Intervista a Giorgio Bianchi

Inaugurerà sabato 16 aprile al WSP “Fragile”, la mostra fotografica di Giorgio Bianchi che racconta una guerra fratricida, quella ucraina, che ha trasformato tutto in polvere, disgregando ogni punto di riferimento di cose e persone.

Di seguito un’intervista all’autore realizzata da Massimiliano Tempesta – WSP Photography.

 

1) “Siete eroi, siete il meglio che l’Ucraina possa avere…” Questo urlava dalla sua sedia a rotelle su un palco la Tymoshenko. Secondo te che sei stato testimone oculare della rivolta e della conseguente escalation, i rivoltosi erano davvero “Il meglio dell’Ucraina”? Cosa è successo in realtà?

Premesso che chiunque metta in gioco la propria vita per una causa, qualsiasi essa sia, meriti il massimo del rispetto credo che oramai non vi sia più dubbio alcuno che quello che è accaduto in Ucraina sia stato un colpo di stato ideato all’estero e messo in pratica principalmente da gruppi paramilitari ben addestrati.
L’immagine della sommossa di popolo contro la corruzione ha retto fino ad un certo punto ovvero fino a quando gli striscioni e gli slogan non hanno lasciato il posto alle mazze chiodate, alle molotov ed in alcuni casi alle armi da fuoco.
Mi dispiace dire questo perché sono stato a lungo in mezzo a quei ragazzi ed ho condiviso con loro gran parte degli eventi che hanno portato alla situazione attuale; ma purtroppo, a conti fatti, non si può far finta di non vedere che chi ha tratto beneficio dalle scelte scriteriate portate a compimento in quei giorni è soltanto chi puntava alla destabilizzazione ulteriore dell’Europa ed al suo allontanamento da un partner commerciale decisivo quale è la Federazione Russa.
Ancora oggi non capisco cosa si potesse aspettare il popolo Ucraino da un’Europa che ha lasciato affondare la Grecia senza muovere un dito e che allo stesso tempo lascia in balia delle onde o in mezzo al fango profughi che sfuggono da conflitti troppo a lungo ignorati.
La colpa di quello che è successo in Ucraina a mio personalissimo giudizio non va addossata a coloro i quali, a torto o a ragione, si sono battuti per un ideale, e paradossalmente neanche a chi li ha usati per propri fini geopolitici; la colpa maggiore in questo conflitto fratricida ce l’ha l’Europa che con la sua ignavia ha lasciato che la situazione precipitasse fino a queste estreme conseguenze, non essendo in grado di interpretare alcun ruolo di mediazione tra i due vasi di piombo USA e Federazione Russa, anzi appoggiando acriticamente le posizioni Atlantiche.

2) A tuo parere, la rivolta e la successiva guerra civile sono state seguite in maniera esaustiva ed oggettiva dai media Occidentali?

Assolutamente no.
Basti pensare che un rappresentante di una grande associazione che si batte per i diritti umani guardando le mie foto in mostra a Milano ha detto, cito testualmente “non credevo che i manifestanti fossero così bene armati ed organizzati”.
Allo stesso modo durante una Lectio Magistralis tenuta in un liceo di Busto Arsizio, al termine della proiezione di un audiovisivo sulla guerra in Ucraina ho chiesto ai ragazzi se avevano idea che a tre ore di volo da casa loro stesse accadendo quello che avevo loro mostrato.
La risposta è stata unanime, ovvero no.
Una volta, almeno i grandi giornali, avevano i loro fotografi ed i loro inviati, che con il loro lavoro rifornivano le testate di notizie e fotografie di prima mano.
Vi era un tipo di informazione che per sua natura era più plurale.
Oggi con la crisi della carta stampata sono sempre meno gli editori che si possono permettere degli inviati e per questo motivo si ricorre sempre di più alle foto di agenzia ed al “copia ed incolla ”degli articoli provenienti dai grandi network.
Tutto ciò ha condotto ad un drastico appiattimento dell’informazione sulle posizioni dei grandi gruppi con tutto ciò che ne consegue.
Un minimo di pluralità dell’informazione oggigiorno è garantita soltanto dai freelance che, tra mille difficoltà, ancora riescono a dar voce a quelle storie che i grandi media preferiscono non raccontare.

 

3) Hai raccontato tante storie ucraine, le hai cercate te, ti sono arrivate addosso all’improvviso? Quante ne vuoi raccontare ancora?

La scelta dell’Ucraina ed in particolare del Donbass è stata dettata proprio dalla voglia di indagare cosa accade al tessuto sociale di un paese scosso da una catastrofe quale può essere la guerra civile.
La parola che più a lungo mi è risuonata nella testa in quel periodo è stata proprio quella che dà il titolo alla mostra ovvero “fragile”: perché fragili erano in quel momento gli accordi di Minsk visto che ancora si combatteva, fragili erano le relazioni sociali e familiari spezzate dalla furia della guerra, fragili erano i manufatti umani che si sgretolavano sotto le bombe ma soprattutto fragile era lo sguardo dei civili e dei miliziani poiché tradiva la mancanza di certezze per il futuro.
Al momento sto lavorando sulla Siria perché anche lì c’è una una storia poco conosciuta ovvero quella dei soldati siriani.
In occidente li si è accusati delle peggiori nefandezze; mi piacerebbe restituire loro la dignità di uomini e di soldati raccontando come, assieme ai guerriglieri curdi, siano stati gli unici ad opporsi sul campo a Daesh e come, per questo motivo abbiano, pagato il prezzo più alto in termini di caduti, decapitati e torturati.

4) Burkina Faso, Vietnam e tanta Ucraina, sono tutte storie al limite, in cui c’è un grande coinvolgimento fisico, mentale, quanti segni rimangono? Mi viene sempre in mente il film Triage con Colin Farrel.

A me viene sempre in mente la scena del film The hurt locker quando il protagonista, di ritorno dall’Iraq, si ritrova spaesato all’interno di un ipermercato.
Dopo aver sperimentato il caos ed il disordine portati dalla guerra la normalità appare un po’ come gli scenari di cartapesta negli studi cinematografici: pensi che è talmente fragile da non poter essere reale.

5) Con quante foto si può raccontare una storia?
Accompagnata dalla giusta didascalia può bastarne anche una.

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Intervista ad Ernesto Bazan

Ernesto Bazan è nato a Palermo nel 1959. Ha ricevuto la sua prima macchina fotografica all’età di 14 anni e ha iniziato a fotografare la vita quotidiana della sua città natale e nelle zone rurali della Sicilia. Fotografia è stato più di una professione: una vera passione, una missione nella sua vita. Bazan sarà al WSP il prossimo 17 aprile per parlarci del suo lavoro e dell’ultimo libro pubblicato, ISLA. Scopriamo qualcosa di più su questo grande fotografo in questa intervista a cura di Massimiliano Tempesta – WSP.

1) Nel tuo libro “The Perpetual Past” racconti la comunità italo-americana di New York, con i suoi riti e le sue celebrazioni. A ben vedere è un po’ la tua storia che a 20 anni cerchi “l’ammerica” come tanti tuoi conterranei. Lo faresti anche oggi?

Più che l’America cercavo di realizzare il sogno “reale” che feci a 17 anni in cui ascoltai una voce che mi diceva che dovevo diventare fotografo. Il fatto che la scuola si trovasse a NY fu una pura casualità. Ancora oggi continuo a seguire l’energia che guida la mia vita. La creazione dei workhop nel 2002, la creazione della casa editrice BPP (2008) che proprio in quei giorni sta stampando il primo libro della mia studentessa Willard Pate, l’assegnazione di altre due borse di studio a due giovani fotografi sotto i 35 anni (iniziato nel 2014) non sono che i risultati concreti della realizzazione di questo sogno iniziale che poco a poco s’è andato allargando a macchia d’olio. Speriamo che al compiere 60 anni nel 2019 potremo contare con almeno otto titoli pubblicati dalla BPP: quattro miei e quattro dei mie studenti. In quel momento saremo diventati una casa editrice a tutti gli effetti e potremo incominciare a frequentare le fiere del libro con la testa alta.

2) La tua lunga permanenza a Cuba ha portato alla luce tre magnifici libri “Bazan Cuba”, “Al Campo”, “Isla”. Tre libri dal carattere molto differente accomunati dallo splendore di Cuba. Rappresentano solo tre anime di Cuba o sono anche una descrizione del tuo io?

Io direi lo splendore e la decadenza del luogo. Mostrano il profondo amore che ho sempre sentito per il popolo cubano, per il suo coraggio e la sua dignità. Credo che in ogni foto ci sia anche una parte di me come uomo e come fotografo.

3) “ISLA” è il terzo capitolo della trilogia cubana. L’ultimogenito è sempre un po’ il “cocco di casa”, anche in questo caso è così?

La tendenza a dire ciò è questa, ma come buon padre amo tutti i miei “figli” in maniera uguale. Ovviamente il formato panoramico è molto sexy e la stampa in tritono e tutta l’esperienza accumulata con i primi due libri ci ha aiutato enormemente con Isla. Quando vedrai With Animals della mia studentessa Willard Pate che stiamo terminando di stampare proprio oggi rimarrai a bocca aperta. In questo caso stiamo stampando per la prima volta in quadricromia con due neri e due grigi su una carta da sballo.

4) La BPP è la tua casa editrice, come nasce l’idea di fondare una casa editrice?

Nasce dall’esigenza di mantenere il controllo assoluto sulle nostre foto e su tutti gli aspetti che comporta la pubblicazione di un libro: copertina, layout, sequenza, testi. Gli editori tendono a escludere i fotografi, autori del loro duro lavoro, da questa fase così importante e delicata. Ritengo che dopo la creazione dei miei workshop, la casa editrice rappresenti una delle cose migliori che ho fatto nella mia vita. Poter risparmiare ai miei studenti tutte le umiliazioni che ho dovuto sopportare con i miei primi libri mi rende felice.

5) Puoi darci un’anteprima dei titoli che pubblicherai nel corso del 2015/16?

Come ho già detto qust’anno lanceremo With Animals. E una tiratura limitata a 1000 esemplari di cui solo 300 copie saranno in vendita. Ritengo che solo con il passa parola ne siano state già prevendute la metà. Nel 2017 verranno alla luce il secondo libro di un mio studente: Labirinto di Juan de la Cruz, messicano che da anni lavora con pellicola di negativo a colori su un progetto molto personale sul suo paese. Con la pubblicazione di questi libri daremo la possibilità ai miei studenti d’entrare a tutti gli effetti nella mappa della fotografia mondiale. Il secondo libro che uscirà in contemporanea è il libro a cui tengo di più. Before You Grow Up… è il libro che racconta la vita della mia famiglia dal momento in cui io e Sissy ci conoscemmo e poi tutti questi diciotto anni di vita assieme ai nostri figli Pietro e Stefano. Sarà anche un libro sulla mia infanzia siciliana. Includerà non solo foto mie ma anche foto scattate da altre persone, foto formato passaporto, foto scattate con l’I-phone, con la macchina panoramica. Mi piace dire che dopo questo libro sarei assolutamente felice di non pubblicare altri libri miei. Detto questo, se il destino vorrà dopo l’uscita di questo libro spero di poter pubblicare il progetto latino americano su cui lavoro da più di un decennio. Piuttosto che fare un solo libro su ogni paese ( Messico, Perù e Bahia in Brasile) ho deciso di fare libri più piccoli sia come dimensioni che come numero d’immagini. Ho preso in prestito da Dante l’idea del canto come forma poetica. Il titolo generale sarà Canti Latino Americani. I primi tre saranno canti brasiliani, il passo naturale dopo la trilogia cubana considerando che da anni continuo a ripetere che Salvador e Bahia sono la mia nuova Avana e la mia nuova Cuba.
Per maggiori informazioni visitare il sito del fotografo: http://www.bazanphotos.com/