AUTORI: INTERVISTA A CARLO GIANFERRO

Carlo Gianferro romano classe 1970, fotografo freelance. Inizia la sua attività nel 2004 con un lavoro sulla comunità rom rumena e moldava che porta alla pubblicazione di “Gypsy Architecture“.
I suoi interessi principali sono i lavoratori esiliati e le piccole comunità. Ama documentare la vita delle persone all’interno delle abitazioni, mostrando la casa come specchio della personalità del soggetto fotografato.
1) Gran parte dei tuoi lavori sono ambientati all’interno delle abitazioni (Gypsy interiors o african interiors) o all’esterno degli edifici (Goodbye block), mostrando sempre una delle parti più intime e personal di ognuno di noi ovvero la nostra casa.  Nel tuo reportage L’Aquila Aftermath hai mantenuto la stessa cifra stilistica, mostrando l’interno delle tende e l’esterno dei palazzi lesionati.  Hai incontrato difficoltà nel penentrare l’initmità delle  persone? Come fai a conquistarne la fiducia? O ci sono state anche difficoltà tue personali a  mostrare questa tragedia.

In effetti negli ultimi anni mostrare l’uomo negli ambienti domestici sia interni che esterni è diventata la mio “mission“, dipenderà forse da troppo architetti nella schiera famigliare e tra le amicizie che mi hanno contaminato… credo comunque che l’ambiente in cui le persone abitano rispecchi molto la personalità e l’intimità degli individui e volte basta solo una singola foto a raccontare un mondo.E’ vero nel lavoro sull’Aquila ho usato la stessa chiave di lettura di Gypsy Interiros, che, considero valida anche in questo caso, non non ho ritenuto necessario raccontare una tragedia come quella che ha subito il popolo del capoluogo abbruzzese cercando “per forza” la foto sensazionale o commovente. In queste immagini sono importanti le persone che, credo, di aver ritratto mantenedone la dignita. Sono andato all’Aquila solo un paio di mesi dopo il terremoto, quando iniziò a calare l’attenzione sul problema, ho spiegato il mio progetto alle pesone che ho incontrato e, molti lo hanno accolto e hanno posato per me. A parte le foto questo lavoro è stato (ed è tuttora, perchè il progetto è ancora in corso) molto forte a livello emotivo.

2) Guardando la tua produzione abbiamo l’europa, l’africa, l’asia.  Primo mondo, terzo mondo, ex-blocco sovietico, hai riunito tutto quello che fino a pochi anni fà era diviso in maniera netta. Quali sono le differenze e le similitudini che hai notato?

Domanda difficile! Non c’ avevo mai pensato di essere stato in grado di fare questo… Forse il fattore comune è il sorriso che mi ha colpito negli sguardi delle persone che ho incontrato. Primo mondo,terzo mondo, ex-blocco sovietico,  tutte le persone ricche o povere, ignoranti o culturalmente elevate, insomma tutta questa gente diversa che ho fotografato mi ha regalato momenti di intesa e di naturale normalità… siamo esseri umani dalle varie forme e colori, molto curiosi e con tanto da dare e scambiare…

3)Nei lavori “L’AQUILA AFTERMATH” “KAZAKHISTAN OIL WELL FIELDS“,a differenza degli altri, utilizzi 2 scatti per ogni foto.Ad esempio in “Kazakhistan…” un ritratto dell’operaio e lo stesso operaio mentre lavora. Mentre in “L’Aquila…” abbiamo il ritratto del soggetto in tenda e nelle vicinanze della sua abitazione. Come si sceglie lo stile di un reportage?

Il dittico è una chiave di lettura interessante, aiuta in una visione di insieme a capire di più su una persona, chi è, che vita fa…. In realà entrambi i lavori che hai citato fanno parte di progetti più ampi, L’Aquila Aftermath come dicevo,  non è ancora terminato, lo finirò il giorno in cui le persone ritratte avranno ognuno una casa definitiva… oltre agli scatti che ho messo in dittico c’è già un terzo (in alcuni casi un quarto) scatto già fatto che ritre le stesse persone negli alloggi provvisori (alberghi, caserme, case in legno…). Il lavoro sul Kazakistan segue la stessa linea e idea, è solo una parte del lavoro fatto un po di anni fa, il resto sta dentro il cassetto… dovrei riprenderlo prima o poi in altre nazioni o compagnie petrolifere.Riguardo all’ultima domanda, non so dire come si sceglie uno stile per un reportage, io forse, ho trovato il mio, non so se sentirò il bisogno di cambiarlo in futuro o se continuerò con questo. Ognuno deve sentire il suo stile che, dovrebbe essere il più personale possibile e descrivere al meglio quello che noi vediamo.

4) Nei vari lavori sugli interni casalinghi generalmente sei solito inserire anche il padrone di casa da solo o con l’intera famiglia, come fai a convincerli?

Beh,  sono parecchio rompiscatole. Non mi faccio molti problemi a chiedere di fare un ritratto alle persone che incontro anche se non parlo una sola parola della loro lingua. Sento che il rapporto con le persone è naturale. Nel caso di Good bye Block, con un russo fatto di quattro o cinque parole, ho convinto quasi tutti a farsi immortalare… Normalmente poi le persone si lasciano convincere con facilità, forse la mia faccia ispira fiducia, non so…

5) Nel corso degli anni hai vinto alcuni premi importanti ricordiamo anche un WPP nel 2009, la vittoria nei premi internazionali è utile per l’attività professionale o è utile solo per la gloria?

La stagione 2008/2009 la ricorderò a lungo! In effetti il lavoro sui Rom mi ha portato tanta fortuna! Vincere questi premi prestigiosi fa sicuramente bene al morale, e da la forza di continuare e credere che quello che stai facendo, quindi la rispota è: si fanno bene alla gloria ma sono utili anche professionalmente, mi hanno fatto conoscere, portato pubblicazioni, mostre e non ultimo il libro “Gypsy Interiors” edito da Postcart uscito a Agosto scorso. Ora ho iniziato nuove lavori , mi sto concentrando su questi.

6) Cosa consigleresti ad un giovane fotografo che vuole intraprendere questo mestiere?

Io sono l’esempio calzante che se uno va avanti, crede in quello che fa, se produce qualcosa di buono poi i risultati ci sono, sono arrivato a questi riconoscimenti non proprio da giovanissimo… l’importante è fotografare con serenità, con gioia… non  con la speranza dei premi… altrimenti le delusioni sono dure da digerire…

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Carlo Gianferro

AUTORI:INTERVISTA A FRANCESCO COCCO

Il WSP ha il piacere di intervistare uno dei maestri della fotografia italiana Francesco Cocco. Recanatese nato nel ’61, lavora per Contrasto. Autore di Prisons (Logos, 2003), Nero (Logos,2007) sull’immigrazione. Tra gli autori del lavoro Beijing In and Out.

Ringraziamo Francesco per averci regalato uno scatto inedito del suo nuovo lavoro.

1)In Francia hanno preso piede i collettivi fotografici ed ora anche in Italia stanno nascendo realtà collettive interessanti. Allo stesso tempo Grazia Neri chiude e le altre agenzie traballano. Il collettivo è un evoluzione dell’agenzia classica, vedi Magnum o Contrasto, o è solo una moda passeggera?

Non sono in grado di poter dire se i collettivi possono o no essere delle evoluzioni delle agenzie fotografiche o se addirittura possano sostituirle, forse potrebbero semplicemente essere delle interessanti alternative, far si che i fotografi si riappropino della fotografia non bisogna immaginarla come un utopia, oggi in questo settore già da tempo in crisi credo ci siano troppe figure che improvvisano le proprie competenze.La mia idea di collettivo resta comunque un pò diversa, i fotografi dovrebbero sforzarsi di lavorare più a stretto contatto, dovrebbe esserci uno scambio maggiore sia dal punto di vista professionale che personale umano, una consapevolezza maggiore dell’importanza di questo straordinario mestiere, di come lo si svolge, in pratica una maggiore condivisione, questo credo possa far bene ed essere un modo sano per contaminare le visioni dei singoli e di conseguenza modificare e aiutare ad evolvere il linguaggio.

2)Oltre a “Beijing In and Out” quali sono le tue esperienze di lavori collettivi? I lavori collettivi sono utili per crescere o lo stile del singolo rischia di perdersi per equipararsi gli uni agli altri?

Prima di “Beijing In and Out” avevo preso parte al progetto “ Eurogeneration “ , poi ho lavorato in Cambogia con Lorenzo Pesce e in tempi recenti sono stato in “ Afghanistan “, un progetto per Emergency, mi riferisco sempre e comunque a lavori collettivi realizzati insieme ad altri fotografi della mia stessa agenzia. Non trovo sia particolarmente utile per crescere se per crescita si intende quella professionale, va da se che gli stimoli siano sempre forti, ci si sente parte di un gruppo, aiuta molto anche quella che io chiamo “ sana competizione “ ma al contempo non credo influenzino o inibiscano il modo di vedere o lo stile dei singoli. In questi casi appena citati sono sempre stati scelti degli autori con una specifica personalità fotografica, forse in fondo è proprio questa la formula che consente di confezionare un buon risultato.

3)In reportage come “Patrizia” la persona è il fulcro della storia, la protagonista. In altri come “Darfur” o “Body Building”le persone sono delle comparse dove la vera protagonista è la storia che loro raccontano. Lavori cosi diversi hanno le stesse difficoltà  realizzative?

In tutti i miei lavori le persone sono i protagonisti delle storie che cerco di raccontare, a volte come dici tu esse svolgono un ruolo di comparse ma alla fine è sempre attraverso di loro che cerco di raccontare la storia. Semplicemente ad un certo punto del mio percorso ho sentito l’esigenza di provare ad andare oltre, di focalizzare il racconto su singoli soggetti, come nel caso di “ Patrizia “.Le difficoltà sono diverse ma ugualmente è difficile, in un luogo, in una situazione aperta, dopo un pò cerchi di diventare invisibile o parte integrante di quella situazione. Con una singola persona la complessità diventa riuscire a raggiungere quella particolare sintonia che solo col tempo poi si può trasformare in complicità.Patrizia non era una mia amica quando le ho proposto di farsi fotografare, lo è diventata durante e consapevole della sua condizione ha ugualmente accettato.

4)Cosa ti spaventa nelle situazioni che il tuo lavoro ti porta ad affrontare? se c’è qualcosa che ti spaventa.

Tutte le volte che ci si appresta ad affrontare un nuovo lavoro trovo sia normale e lecito avere dei timori, non credo sia la paura per l’incognito, per ciò che mi riguarda trovo affascinante questa condizione, non credo sia nemmeno quella cosa che viene a volte chiamata ansia da prestazione, dopo anni di esperienze questi stati d’animo riesci a gestirli e li tieni dietro alle spalle.La mia più grande paura sicuramente è di non riuscire nelle situazioni in cui vado a rimanere me stesso, riuscire a mantenere la mia obiettività. E’ molto importante riuscire a rimanere se stessi senza perdersi nell’evento, avere la consapevolezza che in quel momento sei un protagonista dell’evento ma come attore, come Francesco che diventa parte di quel teatro ma resta se stesso. Questo porta a cercare di essere il più possibile obiettivi rispetto a quella situazione.

5)A cosa stai lavorando ora?

Ci sono momenti in cui hai la testa piena di idee ma pochi buoni propositi o scarse energie, altri momenti in cui questo si rivela esattamente al contrario. In realtà ho diverse cose aperte, una tra queste sicuramente è continuare a sviluppare il mio progetto sull’immigrazione, in questo periodo ho però ripreso il mio lavoro sulla prostituzione in Italia e spero di riuscire ad allargare il progetto anche ad altri luoghi del mondo.

6)Reportage come “Patrizia”, “Cecità”, “Darfur”, “Prisons” ma anche “Body Building” raccontano di persone prigioniere di “qualcosa”, chi della malattia, chi di un luogo geografico, chi di 4 mura, chi di un personale concetto di bellezza. Hai una predilezione per storie di persone private di qualcosa?

Si è vero! Ho sicuramente una grande attrazione rispetto alle situazioni forti a volte estreme, le prediligo, sicuramente è una attitudine, una mia predisposizione, credo che si fotografi anche quello che si è, la fotografia è anche specchio di se stessi. Scendere nelle vite degli altri, nel disagio umano senza sottrarmi di fronte al dolore, senza risparmiarmi non mi limita ad essere un osservatore esterno.Devo vivere i luoghi e le persone che fotografo. Devo entrare in sintonia con quelle persone che poi faranno parte delle mie fotografie.Trascorrere del tempo con loro mi regala il privilegio di conoscerli ma anche di svelarmi, è interessante! Si abbassa la guardia.

Postituzione Napoli © Francesco Cocco

AUTORI:INTERVISTA A ROBERT MARNIKA

Croato classe ’66, si avvicina alla fotografia negli anni ’80 ed inizia a collaborare con riviste e quotidiani croati. Allo scoppio della guerra affronta la sua prima prova da fotoreporter documentando gli orrori della guerra. Si trasferisce nel ’93 in Italia e dal ’95 risiede stabilmente a Bologna. Vincitore di Fotoleggendo 2006 con “Frammenti di un ricordo”.Fotografo freelance ed insegnante, organizza workshop in Croazia.

1) In molti dei tuoi lavori si respira l’esperienza che hai vissuto durante la guerra del 1991, la fotografia è stato un mezzo per “esorcizzare” quei momenti o attraverso il tuo personalissimo stile è stato solo un modo per documentare il dramma di un popolo?

Nel caso di -Frammenti di un ricordo-, posso dire che la fotografia mi ha permesso non tanto di esorcizzare, quanto di vedere da esterno uno spaccato della mia vita personale che non ha coinvolto solo me ma l’intera area balcanica e gli eserciti delle varie nazioni intervenute. Non si può pensare alla fotografia di guerra solo e unicamente ad un documento. Queste immagini andrebbero lette come un processo di sedimentazione. Il risultato, sulla propria pelle, di un incubo che ti accompagna per anni anche dopo la fine di un conflitto, e che chiede di essere interrogato, argomentato e riconsegnato alla realtà attraverso altre immagini, sperando che queste non feriscano inutilmente l’occhio ma che a distanza, attraverso il gesto d’arte possano diventare una forma di riflessione. Per arrivare a questo non si può ragionare da fotoreporter o da giornalista ma da chi è nato in quei luoghi e inquadra la guerra con meno filtri, se non quello dell’incredulità per quello che avviene sotto i propri occhi. Il vero lavoro in questo caso non è l’immagine in sé ma il processo che le ha riportate alla luce. Il frammento è il risultato di una memoria lucida quanto umanamente desiderosa di dimenticare al più presto, per tornare alla normalità della vita. Il dolore non si può cancellare ma può essere declinato in una forma più sopportabile. E con la forma espressiva che caratterizza questo lavoro, parlo del conflitto nella mia città d’origine ma soprattutto dell’eco di una guerra che ancora risuona nei momenti di pace.

2)Nel lavoro “Visite” ci mostri L’isola di Sestrunj. Citando la tua presentazione del lavoro la descrivi come “…un sito archeologico a cielo aperto da scoprire, da interrogare. “.Possiamo definire quest’isola come l’anello di congiunzione tra la Crozia pre-guerra e la Croazia post-guerra? Oggi come si può descrivere la Croazia e qual è il tuo rapporto con la Croazia?

Anche in questo caso, Sestrunj è..come dire? Un pretesto per parlare di qualcosa di più grande, di un andamento sociale radicato nella penisola quanto nelle apparenti intatte realtà isolane. Queste ultime sono le prime che subiscono le conseguenze di un conflitto. “Visite” parla soprattutto dello spopolamento del territorio, spesso dovuto ad una crisi post bellica. Le isole sono terre ideali per rifugiarsi quando si scappa come le prime ad essere abbandonate. In ogni caso sono piene di tracce che aiutano a capire certi passaggi storici. Sono come particolari osservatori. Da lì puoi capire come funziona la terra ferma. Avverto la Croazia come un territorio che cerca di guardare avanti nascondendo il dolore, inseguendo una svolta economico-politica. Torno a Zara ogni anno, vivendo lì qualche mese, sia d’estate che d’inverno e vedo la doppia faccia della medaglia. Lo sviluppo economico da solo non basta per superare e arginare le ferite della guerra, e ancor meno dimenticare. Sono convinto che coltivare la memoria, spoglia di rivendicazioni, possa essere uno strumento da insegnare alle nuove generazioni perché si recuperi quella speciale concentrazione di diversità in un’area geografica così piccola come quella dei Balcani e fare di questa condizione un esempio scelto e consapevole di una pace e convivenza possibili.

3) Sei tornato nei luoghi di “Frammenti di memoria”?

Sì, certo. Sono tornato in quei luoghi, quelli raccontati attraverso le mie fotografie, quelli del mio immaginario. Sono tornato per raccontare i cambiamenti visibili all’occhio umano. Il risultato è in un lavoro dal titolo “Dieci anni dopo”. Sono andato a cercare le stesse angolazioni e se dove era possibile, le stesse persone che comparivano negli scatti fatti durante la guerra. Sono andato a memoria, come un esercizio di riconoscimento, non sbagliandomi di molto, cambiando giusto alcune inquadrature.

4) Come nasce il Marnika fotografo? Consigli per chi vuole intraprendere la professione del fotografo.

Ho iniziato a fotografare nel bel mezzo degli anni ottanta, un periodo ricco di eventi e stimoli vari. Ho mosso i primi passi un po’ per caso in una camera oscura dello studentato dove alloggiavo, ai tempi dell’università, a Zagabria. Le prime pubblicazioni nei giornali studenteschi e da lì a ho proseguito, facendo della fotografia una costante nella mia vita.Una grande passione che ho trasformato in lavoro. Certo non è facile. Oltre ad un costante aggiornamento, è soprattutto l’esperienza a fare da padrona in questo mestiere. Non parlo solo di perfezionamento tecnico ma di sensibilizzazione dello sguardo. L’unico modo per conoscere bene la fotografia è studiarla ma soprattutto praticarla: osservando, variando punti di vista, confrontandosi, sperimentando.E’ importante, inoltre saper filtrare e riconoscere quando un’immagine è portatrice di contenuto o fine a se stessa e in tal caso non avere paura di  fermarsi.

5) Progetti futuri?

Tanti. Sicuramente continuo il lavoro sul sociale nel mio paese. E poi la ricerca personale che coltivo e porto avanti fin dagli inizi della mia carriera fotografica.

Fragments of memory-kod skrbana Robert Marnika

 

 

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Robert Marnika

INCONTRO CON TOMMASO BONAVENTURA

INCONTRO con il fotografo TOMMASO BONAVENTURA:
Durante la serata il fotografo, già vincitore di molti premi fra cui il World Press Photo, presenterà al pubblico alcuni dei suoi ultimi progetti fotografici, accompagnandoli a proiezioni e letture dal vivo.
Tommaso Bonaventura nasce a Roma nel 1969. Nel 1991 si trasferisce a Londra e collabora con vari studi fotografici. Dal 1992 lavora come fotogiornalista. Realizza reportage e ritratti per le testate italiane ed internazionali. Dal 1996 è fotografo della Contrasto. Compie viaggi nell’Europa dell’Est; si occupa delle comunità musulmane, dei pellegrinaggi cristiani in Europa vincendo il Premio Gribaudo 2002 e la menzione d’onore al premio Fnac 2004. Vince il primo premio al World Press Photo 2005, categoria “Arts and Entertainment”. Recentemente ha lavorato in Cina portando avanti diversi progetti fotografici tra cui il villaggio di Nanjiecun ed i luoghi culto del Maoismo, Yan’an nello Shaanxi e Shaoshan nello Hunan, e documentando le più importanti trasmissioni televisive.
[nove] Photography
presenta l’incontro con Tommaso Bonaventura.
Venerdì 20 Novembre a partire dalle ore 19:00
via Argentina 10, Roma
ingresso libero
link:

AUTORI:INTERVISTA AD ALEX MAJOLI

Il WSP ha il piacere di intervistare uno dei maggiori esponenti della fotografia italiana, Alex Majoli.

Ravennate classe ’71, attivo fin dall’adolescenza nel mondo della fotografia. a 18 anni era già nella ex- jugoslavia per documentare gli orrori della guerra. Membro della Magnum dal 2001.

1) In una recente intervista hai paragonato il fotografo al samurai, hai trovato tra i due una comunanza negli atteggiamenti e nella preparazione. Come il samurai era al servizio del suo signore cosi il fotografo deve essere al servizio dell’informazione. E’ giusto essere essere sempre al servizio dell’informazione, documentare sempre tutto o in alcuni casi, particolari, è giusto fermarsi?

La storia del samurai e’ un po’ vecchietta . nasce da una cena e da alcuni libri e supposizioni avute piu’ di 10 anni fa’ . non ha nulla a che vedere con l’essere al servizio ma con la disciplina che i samurai applicano e con la devozione ai rituali . cioe’ non credo che si possa insegnare a fare fotografie ma solo la filosofia della fotografia ma nel frattempo si puo’ adottare tecniche di esercizio alla fotografia ; si puo applicare lo stesso atteggiamento che i samurai applicavano all’arte della guerra.

2)A 18 anni eri già fotoreporter professionista, poco dopo eri già in jugoslavia per documentare la guerra, hai affrontato situazione che la quasi totalità dei giovani in quell’età evita o, giusto pochi, sogna solamente di affrontare. Senti che ti manca qualcosa?

Ma guarda la mia e’ stata una scelta obbligata piu’ che cercata fin da quando ero piu’ giovane. sento che manca stabilita’ in molti aspetti della mia vita che si riflettono anche nel mio lavoro di conseguenza. per quanto riguarda la parte dei giovani che evitano…… io dico solo una cosa che i giovani sembrano non avere capito per niente : la liberta’ non sta nell’essere liberi di fare o non fare certe cose ma sta nel non aver aver paura. e potevo anche citare gaber con la partecipazione con il quale sottoscrivo pienamente l’idea ma ha sempre una sfumatura politica la partecipazione mentre la paura e’ quello che ha a che fare con il nostro individualismo.

3)Inizi con un reportage sul manicomio di Leros, lavori molti mesi in Sudamerica per il progetto “Requiem in Samba”, da anni lavori ad “Hotel Marinum”, ci sono dei punti in comune, nei tuoi progetti o cerchi un approccio differente per ogni lavoro?

I 3 progetti che tu hai appena citato hanno forti conessioni tra loro e forse per questo sono e saranno sempre incompiuti icluso leros anche se e’ gia’ diventato libro. ma nella totalita’ del mio lavoro ci sono molti altri aspetti che nascono da idee piu’ che da incontri… citerei libera me e one vote o addirittura c’e tutto uno strato di lavoro che viene da assignments che portato su un tavolo di professori di fotografia non verrebbe considerato ma e’ il pane della mia vita e di quella della mia famiglia. sai si elogia Eugene Smith per essere morto lasciando 18 dollari sul conto perche’ era devoto alla causa della fotografia (mentre faceva set up e sandwich) ma vai a chiedere a sua moglie e ai suoi figli cosa ne pensano di questo. Ogni fotografo ha la responsabilita’ di essere un uomo onesto e coerente prima di essere un eroe.

4)Qualche consiglio per chi vuole intraprendere questa professione.

Non intraprendere questo mestiere …. se proprio uno e’ convinto allora cerchi di farlo con calma e riflessione e lasci il “festival di sanremo” a chi vuole arrivare primo e non raccontare quello che vede.

Links:

Cesura Lab

Alex Majoli

AUTORI:INTERVISTA A EMILIANO MANCUSO

Il WSP propone un interessante intervista ad uno dei protagonisti contemporanei del reportage italiano, Emiliano Mancuso.
Nato nel 1971 a Roma, dove vive. Laureato in filosofia, inizia a interessarsi all’immagine come mezzo espressivo di rappresentazione della realtà. Sue fotografie sono state pubblicate dai più importanti magazine italiani e stranieri. E’ vincitore nel 2005 del concorso Attenzione Talento Fotografico Fnac. Fotografa per Contrasto

1)Parlando del lavoro “Terre di sud” dici che:”Negli ultimi anni la fotografia di reportage soffre troppo il peso del digitale, soffre di una vera e propria deriva formalistica. Questo lavoro vuole essere impressionistico, immediato, direi quasi più sporco”. Il digitale ha impoverito il linguaggio del reportage?

Sono ormai passati due anni da “Terre di sud” e in questo tempo ho sicuramentematurato un distacco da quel lavoro, il naturale distacco che sempre si pone fra sè e una propria opera, una volta conclusa. Questo per dire che oggi andrei più cauto nel ripetere quell’affermazione. Il digitale in realtà ha modificato inevitabilmente la gamma e le possibilità espressive della fotografia, è strumento simile e insieme diverso dalla pellicola, ma non per questo di per sè “formalistico”, è più l’uso che ne facciamo. Quello che in realtà volevo dire, cercando al contempo di valorizzare la scelta della pellicola in “Terre di Sud”, è che l’ingombrante presenza della postproduzione nella fotografia digitale (e intendiamoci: è una tentazione in cui cadiamo tutti, io per primo) spesso tende a livellare le differenze fra i fotografi e le storie narrate, e che l’infinita quantità di immagini che permette di realizzare spesso toglie immediatezza e concentrazione al singolo scatto fotografico. Ma è rischio che dobbiamo correre, è inevitabile, perchè il digitale è ormai il mezzo espressivo più diffuso al mondo, e non si torna indietro. Saranno i singoli fotografi a sondarne le possibilità e le eventuali derive, anche formalistiche. Ed è per questo motivo, dopo “Terre di Sud”, che ho abbandonato la pellicola e scelto di lavorare esclusivamente in digitale. Magari cercando di mantenere quell’idea di sporco e di impressionistico che ho cercato con “Terre di Sud”

2)In un numero di giugno de “L’Espresso” fotografi le tendopoli aquilane, in situazioni particolari come questa che tipo di approccio utilizzi con le persone? Come fai a rimanere “invisibile”?

Spesso, quasi come una battuta, mi ritrovo che la fotografia si fa più con le gambe che con gli occhi. E’ davvero una specie di danza nello spazio. E questa danza sempre riflette il carattere del fotografo. Io di mio sono (o almeno credo di essere) una persona abbastanza timida e che ci mette sempre un po’ prima di sentirsi a suo agio in una situazione nuova. E questo limite (evidentemente poco adatto al reportage) cerco di volgerlo a mio favore. E’ difficile che una persona o un gruppo di persone in cui mi sono ‘intrufolato’ avvertano la presenza di un fotografo che s’impone all’attenzione, anzi, probabilmente quasi nemmeno se ne accorgono. Ma davvero più per una forma di discrezione e timidezza che non per chissà quale tecnica. Insomma, dietro l’invisibilità spesso c’è un farsi da parte, quasi un nascondersi. Nel caso specifico del reportage sulle tendopoli, ero davvero il primo a sentire l’imbarazzo di stare lì a osservare le perquisizioni della polizia o comunque a volermi introdurre nella vita di altre persone. E così spesso mi faccio quasi invisibile, lasciando ad altri il primo piano della scena. E’ davvero un modo di occupare lo spazio, emotivamente.

3)Raccontaci qualcosa del progetto “Extra media”.

Extramedia è nato dopo “Terre di Sud” e in qualche modo ne conserva e ne amplifica le motivazioni. Il viaggio per il nostro mezzogiorno non ha soddisfatto la mia curiosità sulla realtà italiana, mi sento che è ancora poco quello che ho fatto e quello che si dovrebbe fare per raccontare un paese che è davvero un caso unico e anomalo nel cosidetto “occidente”. Extramedia è così innanziutto la voglia di rimettersi in viaggio attraversando l’Italia contemporanea, l’Italia della crisi, come diciamo. Questa volta però, al contrario di “Terre di Sud” che è stato un lavoro solitario, avevo voglia di viaggiare insieme a dei giornalisti e di raccontare e capire insieme a loro. Avevo voglia di ricreare la coppia fondativa, per così dire, del fotogiornalismo: un giornalista e un fotografo, un testo e delle immagini. L’idea è quella di recuperare idealmente il lavoro che Dorothea Lange e Paul Taylor fecero per conto dell’FSA durante la crisi americana del 1929: viaggiare, raccontare e raccogliere date. E così è nata l’idea del nostro blog: di Extramedia. A noi della redazione ci piace parlare di “realismo digitale”: fotografie, testi e video, viaggiando attraverso l’Italia e raccolti in un blog. Perchè siamo convinti che sempre di più (un po’ come prima si diceva del digitale) il giornalismo si sposterà sul web. Nei paesi anglosassoni (sempre all’avanguardia, debbo dire, per quanto riguardo le forme del giornalismo) è già una realtà consolidata, in Italia siamo in ritardo, ma stiamo cominciando, e noi siamo tra i primi.

4)Che profilo viene fuori dell’Italia dai viaggi di extramedia.

Un’Italia bloccata, dove sotto la cenere cova la novità, quella che da qui a poco tempo (non so dire quanto ma è sicuro) vedremo venir fuori, anche in modo conflittuale. Dopo la fine della cosiddetta “Prima Repubblica” è nato il bonapartismo italiano: l’era di Berlusconi, le televisioni che si fanno Stato. l’Italia che stiamo attraversando, ci sembra, è insieme l’Italia del suo massimo potere (e del sistema che in realtà incarna) e insieme l’Italia che sta cominciando a far scricchiolare gli equilibri che ci hanno dominato negli ultimi due decenni. Per dirla semplice, la crisi mondiale imporrà anche al nostro paese di cambiare, altrimenti fai crack. Sarà il suo portato positivo. Il vecchio sistema non reggerà ancora molto, è troppo concentrato a conservare se stesso e non si accorge di quello che sta cambiando sotto la spinta delle nuove generazioni, dell’immigrazione, del web. Insomma, l’Italia berlusconiana potrà ancora conservarsi per un po’ ma è ormai soltanto un freno che blocca l’emergere di una nuova realtà. Ed è proprio questa ambivalenza, questo stare in equilibrio fra vecchio e nuovo, fra un paese bloccato e un paese che comincia ad aver voglia di sbloccarsi quello che stiamo cercando di raccontare. Al di fuori di ideologie e di preconcetti. Il nostro motto è davvero andiamo a vedere come le stanno le cose, la realtà sorprende sempre. E l’Italia con lei.

5)Da ex-filosofo quali leggi governano, se esistono, l’estetica nella fotografia?

Bella domanda. Per provare a rispondere però, in poche righe, smetto i panni del fotografo e indosso quelli del filosofo (di una vita fà). Più che leggi sono convinto che la fotografia abbia una sua matrice estetica, che è esattamente quello che inviduò Roland Barthes: la fotografia è comunque e sempre una traccia di qualcosa che è stato. Un “indice” si direbbe in semiologia. Anche nel digitale, anche nelle fotografie più astratte e/o rarefatte. Se è una fotografia è sempre un indice di una realtà, sempre. Altrimenti, passiamo dal campo della fotografia a quello dell’immagine. Non condivido molto le discussioni che da ormai un decennio ci sono intorno alla realtà o finzione della fotografia (tanto più se di reportage). Da un punto di vista filosofico la questione è mal posta (si direbbe) perchè una fotografia è sempre una finzione che rimanda a qualcosa che non lo è (una realtà che ha impresso l’immagine in un tempo passato), sia che si voglia essere più documentativi sia che si voglia essere più onirici. Non cambia nulla. Anche nei casi più estremi (vedi Robert Frank o Ackermann e D’Agata oggi) dove dei fotografi hanno cercato di mostrare la finzione insita nella fotografia stessa, specie di reportage, comunque quell’indice di qualcosa al di fuori di noi non si cancella mai, altrimenti siamo nell’immagine, ma non nella fotografia. Per capirci in un esempio semplice, ciò che c’è di ancora straordinario nei paesaggi dall’alto di Giacomelli è che pur trovandoci di fronte a delle immagini oniriche (sembrano quasi i disegni di Nazca fatti da chissà quale extraterrestre di passaggio) sempre siamo rimandati fuori di noi, quei segni astratti sono sempre qualcosa, un albero, un campo. L’astratto non annulla mai del tutto cio che è stato. Più o meno è questo quello che penso sia l’estetica fotografica (sperando di non essere stato troppo un ex-filosofo).

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© Emiliano Mancuso

AUTORI: INTERVISTA A MASSIMO BERRUTI

Il WSP intervista uno degli esponenti principale della fotografia di reportage contemporanea, Massimo Berruti.

Romano classe ’79, membro della Agence VU. Vincitore quest’anno del City of Perpignan Young Reporter’s Award, con il reportage Pakistan – Fact or Fiction?

1)Come fa un futuro biologo a diventare uno dei punti di riferimento dell’Agenzia VU e della fotografia italiana?Che consigli ti senti di dare ad un giovane in bilico tra la fotografia e una vita normale?

Non lo so perchè la biologia fa più parte del mio passato che del mio futuro, e la risposta alla seconda parte della domanda sta prop

rio in questa piccola incomprensione. Non ci sono mezze misure con questo lavoro, se lo si fa, ci si investe tutto, anche la sfera privata, perchè essendo più una passione in verità, ed un buco nero di soldi più che un generatore di essi, finisce per non essere un qualcosa da cui ci si riesce magicamente a staccare quando suona la campana! Il consiglio per chi si trova in bilico è di riflettere attentamente su ciò che si vuole per poter così prendere una decisione netta. La confusione può essere molto importante quando se ne ha una attenta gestione.

2)Molti tuoi lavori sono nati in Pakistan: cosa ti è rimasto più impresso di quel paese e della gente del posto, delle situaizoni che ti sei trovato a vivere?

Del Pakistan la cosa che mi rimane più impressa è la semplicità e la generosità di quella gente. Un popolo solidale e di grande tolleranza, nonostante ciò che ne si dica sulla stampa di massa. Sono andato li un po per caso, ed ho deciso che era il posto giusto per raccontare le realtà che mi interessano maggiormente. Alcune delle situazioni che mi sono trovato a vivere erano orribili, ma è proprio dove l’uomo conosce il peggio di se, che allo stesso tempo di contraltare è capace di dare luce e sfogo ai suoi aspetti migliori. I Pakistani sono accerchiati da un “intorno” terribilmente ostile, ma si mostrano ancora eccezionalmente aperti.

3)C’è secondo te un limite al quale attenersi nella postproduzione delle fotografie oppure come in camera oscura tutto è lecito?

No esiste chiaramente un limite, ed per me è quello appunto di attenersi a cio che è possibile fare in camera oscura. Photoshop è una perfezionata camera oscura, ma bisogna non farsi tentare dall’andare troppo oltre e soprattutto nella fotografia a colori.

4)Scorrendo i tuoi lavori si nota una certa eterogeneità dei temi, come decidi la storia da raccontare e come trovi i contatti?

Nei miei lavori prima di un paio di anni a questa parte non c’è mai stata una seria progettualità! Questo perchè scegliere cosa fare sembra facile, ma non lo è affatto! Il mondo è cosi pieno di storie che a sceglierne una sembra di fare torto alle altre. Ed è per questo che i temi che ho trattato variano abbastanza, facevano parte di una ricerca personale nell’ambito del fotogiornalism

o. Ora qualla fase sta passando ed ho alcuni progetti per la testa che mi terranno occupato per parecchio tempo.

5)Progetti futuri?

Per i progetti futuri cambierò zona lavorativa e seppur mantenendo attenzione sulla news legata alla guerra al terrorismo, mi vorrei dedicare un po a “mamma” America, con tutte le sue stelle e strisce.

Massimo Berruti

daily Lives in Terror

© Massimo Berruti

NUOVI AUTORI: IL WSP INTERVISTA CHRIS RAIN

Continua la serie delle interviste ai nuovi talenti  e ad autori emergenti con un’intervista a  Chris Rain, un bravissimo fotografo ed artista romano, vincitore di Fotoleggendo 2009 con il lavoro “I’m the snow”

Prima di tutto complimenti per la vittoria. Come nasce un lavoro come “I’m the snow”?


I’m the Snow è come uno di quei diari colmi di pagine dove si scrivono presentimenti e buoni propositi, ma poi vengono interrotti.
Ho cercato di dare una conclusione e rendere onore a qualcosa lasciato a metà,
a quel regno immaginario popolato di luoghi, atmosfere e persone nelle quali trovavo rifugio ma che con il tempo avevo dimenticato.
Ho messo davanti agli occhi vecchi disegni, fotografie, oggetti legati alla mia infanzia che temevo per la loro aura misteriosa
e ho provato a reinterpretare tutte queste visioni per esorcizzare un perenne senso di paura e dissolutezza.

Ti ispiri a qualche autore, non necessariamente fotografo, in particolare? Mi viene da citare Anders Petersen o Michael Ackerman, anche se un pò lontanamente.


Le fotografie non sono direttamente ispirate da autori particolari o melodie,
più correttamente posso dire che ammiro e rispetto delle persone per la loro indole e pensiero incontaminati.
Siccome si parla di immagini posso confessare di avere un debole per Munch, Bacon, Alberto Sughi e il cinema espressionista del primo ‘900.
(Curioso tu abbia citato M. Ackerman, qualche anno fa dopo avergli fatto vedere dei lavori mi chiese di venire a casa mia per farmi delle foto e vedere dove nascevano le mie.)

Al momento di ritirare il premio hai sottolineato che il genere fotografico che fai troppo spesso non viene preso   sul serio, definendo la fotografi “prigioniera di se stessa”.Puoi spiegarci cosa intendevi?


La fotografia è un arte relativamente giovane, e forse per questo è costretta a limitare il suo campo d’azione entro dei confini invisibili
dettati da quell’ equazione che vede l’ autore come intermediario tra il mondo tangibile e lo spettatore.
Ho parlato di emancipazione, e questo significa essere liberi di creare e dialogare con se stessi,
disinteressandosi di chi sarà l’ interlocutore e di come potrà percepire il messaggio.
Una fotografia se vuole, può infrangere e sovvertire i dogmi dell’ estetica, del tempo, della gravità e dei colori.

Chi è Chris Rain fotografo, qual è la sua formazione fotografica?

La mia formazione fotografica non si avvale di alcuna particolare esperienza o studio.
Mi sono fin da subito appassionato di camera oscura per la possibilità che mi offriva di poter controllare interamente il processo produttivo e sperimentale,
successivamente ho sempre cercato di sfruttare ogni tipo di mezzo stilistico avessi la possibilità di usare.
Sono fermamente convinto del fatto che la potenza di un opera non debba essere decretata dagli strumenti utilizzati
o dalle didascalia scritte sotto di essa.

Trovi nella fotografia la forma migliore di espressione o utilizzi anche altri modi per esprimerti?

Scrivo molto, mi piace anche suonare, ma poi in fondo, suppongo che ogni essere umano all’ atto di voler comunicare,
cerca sempre di sfogare la sua irrequietezza espressiva in ogni semplice azione che compie,
dal modo in cui parla agli altri fino al modo in cui sistemerebbe degli oggetti su uno scaffale.

Progetti futuri?

Ho diversi progetti fotografici in corso nei quali ci sono ancora semi e affinità con quelli precedenti.
Aspetto il momento in cui capirò di aver concluso un capitolo,
e se mai accadrà, mi piacerebbe pubblicare un libro di lettere e racconti.

Ancora complimenti Chris e un arrivederci a presto.

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Chris Rain