Intervista a Paolo Marchetti

Pubblichiamo un’intervista realizzata al fotografo Paolo Marchetti da Massimiliano Tempesta, del Collettivo WSP. Paolo, recentemente vincitore del prestigioso premio Getty Images Grant for Editorial Photography, sarà presente mercoledì 19 settembre presso la nostra sede per presentare alcuni suoi lavori e contestualmente il workshop di reportage in Cambogia in partenza il prossimo novembre.

1)Prima di tutto complimenti per l’interessantissimo lavoro FEVER che ti ha permesso di vincere il GRANT FOR EDITORIAL PHOTOGRAPHY 2012 di Getty Images. Vista la situazione editoriale italiana vincere premi si può definire l’unica forma di finanziamento per continuare i propri progetti?

I Grants rappresentano una tra le più valide risorse per portare avanti i propri progetti e per ottenere un’ampia visibilità degli stessi, ma non l’unica. Durante i giorni trascorsi al “Visa pour L’Image” ho avuto l’occasione di ascoltare colleghi che hanno affrontato differenti strade, una delle quali è la collaborazione con alcune fondazioni che hanno finanziato e promosso i loro progetti. Un’altra opportunità è quella del fundraising che si concentra sul supporto di organizzazioni no-profit, modalità utilizzata anche da enti pubblici per finanziare le proprie iniziative a sfondo sociale. Conosco colleghi che si sono spinti in questo tipo di esperienza con risultati concreti e ciò mi porta a pensare che, dato il terremoto economico in atto, le nuove risorse andranno sempre più rintracciate in questo tipo di dinamiche.

2)    Tornando al tuo lavoro FEVER che tratta il tema della rinascita del fascismo in Europa, puoi raccontarci come è nato, come si è evoluto nel corso del tempo? Pensi che sia un fenomeno passeggero o ha radici più profonde?

“Fever” e’ il primo grande capitolo di una ricerca più ampia che sto affrontando negli ultimi anni. Sto tentando di approfondire un sentimento primordiale che sta caratterizzando sempre più i nostri tempi: la rabbia.
Ho cominciato ad interrogarmi sui fattori scatenanti e sui molteplici strati emotivi in cui può esprimersi ed ho da subito intuito che il primo passo necessario sarebbe stato quello di farmi investire emotivamente, mediante l’esperienza diretta.
Il canale politico e’ stato il primo passo ed ho compreso da subito che inseguire la rabbia sarebbe stato un cammino denso, come correre nel miele, e il tentativo di impregnarsi completamente in certe dinamiche, attraverso la condivisione del quotidiano, si è spesso rivelato contaminante, faticosissimo. Questa sensazione sulla pelle, come per induzione, della rabbia, mi ha concesso una ulteriore opportunità, conoscere il il nido dove la rabbia nasce, macera e si riproduce, quasi come un germe aerobico.
“FEVER” e’ la mia opportunità di trovare la “traducibilità” visiva di studi personali sulla rabbia in storie autentiche, attuali e tangibili.
Il mio metodo per riuscire a restituire le mie intuizioni? Un solo presupposto, lasciarmi contaminare da tutto questo, perdermi nel coinvolgimento emotivo senza mai abbandonare un presupposto etico imprescindibile, il rispetto e la voglia di conoscere la matrice della rabbia, senza porre filtri, né ideologici né culturali. Sono andato avanti per circa quattro anni soltanto col desiderio di non tradire la fiducia ottenuta dai soggetti di “FEVER” e di restituire un documento trasparente della loro vita, obiettivo di cui ogni giorno, bisogna “sentire” il grande peso. Certo la mia visione delle cose resta un fattore determinante sul processo narrativo, ma non si è mai trattato di un atteggiamento giudicante, mi sono concentrato solo sull’opportunità di accompagnare le persone che ho raccontato.
Dati alla mano, il fenomeno è in grande crescita in tutta Europa e non è assolutamente un fenomeno passeggero. Credo dunque, siano la pertinenza giornalistica e la ricerca antropologica espressa, le ragioni per cui “FEVER” abbia raccolto un consenso tale. Le radici vanno rintracciate con analisi approfondite sull’uomo e sui tempi che viviamo.
La recente rivoluzione Mediterranea, la cosiddetta “primavera araba”, ha fatto impennare esponenzialmente il numero di persone in fuga dai loro paesi, un esodo di disperati che non si verificava da decenni, e questo è uno dei fattori che ha amplificato il germe della paura tra i più giovani in gran parte d’Europa. Un altro importante ruolo lo gioca la crescente crisi, soprattutto in Europa, fattore che sta costringendo l’individuo in un angolo e che soffia ossigeno sulla fiamma della rabbia.

3) Scorrendo le gallerie del tuo sito si può notare una grande varietà di temi e di luoghi, si và dai wrestler ai bambini, dalle favelas alle città italiane, c’è un filo rosso che unisce tutti i tuoi lavori? 

Ovviamente l’uomo è al centro delle mie ricerche, ma ciò che accomuna le storie che racconto è il mio desiderio di spingermi sui bordi dell’esistenza umana e cercarne una “traducibilità” visiva, che sia emozionale ma soprattutto fedele alla realtà. La fotografia nutre l’irreversibile ambizione di vivermi il mondo personalmente, per conoscerlo e per conoscermi. Non c’è storia che mi interessi se non quelle col presupposto di scendere dalle mie strutture mentali e le mie consapevolezze, fare fotografia mi ha maturato molto.
Prima di tutto questo però, c’è la consapevolezza che fare dell’informazione è una pretesa altissima e che rappresenta una responsabilità che non può impastarsi con le smanie personali. Cerco dunque di investigare nelle storie e restituirle con la massima umiltà e con la consapevolezza che il desiderio di perdermi nel mondo è la diretta conseguenza di quello che faccio. Racconto la vita degli altri e questo, in nessun modo può essere il passaggio che cerco per arrivare dove voglio.

4) Nella tua vita professionale c’è anche tanto cinema oltre che tanta fotografia. Come le due realtà , che trattano l’immagine così diversamente, si sono fuse, mescolate, influenzate?

Ho lavorato tredici anni nel reparto Operatori (quello preposto alle cineprese), coprendo ogni ruolo previsto, ed ho quindi una preparazione tecnica basata sulla fotografia statica, la madre del linguaggio filmico. La fotografia è sempre stata presente in maniera centrale dunque, lo studio della luce e la grande opportunità di coprire ruoli preposti alla messa in opera dei direttori della fotografia coi quali ho lavorato, mi hanno insegnato moltissimo. Malgrado la distanza tra i due linguaggi, il bagaglio tecnico ereditato è stato davvero enorme e il carattere narrativo del cinema mi ha senz’altro formato. Quello che mi ha strappato dalla carriera cinematografica è l’amore per la potenza sconvolgente di quel solo fotogramma, a discapito dei 25 fps al secondo di una cinepresa.

5) Citando una recente intervista di Smargiassi a Zizola secondo te esiste uno sguardo fotografico italiano?

Esiste un bagaglio culturale delle arti visive fortemente radicato nella nostra storia e che forse ereditiamo geneticamente, difficile da affermare ma senz’altro esiste una tradizione profonda che troviamo espressa ad ogni angolo delle nostre città in termini di pittura, scultura ed ogni magnificenza dell’arte Rinascimentale.

 6) Nella stessa intervista Zizola afferma di non sapere che tipo di fotografo sia, te invece che tipo di fotografo pensi di essere?

Non credo sia interessante che fotografo sto diventando ma che persona coltivo all’interno del mio cammino fotografico. Mi spendo totalmente per produrre immagini ma la ricerca che affronto, necessaria per fare questo, ha risultati molto più alti sulla mia vita, risultati che si riflettono sulla mia persona. Questo processo è composto da anelli concatenati e la fotografia è l’ultimo. Il gesto fotografico è il pretesto che preferisco per vivermi la vita che voglio.

7)    Sempre più spesso si vedono fotografi squalificati nei concorsi, anche prestigiosi, per un eccessivo uso della post-produzione, secodno te bisogna cambiare le regole perchè comunque la fotorgafia è cambiata o si sta esagerando?

Le regole sono da rintracciare solo nell’etica di chi decide di intervenire “artisticamente” su un’immagine che mostra la vita degli altri. L’arbitrarietà di questa decisione è una questione davvero seria che va affrontata, ma ad un livello personale, ciascuno con se stesso. Di fronte alle proprie fotografie, bisogna interrogarsi davvero sulla necessità dell’estetizzazione esasperata e chiedersi se spingersi oltre un certo punto,  possa amplificare il contenuto dell’immagine. Mi intristisce sentire parlare di regole, ad esempio di depotenziazione dei software, o divieto di usarne certi piuttosto che altri, anche qui, secondo quali canoni? Ma soprattutto, chi può deciderlo? Soltanto i fotografi potranno oscurare questo sciame di polemiche. Trovo comunque che la fase isterica della post-produzione stia volgendo al termine e noto che la condotta generale tra i fotogiornalisti, si sia uniformata a dei “toni” più contenuti.

8)Progetti futuri?

Strutturo il mio lavoro in due tipologie di progetto, a lungo e breve termine, dunque i prossimi passi saranno senz’altro quello di portare a termine il mio approfondimento “FEVER”,  per  onorare l’opportunità che il Getty Grant mi ha dato e continuare la mia ricerca sui canali espressivi dove la rabbia può manifestarsi. Sto lavorando già sui nuovi capitoli ma nel frattempo dovrò dedicarmi a progetti editoriali a breve e medio termine.

 

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