thousands of “C” and “D” group photographers whose work is adequate and still looks nice on electronic devices. My family and friends are great examples, they take great pictures with their Iphones, then they hand me their Iphone and ask me to shoot an image of them with their friends. They look at the picture and say: “You are supposed to be a professional photographer, my pictures are better”. My response is always the same: “I don’t take pictures I create Images, you take pictures with the iphone you don’t create images.” I am convinced that once the world is completely saturated with “pictures” that the advertising world will want to elevate itself again and eventually need the great photographic artists to create images for their brands

6) Do you think there are particular differences between the american and italian photography? If so,what specifically?

Well that is a difficult question because I am a NYC photographer and that is a market of its own. The best assignment photographers in the world come here (of course photojournalismhappens everywhere in the world so this is does not really apply to journalists). There are many great Italian photographers who shoot in NYC and in Italy. Lucio Gelsi and Paolo Roversi to name a few. I am sure if you asked these photographers they would consider NYC a country by itself even though it is attached to America.

Intervista a Tommaso Ausili

Tommaso Ausili è un fotografo, vincitore  del Sony World Photography Award 2010
(World Photography Organisation) nella categoria “Vita contemporanea”, con la serie “The Hidden Death” (la morte nascosta), dedicata all’uccisione degli animali nei mattatoi.
Inoltre, sempre con la stessa serie di foto è arrivato al terzo posto al Word Press Photo 2010.

1) Prima di tutto parlaci un pò di te, di come sei approdato alla fotografia dalla laurea in giurisprudenza. Quale è stata la scintilla?

Sono arrivato alla fotografia tardi, all’età di 30 anni e attraverso un percorso che alla fotografia non poteva arrivare da più lontano. Mi sono, infatti, laureato in giurisprudenza e ho lavorato per un anno in uno studio legale. Poi, però, ho realizzato che il percorso che avevo scelto non era quello per cui mi sentivo più incline. Ho deciso così di avvicinarmi alla fotografia, della quale fino ad allora ero un semplice fruitore, e della cui capacità evocativa ho sempre subito il fascino. Così nel 2000, dopo un illuminante conversazione in un bar in via nazionale con colui che reputo attualmente il miglior fotografo italiano (che malgrado non mi conoscesse ha accettato di incontrarmi e di darmi dei suggerimenti) che mi ha spinto a considerare e a valutare attentamente le mie motivazioni, ho deciso di provare a far parte di questo mondo, che mi era stato descritto molto affascinante ma anche molto difficile e competitivo. Mi sono così iscritto ad un corso triennale di fotografia e parallelamente ho lavorato come assistente per alcuni fotografi. Essendo approdato alla fotografia tardi la mia prima preoccupazione è stata quella di costruirmi una professionalità, di specializzarmi in un particolare settore della fotografia, prima ancora di sperimentare e di provare diversi linguaggi. Così all’inizio mi sono dedicato principalmente alla fotografia di viaggio e nel 2004 sono entrato a far parte dell’agenzia Sime, specializzata appunto in questo tipo di fotografia. Dopo qualche anno, però, quel bisogno di sperimentare, che avevo messo da parte durante gli anni degli inizi, ha cominciato ad affacciarsi e  rendersi più impellente e ho cominciato a pensare alla fotografia più come strumento per raccontare che per illustrare, e ho cominciato ad esplorare altre tematiche e altri linguaggi.

2) Vincere il Sony award e arrivare sul podio al WPP cambia la vita? Progetti futuri?

Vincere questi due premi è stata ovviamente una grande gioia: ho provato l’emozione di un sogno che – finalmente e inaspettatamente – si era realizzato. E’ ancora vivo dentro di me il ricordo della sensazione di incredulità quando ho letto la mail con cui mi annunciavano di aver vinto il 3 premio al wpp o di quando ho sentito pronunciare il mio nome come vincitore dell’Iris d’Or. RIcordo che quando visitavo le mostre del WPP sognavo (ma mai avrei immaginato) che un giorno anche le mie foto potessero essere esposte in quel contesto e viste da milioni di persone. Ora che questo è successo mi sono reso conto che a tanta visibilità corrisponde altrettanta responsabilità, e che questa deve essere uno stimolo ad andare avanti, a fare ancora meglio. Vincere questi premi è stato sicuramente un punto di arrivo ma allo stesso tempo deve essere l’inizio di un nuovo percorso, più consapevole. Tra i progetti futuri c’è sicuramente quello di continuare ad esplorare il rapporto uomo-animale e più precisamente l’uso che dell’animale si fa per migliorare la vita dell’uomo e la sua qualità. Il prossimo passo sarà dunque quello di uscire dai mattatoi e di entrare nei laboratori di ricerca, e di esplorare il mondo della sperimentazione animale, che mi sono reso conto essere un altro argomento molto controverso e su cui regna tanta disinformazione e pregiudizio.

3) Il pluripremiato lavoro “Hidden death”, è un lavoro strugente e che provoca forti emozioni. Qual è la sua genesi e come si sviluppa?

Avevo voglia di confrontarmi con un tema importante, un argomento universale, che riguardasse tutti senza distinzioni di epoche o territori. Ho scelto di raccontare l’uccisione degli animali per scopi alimentari perché mi sono accorto che, nonostante questa venga perpetrata fin da quando l’uomo ha mosso i primi passi su questo pianeta, è ancora un argomento controverso e non completamente accettato. In altre parole mi sono reso conto che nonostante siamo tutti consapevoli che le bistecche non crescono sugli alberi, tendiamo a rimuovere il fatto che ci nutriamo del frutto di un’uccisione e che la collocazione dell’uomo al vertice della catena alimentare provoca in molti un senso di colpa. Come se il pensiero della morte disturbasse la vita e quella ricerca della felicità, del benessere a tutti i costi a cui tendiamo. E, anche per questo motivo, ci permettiamo il lusso di poter porre un intermediario tra noi e la produzione del nostro cibo. Questo privilegio, però,  ci porta spesso a dimenticare l’origine del cibo stesso, che sempre più spesso troviamo trasfigurato e pre-confezionato, e ci allontana dalla “verità”, dalla conoscenza.
Ho avuto un grande timore, mentre affrontavo questo lavoro: quello di poter in qualche modo strumentalizzare e sensazionalizzare quello a cui stavo assistendo, oltre alla paura di non essere capace di poter veicolare un messaggio così importante. Ho capito che avrei dovuto trovare la chiave giusta per raccontare una cosa che non vogliamo vedere e considerare. Ho compreso che mostrare l’orrore puro e semplice non solo non sarebbe stato rispettoso nei confronti degli animali che vedevo morire impotente, ma soprattutto non sarebbe stato il modo migliore per indurre l’osservatore a riflettere su un tema a cui quotidianamente sceglie di non pensare. Sbattere in faccia all’osservatore solo il sangue e l’aspetto più brutale della produzione della carne lo avrebbe allontanato ancora di più da quello su cui, invece, volevo invitarlo a riflettere. Lo choc è una sensazione effimera, che colpisce con violenza ma che con altrettanta velocità viene metabolizzato ed “espulso”. Ho scelto quindi di adottare un rigoroso filtro estetico, che rendesse l’orrore più accettabile e “digeribile”. Pensavo che in questo modo l’osservatore avrebbe abbassato le sue difese, si sarebbe calato nei “panni” dell’animale e si sarebbe lasciato coinvolgere più intimamente.
Nella gioìa di vincere quei premi, per ritornare al discorso, c’è anche tanta soddisfazione per essere riuscito a rendere tutto questo (oltre, ovviamente, ad un grande sentimento di liberazione dal senso di colpa per non aver potuto interrompere, se non impedire, quel tremendo processo produttivo)

4)Se dovessi utilizzare una foto pre descrivere l’Italia oggi quale utilizzeresti e perchè?

C’è una foto molto bella che risale a 20 anni fa e che racconta gli inizi di un fenomeno, quello dell’immigrazione di massa in Italia, che iniziato proprio in quegli anni sta vivendo di questi tempi un nuovo picco. E’ uno scatto di Antonio Monteforte, un fotoreporter dell’Ansa scomparso nel 1993 a 45 anni (la potete vedere sul sito del fotografo, a questo link: http://www.antoniomonteforte.it/photo6.htm E’ la prima della galleria, con la didascalia “Centinaia di albanesi sbarcano come possono dalla sovraccarica nave “Vlora”, ancorata al porto di Bari”) e racconta dei primi sbarchi degli albanesi nel porto di Bari, nell’estate del 1991. E’ una foto “piena”, che non finisci mai di guardare, con all’interno tante “micro storie”. Ho scelto questa foto non solo perché appunto con la sua “pienezza” rende perfettamente l’atmosfera claustrofobica che immaginavo regnasse a bordo di quelle navi, ma soprattutto perché ricordo il sentimento di forte sbigottimento e di grande meraviglia di fronte a quelle immagini di un vero e proprio esodo: ricordo che pensavo di stare assistendo a qualcosa che era assolutamente inconcepibile. Navi stipate fino all’inverosimile di esseri umani in fuga da guerre e miseria che mettono a repentaglio la vita per avere una seconda possibilità, anche minima, di poter migliorare la propria esistenza se non addirittura di sopravvivere.
Ora a quelle immagini ci siamo purtroppo abituati, le abbiamo digerite, ne abbiamo perfino vissuto le conseguenze. E lo straniero, la presenza dello straniero, è finita per diventare troppo spesso (e per la stragrande maggioranza delle volte ingiustificatamente) il capro espiatorio delle colpe italiane, dei nostri malesseri e della nostra incapacità di essere popolo. Come se bastasse esporre una bandiera tricolore e il numero “150” per potersi sentire tale.