Intervista a Sara Munari

 

(c) Sara Munari

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Sara Munari è una fotografa e docente di fotografia nata a Milano. Docente di Storia della fotografia e di Comunicazione Visiva presso ISTITUTO ITALIANO DI FOTOGRAFIA di Milano e di Tecnica Fotografica presso l’Isgmd di Lecco. Collabora con l’Università Cattolica di Milano per alcune pubblicazioni. Dal 2005 al 2008 è direttore artistico di LECCOIMMAGIFESTIVAL per il quale organizza mostre di grandi autori della fotografia Italiana e giovani autori di tutta Europa. Organizza workshop con autori di rilievo nel panorama nazionale.
Due volte vincitrice del premio Roberto Del Carlo al Lucca Digital Photo Festival, con il lavoro “I delfini dormono con gli occhi aperti”, entra nella shortlist della Magnum Fundation per fotografi emergenti. Dal 2013 entra a far parte del collettivo Synap(see).

Intervista a cura di Daniela Silvestri e Massimiliano Tempesta.

1. Nel lavoro “I Delfini dormono con gli occhi aperti” hai scelto di utilizzare dei dittici. Come nasce questa idea?
L’ idea nasce dal fatto che girando per i due grandi zoo di Berlino, ho notato che spesso ci fosse l’ abitudine di riprodurre l’ animale reale su gadget di tipo differente. Spesso l’animale riprodotto sembrava più reale e vivo di quanto non fosse l’animale  in cattività nello zoo. Da qui la voglia di mostrare questo ripetersi di riproduzioni di animali. Fino a rendere quasi indistinguibile quale dei due potesse essere reale.

(c) Sara Munari

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2. In “Place, Planner, Project”, vincitore a Lucca, porti avanti un genere fotografico più concettuale, inserendo anche elementi grafici. C’è comunque un filo comune che lega questo lavoro ad altri tuoi di genere reportagistico?
Ho ragionato molti su questa questione. Inizialmente ero preoccupata, ciò che rende il fotografo inconfondibile è spesso il suo stile ed il ripetersi del  proprio approccio alle cose del mondo. Io faccio fatica a rimanere legata ad un modo unico di comunicare quello che vedo. Credo di adeguarmi al soggetto e questo mi porta ad esprimermi sempre differentemente. Spero di non confondere troppo chi decide di seguire il mio lavoro e che nel tempo diventi proprio questa la caratteristica che mi contraddistinguerà. Non dovesse succedere, spero di continuare a divertirmi fotografando, per non rimpiangere di aver scelto questo modo di comunicare.

(c) Sara Munari

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3. Nel lavoro “Di treni, di sassi e di vento” hai raccontato la realtà di un campo Rom. Come sei riuscita ad inserirti in questa comunità e quali sono state le principali difficoltà che hai incontrato?
A Tirana non ero sola, eravamo più fotografi ed ognuno ha tentato di interpretare la vita dei rom come ha creduto. Avevamo un contatto che parlava  decentemente l’italiano e l’albanese. Il problema era che qualcuno dei rom non parlava nemmeno albanese. Comunque, l’interprete non era sempre presente, tanto che la maggior parte della comunicazione è avvenuta gestualmente e tramite sguardi…talvolta eloquentissimi! Ovunque sia andata nel mondo, non ho mai sentito che la lingua come un limite alla comunicazione, forse, il fatto di non capirsi perfettamente, allunga i tempi. Durante i miei viaggi passare tempo a tentare di  comprendersi, fa parte del gioco. Per tornare ai rom, ogni giorno, come se andassi a bere il thè a casa di amici, portavamo qualcosa in dono.

4. Sei da poco entrata nel Collettivo fotografico Synapsee. Cosa pensi dei collettivi fotografici? Raccontare la realtà a più mani può essere un valore aggiunto nella realizzazione di un reportage?
Entrare in gruppo è stata sicuramente un’esperienza arricchente. Il confronto e la discussione sono ottimi metodi per crescere e capire meglio l’ effetto che il proprio lavoro fotografico sortisce. Non ho mai lavorato a più mani al medesimo lavoro, piuttosto abbiamo affrontato lo stesso tema, ognuno con la propria visione. Trovo che anche lavorare a più mani, potrebbe essere una bella esperienza, sicuramente ci proverò. Il confronto con gli altri del gruppo è stato, in questi mesi, molto spronante. Ci si sente più forti.

5. Nel 2001 apri Stazione Fotografica, dove oltre a svolgere la tua attività fotografica ti sei occupata di promuovere mostre. Come ti sei trovata nel ruolo di curatrice? È difficile in Italia portare avanti realtà simili?
Il mio lavoro da sempre corre su doppio binario, da un lato sono fotografa e dall’altro docente di Storia della fotografia, comunicazione e editing. Le due parti si integrano da sempre e mi hanno anche portata a curare mostre. Che un fotografo si affidi alle tue parole e capacità per presentare e spingere il suo lavoro, è davvero entusiasmante. Un atto di fiducia non indifferente. Non credo sia difficile la curatela in sé, piuttosto,  troverei difficile far funzionare una galleria, che si basa sulla vendita di fotografie. Trovo debba essere davvero un lavoro complicato, almeno per me e in questo periodo delicato, nel quale la possibilità di acquistare fotografie è davvero privilegio di pochi.

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