Fotografia e giornalismo oggi. Un articolo di Sandro Iovine

Segnaliamo l’articolo di Sandro Iovine, direttore della rivista ” Il Fotografo” pubblicato sul blog Fotografia: Parliamone!
 
Il lato giornalistico della fotografia è in crisi…. Lo sento ripetere dall’inizio degli anni Novanta. Il mercato si è contratto. La televisione prima, internet poi hanno eroso spazi sempre maggiori. L’informazione coniugata con l’intrattenimento ha ceduto sempre di più il passo a quest’ultimo, fin quasi a veder soccombere completamente la prima a favore del secondo. Dalla parte dei giornali, e di chi i giornali li fa, questo viene giustificato con l’esigenza commerciale di dare al pubblico quello che il pubblico vuole. Atteggiamento assolutamente pericoloso quando ci si trova di fronte a un pubblico che nel corso degli ultimi due o tre decenni è stato educato a quella superficialità e quel disimpegno che certo non favoriscono l’approfondimento implicito nel genere di fotografia di cui stiamo parlando. Personalmente trovo che tutto questo sia assai pericoloso, se non proprio dannoso a livello sociale soprattutto nel lungo periodo, in quanto contribuisce, e non poco, a generare un pubblico sempre meno cosciente e in grado di discriminare su quanto gli accade intorno. Comunque inutile piangerci sopra perché la situazione che piaccia o meno, è inequivocabilmente questa. Il vero problema per altro non è nemmeno quello della trasformazione della domanda del mercato, quanto piuttosto quello dell’incapacità di pensare un’alternativa da parte dei giornalisti che utilizzano la fotografia per raccontare il mondo. Lo specchio della situazione è stato a mio avviso offerto da quello che si può tranquillamente considerare il più importante Festival di fotografia giornalistica, che da quasi un quarto di secolo si tiene a Perpignan, ai confini tra Francia e Spagna. La rituale visita in occasione dell’edizione 2011 mi ha indotto uno stato di depressione abbastanza consistente, tanto da spingermi a considerare auspicabile quella fine, millantata un po’ da tutti i professionisti di settore da almeno una ventina di anni a questa parte e invece mai sopraggiunta in modo definitivo. Le indicazioni offerte da quanto ho potuto vedere a fine estate nella cittadina ai piedi dei Pirenei sono abbastanza sconcertanti. Si continuano a replicare schemi assodati, parlo di quelli narrativi, ma spesso perfino quelli compositivi riscontrabili all’interno delle singole immagini. Osservando un vasto panorama fotogiornalistico in un ambito spazio temporale ristretto è possibile rendersi conto di come tutti raccontando le stesse cose tendono a utilizzare gli stessi modelli di riferimento. Anche l’approccio alle possibilità offerte dalla tecnologia comunicativa contemporanea, da internet al multimediale, non fanno che aggiornare al supporto digitale tecniche di slideshow ben più che consolidate. Oltretutto con riferimenti discutibili nel momento in cui entrano in gioco competenze differenti da quelle richieste dalla produzione di immagini fisse. Tutti sintomi questi che non mi pare permettano di ben sperare e che, se uniti ai sintomi che provengono dal mercato e dal pubblico, mi hanno fatto pensare che forse sarebbe auspicabile una fine quanto più possibile veloce e rapida, senz’altro da preferire a qualsiasi lenta agonia. In altre parole, se questo è quello che hanno da offrire il reportage, il fotogiornalismo e il fotodocumentarismo, allora tanto vale chiudere bottega subito. Mi rendo conto oggi che sono state riflessioni dettate più che altro dalla delusione, dal rimpianto forse, conclusioni negative e istintive che probabilmente non attendevano altro che di essere smentite.   Ma le smentite per fortuna a volte arrivano.

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(c) Massimo Berruti - Lashkars

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Intervista a Sandro Iovine – Parte II

Il Collettivo WSP intervista Sandro Iovine. Giornalista e critico fotografico, dirige la rivista IL FOTOGRAFO e insegna Fotogiornalismo e Comunicazione visiva. Collabora con RAI-RADIO 1 e IL MANIFESTO. È stato condirettore di F&C edita dal MIFAV-Università di Tor Vergata. Ha creato e diretto a Roma lo spazio espositivo Centro Fotogiornalismo, organizzando mostre in Italia e all’estero con, tra gli altri, Francesco Zizola, Riccardo Venturi, Paolo Pellegrin, Medici Senza Frontiere.
è autore e curatore del Blog: Fotografia: Parliamone!

In questi ultimi tempi si sta vedendo la nascita di molti collettivi fotografici, anche se in Francia il fenomeno è ventennale, o comunque stanno acquistando maggiore visibilità rispetto a prima, pensi che questo fenomeno possa dare nuova linfa alla fotografia, facendola uscire da alcune dinamiche che tu ben spieghi nel tuo blog?

Come l’influenza massiccia del potere politico/economico, la richiesta di foto neutre o che comunque narrino la sofferenza, ma che non sia occidentale.

Credo che il problema non sia che la sofferenza non sia occidentale, semmai che riguardi un target differente rispetto al quello di chi fruisce delle immagini. Semplicemente il lettore non deve potersi riconoscere in quelle immagini, deve avvertirle lontane. Che poi questo nella maggior parte dei casi significhi rappresentare la sofferenza come un evento che non riguarda occidentali è conseguenziale, ma il problema non è relativo all’appartenenza a una area geo-culturale in quanto tale. I collettivi mi lasciano perplesso. Da una parte perché ho difficoltà (nella piena coscienza che si tratti di un mio limite) a pensare al fotogiornalista in una forma differente dall’individualismo esaltato a potenza. Dall’altra constato con imbarazzo che a dispetto del mio pregiudizio si vedono in giro dei risultati abbastanza interessanti. Per quella che è l’esperienza personale continuo a non capire come possano convivere professionalmente più individui che si occupino di fotogiornalismo.

Nel WPP di quest’anno la foto vincitrice del Spot News: 3rd prize stories è la testa di una bambina morta che spunta dalla terra, fa parte di un lavoro più ampio dove comunque non mancano i cadaveri. Quello che vorrei sapere da te è se questa si può chiamare informazione, riportare i fatti, cronaca o è furbizia del fotografo e del photoeditor?

Innanzitutto a rigor di termini e se le parole hanno un valore (Spot News: 3rd prize stories) mi sembra alquanto improprio affermare che una singola foto sia vincitrice di qualcosa se fa parte di un servizio premiato nel suo insieme. Detto questo suppongo che in realtà l’argomento del contendere sia piuttosto la presenza di cadaveri e le questioni di tipo etico che da questa possono nascere. Ma non vedo perché prendere di mira proprio la fotografia di Mohammed Abed e non quelle di Walter Astrada (Spot News: 1st prize stories) con particolare riferimento a The body of a woman is carried away after being shot in Antananarivo on 7 February oppure a An injured man is helped to flee shooting in Antananarivo. O perché non alle immagini di Farah Abdi Warsameh (General News: 2nd prize stories) magari con particolare riferimento a questa.

Personalmente ho seri dubbi che la produzione di immagini in cui si indulga tanto nella rappresentazione della morte abbiano a che fare realmente con l’informazione. Nutro la convinzione che siano più destinate a stimolare un voyerismo macabro, o forse come dimostrano illustri precedenti (con le relative e discutibilmente argomentate smentite di rigore) di maggior spessore estetico, aspirano all’ingresso in ambiti espositivi che poco o nulla hanno a che vedere con il fotogiornalismo e molto di più con una remuneratività assai più interessante per il fotografo. Del resto la confusione costantemente alimentata intorno alla definizione dei confini del fotogiornalismo e della fotografia da vendere a caro prezzo in galleria è da qualche anno grande e non casuale. Agenzie e fotografia devono supplire al crollo delle entrate economiche in qualche modo. Quello che non riesco a capire è perché lo facciano in modo spesso pateticamente approssimativo e perché coinvolgano   la professionalità fotogiornalistica che nulla a che vedere con l’esposizione in galleria sottoposta alle leggi del mercato e di mercanti che se un domani scoprissero che vendere patate al  mercato risulta più remunerativo, probabilmente non esiterebbero un istante a riconvertire la propria attività. Il fotogiornalismo si sta dibattendo negli spasmi del trapasso nelle forme che lo hanno reso grande forma di comunicazione. Con tutta la buona volontà sostenerne oggi la tradizione è anacronistico. Ci sono straordinari fotografi il cui lavoro e le cui capacità non hanno più senso. Bene fanno a riconvertirsi in artisti, le capacità le hanno, ma per favore, anzi per carità, smettano di farsi chiamare fotogiornalisti. Quando si perde il confine che definisce la destinazione d’uso di queste immagini, si perde la credibilità, si rompe un patto etico stipulato tacitamente tra il lettore e il fotogiornalista: quando guardo le foto, sì anche quelle premiate al World Press Photo, sto guardando immagini prodotte per informare o pensate e realizzate per finire in una galleria ed essere vendute per appagare a caro prezzo le velleità di possesso di collezionisti forse in buona fede, forse in cerca di soddisfazione per le proprie <i>aberrazioni</i>. Il discorso è estremamente lungo e complesso a mio avviso e mi rendo conto che tentare di riassumerlo in poche righe dia adito a numerosi fraintendimenti possibili. Fra questi il fatto che io sia ancorato a posizioni conservatrici rispetto all’idea di fotogiornalismo, idea che non sento appartenermi. Quello che penso è che se è più che lecita una evoluzione delle forme di espressione dovremmo avere ben presente cosa le ha codificate e rese identificabili. Quando si comincia ad andare in una direzione che nega le basi costitutive di un genere, non ci si deve certo fermare. Basta trovare una definizione più appropriata alle nuove esigenze. Del resto la veicolazione delle informazioni contemporanea richiede necessariamente una ridefinizione del ruolo della fotografia in funzione dei media che la supportano. La preghiera è una sola smettiamo di chiamarlo fotogiornalismo soprattutto se questo implica funambolismi retorici autoreferenziali. Per quanto riguarda il photoeditor credo che in Italia questo termine (spesso difficile da reperire all’interno dei colophon identifichi una figura professionale costretta a sostenere un grosso carico di responsabilità senza per altro avere (spesso, troppo spesso) abbastanza ore di palestra sulle spalle per poterlo realmente sostenere. Non penso infine che ne photoeditor ne fotografi o fotogiornalisti mirino a pubblicare immagini scioccanti. Forse un tempo poteva avere un senso. Oggi che qualsiasi pubblicazione è di fatto di proprietà degli inserzionisti nessun photoeditor, grafico, impaginatore, redattore, caporedattore, direttore o editore si azzarderebbe a pubblicare immagini che rischino in qualunque modo di ridurre la propensione all’acquisto indotta da ieratiche pagine pubblicitarie. Ovvero nessuno metterebbe la foto della bambina morta tra le macerie da cui è partita la riflessione nella stessa pubblicazione in cui appare la pubblicità di una crema di bellezza o dell’ultimo modello di auto. Chi lo facesse andrebbe incontro alla sospensione della pianificazione pubblicitaria, in quanto immagini così tristi, riducono l’impatto alienantemente positivo che fiori di pubblicitari hanno costantemente creato intorno al prodotto. E siccome da molto i giornali non vivono certo di venduto edicola, ma di pubblicità… Per cui se per furbizia si intende una prorompente vocazione al suicidio professionale, beh, sì allora si tratta proprio di scelte da gran furbacchioni!

Leggi la prima parte dell’Intervista

Intervista a Sandro Iovine – Parte I

Il Collettivo WSP intervista Sandro Iovine. Giornalista e critico fotografico, dirige la rivista IL FOTOGRAFO e insegna Fotogiornalismo e Comunicazione visiva. Collabora con RAI-RADIO 1 e IL MANIFESTO. È stato condirettore di F&C edita dal MIFAV-Università di Tor Vergata. Ha creato e diretto a Roma lo spazio espositivo Centro Fotogiornalismo, organizzando mostre in Italia e all’estero con, tra gli altri, Francesco Zizola, Riccardo Venturi, Paolo Pellegrin, Medici Senza Frontiere.
è autore e curatore del Blog: Fotografia: Parliamone!

Il WPP ha visto trionfare i fotografi italiani, pensi che sia un punto di svolta per la fotografia reportagistica italiana, attaccata in passato sempre ai soliti 4 o 5 nomi, c’è una nuova generazione che avanza o sarà i solito exploit italiano estemporaneo difficilmente ripetibile?

Non ho mai pensato al World Press Photo come ad una sorta di campionato del mondo dei fotogiornalisti, anche se devo ammettere che la conoscenza personale di alcuni partecipanti al concorso mi ha dato più volte elementi per ritenere di essere sostanzialmente in errore. In ogni caso non riesco a percepire l’evento con tutto quanto si porta dietro in chiave nazionalista o para nazionalistica. Credo si tratti di un appuntamento che può essere utilizzato per analizzare le tendenze del fotogiornalismo, che poi queste siano espresse da giornalisti (non utilizzo il termine a caso) di cultura mediterranea piuttosto che anglossassone o estremo orientale francamente mi lascia abbastanza perplesso. Credo sia più opportuno parlare di come viene inteso, percepito, praticato e utilizzato il fotogiornalismo, piuttosto che preoccuparsi della nazionalità di chi lo produce. Del resto sono convinto che il problema dell’Italia nella filiera del fotogiornalismo non sia certo la carenza di talenti o vocazioni tra i fotografi.

In riferimento all’incontro avvenuto a Roma il 24 Aprile presso l’ISA Appunti sul fotogiornalismo: la questione italiana, cosa possiamo dire sulla situazione del fotogiornalismo in italia? Soprattutto dove stiamo andando?

Stiamo andando sempre nella stessa direzione da una ventina di anni a questa parte. Verso l’annichilimento del concetto stesso di giornalismo, fotografico o meno che sia. La progressiva sostituzione dei contenuti di informazione con evidenze di intrattenimento ha formato ormai un’intera generazione di uomini e donne che non si pongono nemmeno il problema di cosa sia l’informazione. È sufficiente verificare come qualsiasi telegiornale sia ormai immancabilmente costruito su una sequenza di servizi che hanno spostato completamente il baricentro verso il pettegolezzo più o meno divistico o il commovente quanto immancabile servizio su qualche animale domestico o selvatico. Ricordo sempre un’affermazione del photoeditor de Il Corriere della Sera, che anni fa nel corso di una riunione del GRIN presso il Circolo della Stampa di Milano, affermò che il dovere professionale di chi svolge questa professione è quello di fornire al pubblico quello che il pubblico stesso richiede. Quello che mi chiedo è come possa fare il pubblico a formarsi quell’opinione indispensabile per esercitare il diritto di scelta in assenza di un’offerta alternativa che ormai è relegata solo alle nicchie di specialisti che certe immagini se le vanno a cercare. Per cui tornando alla questione vedo un orizzonte nero. Credo sia emblematica la richiesta fatta da un giovane professionista (nonché da numerosi studenti dei miei corsi) che nel corso del Convegno di Roma ha affermato che invece di parlare tanto di etica e deontologia, avremo dovuto chiedergli come fare a vendere i servizi che fa. Ora a prescindere che si tratta di una domanda che deve trovare risposta all’interno del lavoro svolto da ogni singolo professionista e non può essere taumaturgicamente calata dall’esterno, è agghiacciante il sottinteso di questa interrogazione: non mi interessa quello che fotografo, ditemi quello che devo fare per fare soldi e io lo farò. Ovvero l’annullamento di ogni sia pur vago senso di eticità nella professione. Chiaro che il discorso (e per fortuna aggiungerei) non può essere fatto assurgere ad universale, ma di sicuro dimostra come, se si mette questo atteggiamento in parallelo con quello promosso nell’esempio precedentemente citato, le prospettive del fotogiornalismo difficilmente appaiono rosee, considerata anche la catatonica atarassia raggiunta dal pubblico che dovrebbe fruirne i servigi.

C’è un limite etico nel fotogiornalismo? È giusto avere un limite?

Un limite a mio avviso dovrebbe esserci. Ma non ritengo che debba essere confinato al ruolo del fotogiornalista, bensì esteso a tutto il processo editoriale, indipendentemente dalla forma che esso assume. Detto questo il problema diventa praticamente insolubile perché a seconda di quale sia la prospettiva che si adotta per valutare la situazione non occorre aver frequentato le teorie dei sofisti per sostenere tanto l’opportunità quanto l’inopportunità di un riferimento di tipo etico in base al quale conformare la valutazione del limite da porre. Detto questo sarebbe facilmente contestabile l’attribuzione di un ruolo di controllo rispetto al superamento del limite. Credo che se fossimo semplicemente più maturi potremmo pensare che ognuno di noi nell’adempimento della propria professionalità dovrebbe essere in grado di autodefinire i propri limiti etici, considerato che l’incrocio delle differenti professionalità provvederebbe alla gestione etica complessiva. Ma si tratta di un’utopia che stride ampiamente con la realtà distopica che che ci ospita.