Nasce FPmag: il magazine di fotografia diretto da Sandro Iovine

FPmag

FPmag

 

Il magazine online FPmag (www.fpmagazine.eu), diretto da Sandro Iovine e nato da una idea condivisa con Stefania Biamonti, vuole rispondere alla diffusa richiesta di competenza nell’affrontare le tematiche legate all’immagine.
L’attenzione di FPmag sarà rivolta principalmente alla fotografia, ma non solo. Tutti gli argomenti saranno infatti sempre trattati nell’ottica dell’intento comunicativo perseguito attraverso le immagini, senza porsi limiti di genere, tecnologia di acquisizione e/o diffusione.
FPmag sarà pubblicata su una piattaforma appositamente progettata da Salvatore Picciuto (www.fotoportal.it) sulla base delle specifiche richieste della redazione.
La pubblicazione avrà cadenza mensile e sarà presto affiancata da un’applicazione per
tablet (e smartphone) che faciliterà l’accesso per mezzo di mobile device.
FPmag sarà inoltre affiancata dalla pubblicazione di speciali dedicati ad argomenti specifici.

Nella sua forma definitiva (a partire dal numero Uno), la rivista sarà disponibile in versione bilingue (inglese e italiano) per potersi rivolgere con maggiore facilità al pubblico internazionale.
Il numero Zero e il numero Uno potranno essere consultati gratuitamente dal pubblico semplicemente indirizzando il browser verso il dominio della rivista e registrandosi attraverso l’apposito form. A partire dal numero Due l’accesso alla pubblicazione sarà invece a pagamento, con la possibilità di acquistare il singolo numero o abbonamenti di 3, 6, 12, o 24 mesi. Allo studio anche la possibilità di acquistare i singoli articoli.
La rivista fa parte del cosiddetto ecosistema FP, che raggruppa numerose attività afferenti al mondo dell’immagine, spaziando dalla didattica dedicata alla fotografia (www.fpschool.it) alla comunicazione attraverso la realizzazione di uffici stampa dedicati (tra gli ultimi clienti il Festival della Fotografia Etica 2014).

Per maggiori informazioni: http://www.fpmagazine.eu

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C’è stato il terremoto: inaugurazione mostra fotografica di Andrea Carrubba 25 maggio @WSP

WSP Photography presenta, sabato 25 maggio, alle ore 19, la mostra fotografica di Andrea CarrubbaC’è stato il terremoto, un reportage fotografico nei luoghi colpiti dal sisma del 2012 in Emilia Romagna.

L’autore si muove nei campi di accoglienza tra chi ha perso la casa e i volontari e nei paesi più colpiti. In occasione dell’inaugurazione incontreremo l’autore Andrea Carrubba e Sandro Iovine, con cui parleremo anche di “fotogiornalismo” e del ruolo del reporter di fronte a tragedie così grandi come quella del terremoto.

Anndrea carrubba

“Pensiamo di saperlo tutti. Ma cos’è il “fotogiornalismo”, il “reportage”, cosa voglia dire raccontare le storie degli altri, in realtà è informazione riservata a pochi oltre agli addetti ai lavori. Di fronte a una tragedia il ruolo del reporter, già delicato per definizione, diviene critico. Da una parte c’è l’urgenza della cronaca, il farsi tramite tra la “notizia” e il “lettore” utilizzando gli strumenti del giornalismo per mediare la soggettività aspirando a una dovuta imparzialità. Dall’altra invece c’è il dramma dei singoli. Il reporter, fotografo o giornalista di penna che sia, deve entrare nell’intimo della vita delle persone, irrompendo da fuori quasi sempre in momenti drammatici. E deve portare via informazioni, immagini, ma al tempo stesso esercitare il senso del rispetto nella condivisione dell’esperienza. Perché per raccontare davvero una storia è necessario viverla. Certo il fotografo che si reca nelle aree terremotate e viene da lontano potrà tornare a casa e ritrovare le sue cose, le geometrie della sua vita. Chi rimane no, ma poter poter raccontare come vive chi non ha potuto scegliere di essere attore della tragedia, è necessario almeno provare a condividerne la quotidianità. Il fotoreporter traduce la realtà a un pubblico che non può presenziare e per questo deve comprendere profondamente, passare settimane vivendo nei campi allestiti dalla protezione civile, esercitare la “compassione” (in senso etimologico) tanto da scegliere di non fotografare, come farebbe un parente, i corpi senza vita di chi è rimasto intrappolato nel crollo di una fabbrica. Quegli stessi corpi che altri, venuti per poche ore e con poca etica, si affannano a profanare con il loro teleobiettivi. La grandi ferite dell’Uomo vanno raccontate, ma senza oltraggiare chi le ha subite con l’esposizione delle piaghe. Questo dovrebbe essere il ruolo del fotogiornalista e questo è il racconto del terremoto dell’Emilia”.

Sandro Iovine

Andrea Carrubba, nato nel 1984, dopo gli studi universitari si diploma in Fotografia Professionale presso l’Accademia John Kaverdash di Milano e, tra gli altri, consegue i master di Fotogiornalismo e di Linguaggio della comunicazione visiva tenuti da Sandro Iovine. Fotogiornalista freelance, copre le notizie nazionali ed internazionali e segue temi di carattere sociale e culturale. Ha collaborato con le maggiori testate nazionali, università, organizzazioni umanitarie, siti web e con l’editoria. Il suo ultimo lavoro “… c’è stato il terremoto”, a cura di Sandro Iovine, è stato presentato nelle province di Milano, Reggio Emilia, Varese, Modena e Roma. Attualmente è impegnato in più progetti, in Italia e all’estero.

Ingresso gratuito riservato ai soci ENAL. È possibile tesserarsi il giorno stesso dell’evento. Costo della tessera annuale 2013 3 euro.
La mostra rimarrà esposta fino al 20 giugno 2013.

Venerdì 30 marzo ore 19: Sanrdo Iovine legge Raymond Depardon @ WSP Photography

Sandro Iovine legge Raymond Depardon“San Clemente”.
Venerdì 30 Marzo, ore 19 @ WSP Photography

Sandro Iovine legge Depardon

Sandro Iovine legge Depardon

All’inizio degli anni ottanta Raymond Depardon, fotografo dell’agenzia Magnum, ha affrontato il tema della fotografia psichiatrica nell’ospedale di San Clemente a Venezia.

Dal suo lavoro sono stati prodotti un libro fotografico, che non è stato più ristampato e risulta quindi pressoché introvabile, se non all’interno del ristretto mercato del collezionismo, e un documentario piuttosto critico nei confronti del sistema di cura della malattia psichiatrica. Entrambi portano il titolo di San Clementedal nome dell’isola che ospitava l’ospedale psichiatrico del capoluogo veneto.

La lettura di Sandro Iovine di questo libro vuole essere un omaggio a uno dei libri più importanti e belli dedicati al mondo della psichiatria e un mezzo per rendere possibile la diffusione di questo lavoro altrimenti relegato ad un accesso pubblico estremamente limitato.

Ingresso 5 euro + tessera associativa. Costo della tessera annuale 3 euro.

Salviamo Su Palatu scrivendo al Sindaco!

Ci associamo a quanto scritto dal nostro amico Sandro Iovine, sperando di poter contribuire, nel nostro piccolo, a impedire la chiusura di Su Palatu.

Nella discussione che si è sviluppata grazie al post precedente è nata la proposta di far partire una serie di e-mail all’indirizzo del Comune di Villanova Monteleone per chiedere che venga revocata la decisione di chiudere Su Palatu alla fotografia riassegnandogli altre destinazioni d’uso. L’amministrazione comunale sottolinea, giustamente, come ci siano da sanare delle incongruenze amministrative dovute alla scadenza del contratto in essere tra il Comune e La Soter Editrice di Salvatore Ligios avvenuta il 31 maggio 2011. Chiediamo tutti insieme che il contratto venga rinnovato.

Si tratta di un gesto civico che, a mio avviso, deve compiere senza esitazione chiunque abbia a cuore la cultura in generale e la fotografia in particolare. Si tratta di difendere uno dei pochi centri di eccellenza che abbiamo in Italia che lavora da oltre dieci anni per diffondere cultura e scambi internazionali, portando con lustro il nome dell’Italia e della Sardegna in Europa con budget irrisori e risultati inversamente proporzionali all’entità degli investimenti che sono minimi.
Ribadisco che la mia non è una presa di posizione dettata da un estro estemporaneo. Ho lavorato collaborando con Salvatore Ligios e Sonia Borsato in alcune attività di Su Palatu e posso testimoniare la qualità delle loro proposte. Probabilmente a molti assertori dell’opportunità di questo cambio di destinazione d’uso, questa sembrerà un’intollerabile intromissione dall’esterno in qualcosa che non appartiene altro che ai cittadini di Villanova Monteleone. Tanto più che la proposta viene da fuori Villanova e addirittura fuori dall’Isola. Ma il problema è che perdere Su Palatu per ciò che è stato negli ultimi più di dieci anni significa perdere tutti noi un pezzo di cultura. La perdiamo noi che sull’Isola non viviamo e non siamo nati e la perdono tutti quelli che in Sardegna sono nati e vivono, in primis i cittadini di Villanova Monteleone che con la chiusura di Su Palatu vedrebbero vanificarsi un’oppurtunità straordinaria di apertura culturale e forse anche economica per il potenziale indotto delle eventi prodotti.
Capisco e rispetto molto più di quanto si possa supporre le posizioni di chi vuole che il proprio territorio sia gestito nel rispetto dei valori dell’appartenenza, ma vorrei proporre una semplice riflessione a chi vuole far comprendere l’inopportunità di immischiarsi in cose sarde senza essere sardi. Avere un polo culturale di riferimento internazionale nel proprio paese, non vuol dire perdere qualcosa o rinunciare a un’identità e tantomeno a quella culturale profondamente radicata nel territorio, bensì significa aprirsi a nuove prospettive da metabolizzare e integrare nella propria tradizione per rinnovarsi e non rimanere esclusi dal procedere inevitabile del mondo al di fuori delle spiagge dell’Isola.
Accadimento tutt’altro che auspicabile per chiunque in una situazione come quella attuale.
Concludendo invito tutti a copiare il seguente messaggio da spedire al comune di Villanova Monteleone per chiedere al signor Sindaco di annullare la decisione di chiudere le attività connesse alla fotografia a Su Palatu. L’indirizzo e-mail è quello reperibile sul sito del Comune di Villanova Monteleone: comune.villanovamonteleone@halleycert.it. Questo invece è quello delle pagine Cultura&Spettacoli de La nuova Sardegna: cultura@lanuovasardegna.it cui consiglio di mandare in copia l’appello.
Alla cortese attenzione
Quirico Meloni
sindaco del Comune di Villanova Monteleone
via Nazionale, 104
07019 Villanova Monteleone (SS)
Telefono: 079-960406
Fax: 079-960736
Oggetto: Richiesta di revoca del provvedimento di riconsegna dei locali di Su Palatu entro il 31 dicembre 2011 e stipula di un nuovo contratto di gestione

In nome del valore culturale delle attività svolte nella sede di Su Palatu e sas Iscolas in Villanova Monteleone nel corso della gestione della Soter Editrice di Salvatore Ligios, chiediamo che, con un nuovo contratto, venga assicurata allo staff  di Salvatore Ligios la possibilità di continuare l’attività intrapresa negli ultimi dodici anni, attraverso la gestione dello spazio di Su Palatu e sas Iscolas in Villanova Monteleone.
La richiesta vuole invitare questa Amministrazione a riflettere sul valore culturale delle iniziative promesse all’interno di Su Palatu e sas Iscolas nell’ottica di un arricchimento culturale implicito nella diffusione e nel sostegno della cultura fotografica sarda e di uno scambio internazionale che porta lustro tanto alla città ospitante, quanto alla Sardegna e all’Italia Intera.
In fede


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Cultura Fotografica in movimento per chi non può muoversi: una mostra sulla SLA

In occasione del prossimo Convegno Nazionale dell’AISLA, dal 12 dicembre 2011 presso la Fondazione Maugeri di Pavia, si terrà una mostra fotografica di beneficenza cui parteciperanno più di 50 fotografi del circolo nazionale Cultura Fotografica.

La mostra, le cui foto possono essere acquistate, intende contribuire alla raccolta di fondi per la ricerca.

Il tema della mostra è “Movimento” e vuole  rappresentare una sorta di speranza, una via  d’uscita dall’immobilità che provoca la SLA, un
immaginario di fiducia nella prospettiva di uscire  da questa malattia. Movimento del corpo, del respiro, dello “spirito”. Alberi, vento come alito di vita, mare, acqua, voli  d’uccelli – simboli che richiamano la voglia di  vivere – figure che danzano, che resistono, che si  muovono verso un futuro in cui la ricerca possa  offrire finalmente una soluzione ad una malattia  fino ad ora incurabile.

Mostra e catalogo sono a cura di Sandro Iovine.

Per info e contatti relativi alla mostra
mostra.circolofotografico.eu 
http://www.circolofotografico.eu
mostra@circolofotografico.eu

Collettivo WSP e Darkroom Project pubblicati su “Il Fotografo”

(c) Luciano Corvaglia

Sul numero di aprile del “Fotografo” potrete trovare un interessante articolo su “The Darkroom Project”, la rassegna fotografica dedicata al negativo in Bianco e Nero, organizzata dal Laboratorio Fotografico Luciano Corvaglia in Collaborazione con il Collettivo WSP.

La rassegna si svolgerà dal 13 al 15 agosto nella suggestiva cornice dell’ex-Convento di Muro Leccese.

Oltre all’esposizione dei lavori e ai contributi audio e interviste di famosi fotografi che racconteranno le loro storie di camera oscura, da Francesco Zizola a Fabio Lovino, Angelo Turetta, Laura Salvinelli e tanti altri, ampio spazio sarà dedicato alle vostre foto!

Ciascuno di voi potrà infatti partecipare al progetto e avere la possibilità di esporre i propri negativi e i propri “esperimenti” di sviluppo e stampa, inviando i propri lavori a Luciano Corvaglia, che selezionerà i migliori da esporre.

La partecipazione è gratuita e c’è tempo fino al 15 giugno!!

Tutte le informazioni su: www.thedarkroomproject.org

Intervista a Sandro Iovine – Parte II

Il Collettivo WSP intervista Sandro Iovine. Giornalista e critico fotografico, dirige la rivista IL FOTOGRAFO e insegna Fotogiornalismo e Comunicazione visiva. Collabora con RAI-RADIO 1 e IL MANIFESTO. È stato condirettore di F&C edita dal MIFAV-Università di Tor Vergata. Ha creato e diretto a Roma lo spazio espositivo Centro Fotogiornalismo, organizzando mostre in Italia e all’estero con, tra gli altri, Francesco Zizola, Riccardo Venturi, Paolo Pellegrin, Medici Senza Frontiere.
è autore e curatore del Blog: Fotografia: Parliamone!

In questi ultimi tempi si sta vedendo la nascita di molti collettivi fotografici, anche se in Francia il fenomeno è ventennale, o comunque stanno acquistando maggiore visibilità rispetto a prima, pensi che questo fenomeno possa dare nuova linfa alla fotografia, facendola uscire da alcune dinamiche che tu ben spieghi nel tuo blog?

Come l’influenza massiccia del potere politico/economico, la richiesta di foto neutre o che comunque narrino la sofferenza, ma che non sia occidentale.

Credo che il problema non sia che la sofferenza non sia occidentale, semmai che riguardi un target differente rispetto al quello di chi fruisce delle immagini. Semplicemente il lettore non deve potersi riconoscere in quelle immagini, deve avvertirle lontane. Che poi questo nella maggior parte dei casi significhi rappresentare la sofferenza come un evento che non riguarda occidentali è conseguenziale, ma il problema non è relativo all’appartenenza a una area geo-culturale in quanto tale. I collettivi mi lasciano perplesso. Da una parte perché ho difficoltà (nella piena coscienza che si tratti di un mio limite) a pensare al fotogiornalista in una forma differente dall’individualismo esaltato a potenza. Dall’altra constato con imbarazzo che a dispetto del mio pregiudizio si vedono in giro dei risultati abbastanza interessanti. Per quella che è l’esperienza personale continuo a non capire come possano convivere professionalmente più individui che si occupino di fotogiornalismo.

Nel WPP di quest’anno la foto vincitrice del Spot News: 3rd prize stories è la testa di una bambina morta che spunta dalla terra, fa parte di un lavoro più ampio dove comunque non mancano i cadaveri. Quello che vorrei sapere da te è se questa si può chiamare informazione, riportare i fatti, cronaca o è furbizia del fotografo e del photoeditor?

Innanzitutto a rigor di termini e se le parole hanno un valore (Spot News: 3rd prize stories) mi sembra alquanto improprio affermare che una singola foto sia vincitrice di qualcosa se fa parte di un servizio premiato nel suo insieme. Detto questo suppongo che in realtà l’argomento del contendere sia piuttosto la presenza di cadaveri e le questioni di tipo etico che da questa possono nascere. Ma non vedo perché prendere di mira proprio la fotografia di Mohammed Abed e non quelle di Walter Astrada (Spot News: 1st prize stories) con particolare riferimento a The body of a woman is carried away after being shot in Antananarivo on 7 February oppure a An injured man is helped to flee shooting in Antananarivo. O perché non alle immagini di Farah Abdi Warsameh (General News: 2nd prize stories) magari con particolare riferimento a questa.

Personalmente ho seri dubbi che la produzione di immagini in cui si indulga tanto nella rappresentazione della morte abbiano a che fare realmente con l’informazione. Nutro la convinzione che siano più destinate a stimolare un voyerismo macabro, o forse come dimostrano illustri precedenti (con le relative e discutibilmente argomentate smentite di rigore) di maggior spessore estetico, aspirano all’ingresso in ambiti espositivi che poco o nulla hanno a che vedere con il fotogiornalismo e molto di più con una remuneratività assai più interessante per il fotografo. Del resto la confusione costantemente alimentata intorno alla definizione dei confini del fotogiornalismo e della fotografia da vendere a caro prezzo in galleria è da qualche anno grande e non casuale. Agenzie e fotografia devono supplire al crollo delle entrate economiche in qualche modo. Quello che non riesco a capire è perché lo facciano in modo spesso pateticamente approssimativo e perché coinvolgano   la professionalità fotogiornalistica che nulla a che vedere con l’esposizione in galleria sottoposta alle leggi del mercato e di mercanti che se un domani scoprissero che vendere patate al  mercato risulta più remunerativo, probabilmente non esiterebbero un istante a riconvertire la propria attività. Il fotogiornalismo si sta dibattendo negli spasmi del trapasso nelle forme che lo hanno reso grande forma di comunicazione. Con tutta la buona volontà sostenerne oggi la tradizione è anacronistico. Ci sono straordinari fotografi il cui lavoro e le cui capacità non hanno più senso. Bene fanno a riconvertirsi in artisti, le capacità le hanno, ma per favore, anzi per carità, smettano di farsi chiamare fotogiornalisti. Quando si perde il confine che definisce la destinazione d’uso di queste immagini, si perde la credibilità, si rompe un patto etico stipulato tacitamente tra il lettore e il fotogiornalista: quando guardo le foto, sì anche quelle premiate al World Press Photo, sto guardando immagini prodotte per informare o pensate e realizzate per finire in una galleria ed essere vendute per appagare a caro prezzo le velleità di possesso di collezionisti forse in buona fede, forse in cerca di soddisfazione per le proprie <i>aberrazioni</i>. Il discorso è estremamente lungo e complesso a mio avviso e mi rendo conto che tentare di riassumerlo in poche righe dia adito a numerosi fraintendimenti possibili. Fra questi il fatto che io sia ancorato a posizioni conservatrici rispetto all’idea di fotogiornalismo, idea che non sento appartenermi. Quello che penso è che se è più che lecita una evoluzione delle forme di espressione dovremmo avere ben presente cosa le ha codificate e rese identificabili. Quando si comincia ad andare in una direzione che nega le basi costitutive di un genere, non ci si deve certo fermare. Basta trovare una definizione più appropriata alle nuove esigenze. Del resto la veicolazione delle informazioni contemporanea richiede necessariamente una ridefinizione del ruolo della fotografia in funzione dei media che la supportano. La preghiera è una sola smettiamo di chiamarlo fotogiornalismo soprattutto se questo implica funambolismi retorici autoreferenziali. Per quanto riguarda il photoeditor credo che in Italia questo termine (spesso difficile da reperire all’interno dei colophon identifichi una figura professionale costretta a sostenere un grosso carico di responsabilità senza per altro avere (spesso, troppo spesso) abbastanza ore di palestra sulle spalle per poterlo realmente sostenere. Non penso infine che ne photoeditor ne fotografi o fotogiornalisti mirino a pubblicare immagini scioccanti. Forse un tempo poteva avere un senso. Oggi che qualsiasi pubblicazione è di fatto di proprietà degli inserzionisti nessun photoeditor, grafico, impaginatore, redattore, caporedattore, direttore o editore si azzarderebbe a pubblicare immagini che rischino in qualunque modo di ridurre la propensione all’acquisto indotta da ieratiche pagine pubblicitarie. Ovvero nessuno metterebbe la foto della bambina morta tra le macerie da cui è partita la riflessione nella stessa pubblicazione in cui appare la pubblicità di una crema di bellezza o dell’ultimo modello di auto. Chi lo facesse andrebbe incontro alla sospensione della pianificazione pubblicitaria, in quanto immagini così tristi, riducono l’impatto alienantemente positivo che fiori di pubblicitari hanno costantemente creato intorno al prodotto. E siccome da molto i giornali non vivono certo di venduto edicola, ma di pubblicità… Per cui se per furbizia si intende una prorompente vocazione al suicidio professionale, beh, sì allora si tratta proprio di scelte da gran furbacchioni!

Leggi la prima parte dell’Intervista

Intervista a Sandro Iovine – Parte I

Il Collettivo WSP intervista Sandro Iovine. Giornalista e critico fotografico, dirige la rivista IL FOTOGRAFO e insegna Fotogiornalismo e Comunicazione visiva. Collabora con RAI-RADIO 1 e IL MANIFESTO. È stato condirettore di F&C edita dal MIFAV-Università di Tor Vergata. Ha creato e diretto a Roma lo spazio espositivo Centro Fotogiornalismo, organizzando mostre in Italia e all’estero con, tra gli altri, Francesco Zizola, Riccardo Venturi, Paolo Pellegrin, Medici Senza Frontiere.
è autore e curatore del Blog: Fotografia: Parliamone!

Il WPP ha visto trionfare i fotografi italiani, pensi che sia un punto di svolta per la fotografia reportagistica italiana, attaccata in passato sempre ai soliti 4 o 5 nomi, c’è una nuova generazione che avanza o sarà i solito exploit italiano estemporaneo difficilmente ripetibile?

Non ho mai pensato al World Press Photo come ad una sorta di campionato del mondo dei fotogiornalisti, anche se devo ammettere che la conoscenza personale di alcuni partecipanti al concorso mi ha dato più volte elementi per ritenere di essere sostanzialmente in errore. In ogni caso non riesco a percepire l’evento con tutto quanto si porta dietro in chiave nazionalista o para nazionalistica. Credo si tratti di un appuntamento che può essere utilizzato per analizzare le tendenze del fotogiornalismo, che poi queste siano espresse da giornalisti (non utilizzo il termine a caso) di cultura mediterranea piuttosto che anglossassone o estremo orientale francamente mi lascia abbastanza perplesso. Credo sia più opportuno parlare di come viene inteso, percepito, praticato e utilizzato il fotogiornalismo, piuttosto che preoccuparsi della nazionalità di chi lo produce. Del resto sono convinto che il problema dell’Italia nella filiera del fotogiornalismo non sia certo la carenza di talenti o vocazioni tra i fotografi.

In riferimento all’incontro avvenuto a Roma il 24 Aprile presso l’ISA Appunti sul fotogiornalismo: la questione italiana, cosa possiamo dire sulla situazione del fotogiornalismo in italia? Soprattutto dove stiamo andando?

Stiamo andando sempre nella stessa direzione da una ventina di anni a questa parte. Verso l’annichilimento del concetto stesso di giornalismo, fotografico o meno che sia. La progressiva sostituzione dei contenuti di informazione con evidenze di intrattenimento ha formato ormai un’intera generazione di uomini e donne che non si pongono nemmeno il problema di cosa sia l’informazione. È sufficiente verificare come qualsiasi telegiornale sia ormai immancabilmente costruito su una sequenza di servizi che hanno spostato completamente il baricentro verso il pettegolezzo più o meno divistico o il commovente quanto immancabile servizio su qualche animale domestico o selvatico. Ricordo sempre un’affermazione del photoeditor de Il Corriere della Sera, che anni fa nel corso di una riunione del GRIN presso il Circolo della Stampa di Milano, affermò che il dovere professionale di chi svolge questa professione è quello di fornire al pubblico quello che il pubblico stesso richiede. Quello che mi chiedo è come possa fare il pubblico a formarsi quell’opinione indispensabile per esercitare il diritto di scelta in assenza di un’offerta alternativa che ormai è relegata solo alle nicchie di specialisti che certe immagini se le vanno a cercare. Per cui tornando alla questione vedo un orizzonte nero. Credo sia emblematica la richiesta fatta da un giovane professionista (nonché da numerosi studenti dei miei corsi) che nel corso del Convegno di Roma ha affermato che invece di parlare tanto di etica e deontologia, avremo dovuto chiedergli come fare a vendere i servizi che fa. Ora a prescindere che si tratta di una domanda che deve trovare risposta all’interno del lavoro svolto da ogni singolo professionista e non può essere taumaturgicamente calata dall’esterno, è agghiacciante il sottinteso di questa interrogazione: non mi interessa quello che fotografo, ditemi quello che devo fare per fare soldi e io lo farò. Ovvero l’annullamento di ogni sia pur vago senso di eticità nella professione. Chiaro che il discorso (e per fortuna aggiungerei) non può essere fatto assurgere ad universale, ma di sicuro dimostra come, se si mette questo atteggiamento in parallelo con quello promosso nell’esempio precedentemente citato, le prospettive del fotogiornalismo difficilmente appaiono rosee, considerata anche la catatonica atarassia raggiunta dal pubblico che dovrebbe fruirne i servigi.

C’è un limite etico nel fotogiornalismo? È giusto avere un limite?

Un limite a mio avviso dovrebbe esserci. Ma non ritengo che debba essere confinato al ruolo del fotogiornalista, bensì esteso a tutto il processo editoriale, indipendentemente dalla forma che esso assume. Detto questo il problema diventa praticamente insolubile perché a seconda di quale sia la prospettiva che si adotta per valutare la situazione non occorre aver frequentato le teorie dei sofisti per sostenere tanto l’opportunità quanto l’inopportunità di un riferimento di tipo etico in base al quale conformare la valutazione del limite da porre. Detto questo sarebbe facilmente contestabile l’attribuzione di un ruolo di controllo rispetto al superamento del limite. Credo che se fossimo semplicemente più maturi potremmo pensare che ognuno di noi nell’adempimento della propria professionalità dovrebbe essere in grado di autodefinire i propri limiti etici, considerato che l’incrocio delle differenti professionalità provvederebbe alla gestione etica complessiva. Ma si tratta di un’utopia che stride ampiamente con la realtà distopica che che ci ospita.

Appunti sul fotogiornalismo: la questione italiana

Si svolgerà il 24 aprile 2010 “Appunti sul fotogiornalismo: la questione italiana”, una giornata dedicata alle problematiche relative al fotogiornalismo in Italia.

Appunti sul fotogiornalismo

A organizzare l’evento sono le associazioni culturali Officine Fotografiche e Punto di Svista e le testate giornalistiche Il Fotografo e CultFrame-Arti visive.
Le quattro realtà culturali che operano sul territorio italiano nel mondo dell’organizzazione di mostre e seminari e in quello del giornalismo fotografico e della critica intendono proporre al mondo della fotografia italiana, ai fotografi professionisti, agli appassionati una riflessione pubblica sulla situazione odierna del fotogiornalismo in Italia.

L’esigenza di questo incontro, aperta alla partecipazione e agli interventi dei fotografi provenienti da tutte le parti d’Italia, nasce dalla presa di coscienza di una deriva visuale legata all’informazione e ai mass-media del nostro paese sempre più dannosa sia per la fotografia in generale che per il rapporto tra giornalismo e documentazione visiva di fatti ed eventi. L’impressione, infatti, è che si sia sempre più spostato il baricentro del fotogiornalismo dallo spirito di servizio legato alla notizia alla spettacolarizzazione del dolore e della sofferenza dei diseredati e degli emarginati della terra.

A discutere, con il pubblico presente, su fotogiornalismo, etica e valori comunicativi, guidati dal direttore di CultFrame – Arti visive, Maurizio G. De Bonis, e dal direttore de Il Fotografo, Sandro Iovine, saranno addetti ai lavori: fotografi, giornalisti, critici, organizzatori e operatori del settore, tra questi Giorgio Cosulich, fotografo e docente, Leo Brogioni, fotografo e docente di fotogiornalismo, Emanuele Cremaschi, fotogiornalista, Alessandro Grassani, fotogiornalista.

L’Inizio dei lavori è fissato per le ore 10.00 con lo spazio dedicato ai relatori invitati, i quali interverranno con approfondimenti relativi ai propri ambiti professionali, usufruendo anche di supporti audiovisivi. In particolar modo, i fotografi presenti affronteranno i punti centrali della pratica fotogiornalistica e delle relative conseguenze di carattere professionale. Il tutto in relazione alla situazione del mercato dell’informazione italiana e attraverso esempi concreti della loro esperienza sul campo.
Il dibattito proseguirà il pomeriggio attraverso un dialogo tra i relatori e con l’assemblea durante la quale tutti i presenti potranno avanzare suggerimenti, idee e proposte sulla base delle questioni sollevate dai relatori e anche in funzione del successivo appuntamento previsto per il 2011.

Informazioni:
Giorno: 24 aprile 2010, ore 10.00 – 19.00
ISA – Istituto Superiore Antincendi
Via del Commercio 13, ROMA
(Zona Ostiense, Metro Piramide, Linea B)
INGRESSO LIBERO

Programma:
10.00 – 13.00 interventi dei relatori
13.00 – 15.00 pausa
15.00 – 19.00 dialogo tra i relatori e il pubblico presente e assemblea

Contatti:
Punto di Svista: puntodisvista@gmail.com
Officine Fotografiche: info@officinefotografiche.org
Il Fotografo: ilfotografo@sprea.it
CultFrame – Arti Visive: redazione@cultframe.com