Intervista a Marco Bulgarelli

Danubius - (c) Marco Bulgarelli

Danubius – (c) Marco Bulgarelli

Il WSP intervista il fotografo Marco Bulgarelli, che sarà presente il prossimo 25 gennaio insieme al photoeditor Marco Pinna, per presentare il suo lavoro Danubius, recentemente diventato un libro.

Romano, classe ’73, Marco Bulgarelli si diploma nel 2002 in fotografia documentaria alla scuola romana di fotografia, ed inizia la sua carriera nel 2003. Si interessa alla cultura giovanile e alle trasformazioni urbane e sociali nelle capitali europee, lavorando principalmente per l’Espresso. Il suo interesse per il sud-est asiatico l’ ha portato prima in Birmania e poi, nel 2008, per vari mesi in India dove ha documentato la situazione attuale del paese. Nel 2011 il suo interesse si è focalizzato sul mondo Arabo, Siria – Egitto. Nel 2010 con “Abruzzo earthquake” si è classificato finalista al SONY PHOTOGRAPHY AWARDS e ricevuto la menzione d’onore al PRIX DE LA PHOTOGRAPHIE PARIS.

Ha lavorato e lavora con diverse agenzie, tra cui Corbis, GAMMA, LUZphoto e collabora con le più importanti case editrici italiane e internazionali. Ha esposto in diverse gallerie e musei.

Danubius

  1. Il reportage Danubius è un lavoro complesso, dove si evidenzia sia un approccio più personale e autoriale, che un approccio reportagistico. Nel corso della lavorazione com’è cambiato il tuo sguardo?

In ogni paese visitato, ho cercato di trasformare in pensiero visivo l’anima dei luoghi e gli stati d’animo della gente, “respirando” le atmosfere e “sentendo” le persone, al fine di coglierne la quintessenza. Di conseguenza, affiorano aspetti che non collocano il lavoro in un ambito estetico definito ed esclusivo, ma sono la conseguenza di una continua ricerca comunicativa, dovuta alla diversità delle esperienze vissute. Spero che queste modulazioni riescano a restituire l’essenza di ogni paese, il nodo inestricabile tra geografia e antropologia che uno stile preordinato violenterebbe in una forma estranea.

  1. Il lavoro Danubius è stato recentemente esposto al museo di Roma in Trastevere. È stato difficile realizzare l’editing della mostra? Ci sono foto a cui hai dovuto rinunciare, a cui sei più legato, al posto di altre?

L’editing della mostra è lo stesso del libro, leggermente modificato e adattato allo spazio museale. Durante la fase di editing siamo spesso costretti a sacrificare delle foto. Il primo scarto c’è stato quando ho deciso di dividere il lavoro in capitoli che corrispondessero ai diversi gruppi linguistici presenti nell’area, ma anche alle diverse stagioni. Così nel terzo capitolo riguardante la Serbia e la Croazia, ad esempio, ho dovuto escludere le foto realizzate durante l’inverno. In seguito ho dovuto sacrificare molte altre foto. Nel libro la fotografia sacrificata che non ho ancora digerito, perché esprime pianamente il mio concetto di alienazione metropolitana, è stata esclusa dall’editore, ma l’ho inserita nella mostra.

  1. Quando hai capito che la fotografia sarebbe diventata il tuo mestiere e quali sono le principali difficoltà che hai incontrato? Quali consigli ti sentiresti di dare ai giovani fotografi emergenti?

Non c’è stato un momento preciso in cui ho capito che la fotografia sarebbe diventata il mio lavoro, tutto è avvenuto senza che io prendessi alcuna decisione. Ho lasciato semplicemente parlare il tempo, solo il corso degli eventi mi ha portato qui oggi. Sicuramente se non avessi avuto una naturale predisposizione per la fotografia avrei percorso un’altra strada. Le prime vere difficoltà le ho incontrate all’interno della mia coscienza; conciliare la mia filosofia di vita con questo mestiere non è stato facile e non lo è ancora oggi. Adeguarsi a un sistema e giungere a certi compromessi con il mercato del lavoro non è semplice. Fortunatamente non mi sono snaturato, ma ho conosciuto chi ha subìto un processo lento e lungo che pian piano l’ha cambiato senza che se ne accorgesse. Se non si è ben centrati e non si ha una forte identità, si potrebbe cadere in un meccanismo insano, dove il lavoro e il mercato prendono il sopravvento su ciò che siamo nel profondo del nostro essere.  Ai giovani emergenti consiglio di ascoltare la propria voce interiore  prima di ogni scelta, senza essere condizionati dall’esterno, e affrontare i temi che appartengono di più al proprio modo di essere e di sentire.

  1. La comunità cinese appare spesso come diffidente e chiusa, come sei riuscito a superare questo ostacolo e in generale come ti relazioni con il soggetto dei tuoi lavori?

Fin dai miei primi lavori documentaristici ho scelto dei soggetti adatti alla mia personalità. Come nei lavori sui giovani del XXI secolo (Generazione y) o sul mondo omosessuale, anche per quanto riguarda la comunità cinese ho utilizzato la mia capacità d’inserirmi con una certa facilità in diversi contesti sociali. Cerco di comprendere “l’altro” in modo da poterci interagire, e acquisto la fiducia altrui attraverso la sincerità e l’onestà.  Probabilmente riesco ad adattarmi all’ambiente estraneo con una certa naturalezza.

  1. Il tipo di formato fotografico e di supporto (analogico o digitale), ad esempio in Danubius hai scelto il 6×7 diapositiva, influenza il tuo linguaggio fotografico? Come effettui questa scelta?

In linea di massima nei progetti personali ho preferito l’analogico, per il resto il digitale. In base al soggetto scelto cerco il mezzo che possa maggiormente esprimere la mia personale visione e rappresentazione del medesimo.

Intervista a cura di Daniela Silvestri – WSP Photography

Danubius - (c) Marco Bulgarelli

Danubius – (c) Marco Bulgarelli

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