Intervista a Paolo Marchetti

© Paolo Marchetti - The price of Vanity

© Paolo Marchetti – The price of Vanity

WSP Photography, l’intervista al fotoreporter Paolo Marchetti, III posto World Press Photo 2015 categoria Natura – stories e ultimo vincitore dell’Alexia Foundation Grant. Intervista a cura di Massimiliano Tempesta.

1- Terzo posto nella categoria “Nature – stories” una categoria un po’ “particolare” per un reportagista.

Non trovo che il mio progetto “The Price of Vanity”, la mia investigazione sugli allevamenti intensivi delle specie animali destinate al business dell’alta moda sia particolare né tanto meno inusuale rispetto alle mie produzioni precedenti. L’investigazione e l’approfondimento giornalistico credo non abbiano mai motivo di essere distinti in categorie, se non in un concorso fotogiornalistico appunto.
Questo perché il valore fondamentale dei
progetti reportagistici d’inchiesta sia semplicemente espresso dalla denuncia di un contenuto piuttosto che dall’argomento trattato, questo a prescindere da quanto sia nuovo quell’argomento all’interno della produzione storica di un fotografo. D’altronde quello che mi preme è raccontare storie capaci di innescare una reazione, ma soprattutto mi preme aggiungere domande concrete a dibattiti che spesso si sono interrotti o addirittura vengono ignorati.
Trovo inusuale invece, ma questo credo sia il valore aggiunto del mio progetto, il fatto che solitamente troviamo all’interno della categoria “Natura” storie che elogiano la magnificenza del mondo animale e del suo habitat, mentre il mio tentativo è quello di porre il fuoco sulla posizione di assoluta prevaricazione, di spietato dominio e di
assoluto fallimento da parte dell’uomo nei confronti di madre natura.

2- Il lavoro premiato fa parte di un progetto più ampio: ci puoi svelare la genesi e lo stato dell’arte di questo lavoro?

“The Price of Vanity” è un lungo e difficilissimo percorso all’interno degli allevamenti intensivi delle specie animali destinate all’immenso business dell’alta moda. Sto tentando di raccontare nel mondo, sia geograficamente, coprendo questo settore industriale a livello continentale, che per quanto riguarda la lunghissima lista di specie animali coinvolte da questo gigantesco business. Ho suddiviso il progetto in X capitoli ma solo strada facendo capirò a che punto vorrò o dovrò fermarmi.
Di fatto ciò che voglio sottolineare è il
massacro a norma di legge e la grande ipocrisia che l’uomo racconta a se stesso in nome del lavoro. Lo ha sempre fatto d’altronde, in nome delle ideologie e dello sviluppo, l’uomo ha prontamente sempre trovato delle “buonissime ragioni” per abusare e distorcere certi valori. Quello a cui invito a riflettere è se servono nuove ed altre leggi perché il sacrificio di milioni di animali ogni anno possa cessare. Il protocollo di Washington, il CITES, a quanto pare non basta ed inoltre regolarizza tutto questo ma le mie domande sono le seguenti:
Serve una ulteriore legge per interrompere questo massacro?
Basterebbe forse una concreta presa di coscienza da parte dei cittadini o abbiamo sempre bisogno che le autorità ci dicano cosa è giusto e cosa no?
È giusto conoscere la storia dei prodotti che compriamo o possiamo farci bastare il diritto all’acquisto dei prodotti stessi?
Davvero noi cittadini non siamo responsabili solo per il fatto che non è il nostro mestiere proteggere certi aspetti?
La nostra responsabilità si limita al ruolo che copriamo nella società o esercitare il diritto di cittadinanza nel mondo potrebbe cambiare le cose?
Dunque il mio progetto non vuole assolutamente attaccare l’alta moda, né le autorità competenti, semplicemente perché non sarebbe efficace, ci sono le leggi a proteggerli; voglio invece puntare il dito su di noi, il popolo, con la speranza che mostrargli la storia degli indumenti che riempiono i loro armadi, li spaventi e li induca a farsi una domanda in più la prossima volta che stanno per acquistare un prodotto, che sia il prossimo portafoglio in coccodrillo o altro.

3- Sei uno dei docenti della Masterclass del WSP Photography: com’è essere insegnante? Senti la responsabilità di formare nuovi fotografi?

Questa straordinaria esperienza, condivisa con i miei stimatissimi amici e colleghi Giovanni Cocco e Fausto Podavini, si protrae per un intero anno solare e l’atteggiamento con il quale mi sono posto nei confronti dei partecipanti è di colui che vuole soltanto condividere la propria esperienza ed instaurare una dinamica di scambio. Imparo moltissimo da questo e metto a disposizione tutto me stesso nel restituire, con cura e grandissima passione, a seconda dei differenti profili con i quali mi rapporto. Abbiamo stabilito un confronto che va oltre le lezioni mensili, scambiamo impressioni, idee, anche dopo esserci riuniti in un’aula. Trovo che l’onestà del nostro intento sia più importante del programma didattico che con fatica e attenzione abbiamo concepito. Insomma prima dell’abilità nel trasmettere certi valori viene l’esposizione diretta, umana e personale con ciascuno dei fantastici partecipanti. L’enorme regalo che sto ricevendo è ritrovarmi in un workshop retroattivo: imparo tanto quanto cerco di trasferire.
Con Giovanni e Fausto stiamo già pianificando la prossima edizione e abbiamo in serbo sorprese e innovazioni concrete. L’unica responsabilità che sento è quella di pormi alla pari sul piano umano e di toccare con assoluto rispetto, le corde intime degli studenti, le uniche che costituiscono il cuore di questa incredibile disciplina. Sento la responsabilità di innescare in loro “il pensiero” inducendoli a rinunciare alle sovrastrutture culturali e a dare a se stessi l’opportunità di aprirsi, esercitandosi a restare recettivi nei confronti della vita e non della fotografia. Questa, è solo un pretesto che concede grandi opportunità umane e culturali, espresse prima dagli aspetti antroposofici e solo poi, da quelli antropologici della disciplina stessa.
Condivido con Cocco e Podavini
l’intento di invitarli a leggere e nutrire la fotografia con ogni linguaggio, d’altronde se non si riempie il bagaglio emotivo con la cultura, non può germogliare nessuna immagine. È questo quello che credo.

4- Record di premi al WPP 2015 per gli italiani, sta cambiando qualcosa da noi o è un qualcosa di estemporaneo?

Trovo che non sia una sorpresa che la fotografia italiana si sia imposta nell’’ultima edizione del WPP. Ho cominciato a constatare l’assoluto valore dei miei colleghi italiani dal primo passo che feci anni fa nel mondo del fotogiornalismo e non. Mi sorprendo ancora moltissimo di quanto io sia circondato da tanta qualità e questo mi mette addosso una straordinaria e costruttiva spinta nel fare meglio, ogni giorno. Mi confronto da anni con la scena internazionale, frequentando festival, viaggiando e visitando le redazioni e stringendo direttamente rapporti con editori da tutto il mondo e posso garantire che questo è notorio a tutti. L’Italia, piccolo paese di un pianeta con una immensa scena di autori, sa esserci sempre e non nascondo che a volte percepisco una sorta di scomodità nel panorama internazionale. Basta far caso al numero di fotografi italiani nelle maggiori agenzie o sui podi dei più importanti concorsi internazionali. Siamo sempre lì e con un’indiscussa qualità nelle produzioni.
Siamo alle solite d’altronde, la nostra cultura supera lo sfacelo politico e tristemente lo spazio per l’eccellenza trova da sempre, la sua casa soltanto all’estero. Eccetto pochissime realtà, la nostra editoria non può concedere i giusti spazi a tanta profondità e le ragioni sono complesse certo, ma chiare a tutti. Di fatto questo lo sappiamo già, e soprattutto il discorso sull’editoria rappresenta soltanto un tassello del grande fallimento: la cultura e l’arte sono relegati ancora ad una dimensione di distrazione e non come fondamento nelle scuole o pilastro nell’educazione delle generazioni più giovani.

5- Nel 2016 parteciperai alla categoria “sport” del WPP? Tornando seri, cosa stai preparando per il 2015?

Posso piacevolmente raccontarvi che i miei piani per il 2015 sono saltati, dovrò dunque rivedere i miei piani. Il WPP e l’Alexia Foundation Grant hanno innescato un positivo disordine nei miei programmi, dovrò dunque “risolvere questi intoppi” e affrontarne le straordinarie conseguenze. Scherzi a parte, sono già all’opera sui nuovi capitoli del mio progetto “The Price of Vanity ” e l’obiettivo è quello di trasformarlo in un solido corpo di lavoro, un report che tratta un argomento specifico senza precedenti e capace di far riflettere, emozionare ma soprattutto informare.
Come già detto, è già in fase di studio la programmazione del
successivo Master di Reportage con gli amici e colleghi Cocco e Podavini, ci stiamo confrontando sul bagaglio fatto in questa esperienza ancora in corso, e come è giusto che avvenga, vogliamo stravolgere positivamente ancora di più questo meraviglioso progetto.

Paolo Marchetti è un fotogiornalista freelance, ha lavorato per circa tredici anni nel campo cinematografico, ricoprendo ogni ruolo del reparto Operatori al fianco di alcuni tra i più  autorevoli direttori della fotografia italiani e stranieri e inizia in contemporanea i suoi studi fotogiornalistici prestando particolare attenzione alle tematiche politiche ed antropologiche. Marchetti pubblica regolarmente i suoi lavori nei magazine italiani ed internazionali tra cui Vanity Fair, 6MOIS, Sunday Times, British Journal of Photojournalism, Guardian, Geo, De-Spiegel, Newsweek, New York Times, Time Magazine e L’Espresso (con cui collabora abitualmente).
Negli ultimi anni Marchetti ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali tra cui, oltre agli ultimi premi menzionati:
4 POY, 4 PDN, 4 NPPA Best of Photojournalism, Sony Awards, il Leica Photographer Awards e il Getty Images for Editorial Photography.
Ha raccontato storie lontano dal suo paese, realizzando reportage in Brasile, Centro America, Cuba, Haiti, Stati Uniti, Europa dell’Est, India, Cina, Centro Africa, Colombia ecc. Il suo progetto a lungo termine lo ha realizzato nel suo continente, affrontando un’analisi antropologica e giornalistica sul sentimento della rabbia e sul risveglio del fascismo chiamato
“FEVER”. 

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