Intervista a Tommaso Ausili

Tommaso Ausili è un fotografo, vincitore  del Sony World Photography Award 2010
(World Photography Organisation) nella categoria “Vita contemporanea”, con la serie “The Hidden Death” (la morte nascosta), dedicata all’uccisione degli animali nei mattatoi.
Inoltre, sempre con la stessa serie di foto è arrivato al terzo posto al Word Press Photo 2010.

1) Prima di tutto parlaci un pò di te, di come sei approdato alla fotografia dalla laurea in giurisprudenza. Quale è stata la scintilla?

Sono arrivato alla fotografia tardi, all’età di 30 anni e attraverso un percorso che alla fotografia non poteva arrivare da più lontano. Mi sono, infatti, laureato in giurisprudenza e ho lavorato per un anno in uno studio legale. Poi, però, ho realizzato che il percorso che avevo scelto non era quello per cui mi sentivo più incline. Ho deciso così di avvicinarmi alla fotografia, della quale fino ad allora ero un semplice fruitore, e della cui capacità evocativa ho sempre subito il fascino. Così nel 2000, dopo un illuminante conversazione in un bar in via nazionale con colui che reputo attualmente il miglior fotografo italiano (che malgrado non mi conoscesse ha accettato di incontrarmi e di darmi dei suggerimenti) che mi ha spinto a considerare e a valutare attentamente le mie motivazioni, ho deciso di provare a far parte di questo mondo, che mi era stato descritto molto affascinante ma anche molto difficile e competitivo. Mi sono così iscritto ad un corso triennale di fotografia e parallelamente ho lavorato come assistente per alcuni fotografi. Essendo approdato alla fotografia tardi la mia prima preoccupazione è stata quella di costruirmi una professionalità, di specializzarmi in un particolare settore della fotografia, prima ancora di sperimentare e di provare diversi linguaggi. Così all’inizio mi sono dedicato principalmente alla fotografia di viaggio e nel 2004 sono entrato a far parte dell’agenzia Sime, specializzata appunto in questo tipo di fotografia. Dopo qualche anno, però, quel bisogno di sperimentare, che avevo messo da parte durante gli anni degli inizi, ha cominciato ad affacciarsi e  rendersi più impellente e ho cominciato a pensare alla fotografia più come strumento per raccontare che per illustrare, e ho cominciato ad esplorare altre tematiche e altri linguaggi.

2) Vincere il Sony award e arrivare sul podio al WPP cambia la vita? Progetti futuri?

Vincere questi due premi è stata ovviamente una grande gioia: ho provato l’emozione di un sogno che – finalmente e inaspettatamente – si era realizzato. E’ ancora vivo dentro di me il ricordo della sensazione di incredulità quando ho letto la mail con cui mi annunciavano di aver vinto il 3 premio al wpp o di quando ho sentito pronunciare il mio nome come vincitore dell’Iris d’Or. RIcordo che quando visitavo le mostre del WPP sognavo (ma mai avrei immaginato) che un giorno anche le mie foto potessero essere esposte in quel contesto e viste da milioni di persone. Ora che questo è successo mi sono reso conto che a tanta visibilità corrisponde altrettanta responsabilità, e che questa deve essere uno stimolo ad andare avanti, a fare ancora meglio. Vincere questi premi è stato sicuramente un punto di arrivo ma allo stesso tempo deve essere l’inizio di un nuovo percorso, più consapevole. Tra i progetti futuri c’è sicuramente quello di continuare ad esplorare il rapporto uomo-animale e più precisamente l’uso che dell’animale si fa per migliorare la vita dell’uomo e la sua qualità. Il prossimo passo sarà dunque quello di uscire dai mattatoi e di entrare nei laboratori di ricerca, e di esplorare il mondo della sperimentazione animale, che mi sono reso conto essere un altro argomento molto controverso e su cui regna tanta disinformazione e pregiudizio.

3) Il pluripremiato lavoro “Hidden death”, è un lavoro strugente e che provoca forti emozioni. Qual è la sua genesi e come si sviluppa?

Avevo voglia di confrontarmi con un tema importante, un argomento universale, che riguardasse tutti senza distinzioni di epoche o territori. Ho scelto di raccontare l’uccisione degli animali per scopi alimentari perché mi sono accorto che, nonostante questa venga perpetrata fin da quando l’uomo ha mosso i primi passi su questo pianeta, è ancora un argomento controverso e non completamente accettato. In altre parole mi sono reso conto che nonostante siamo tutti consapevoli che le bistecche non crescono sugli alberi, tendiamo a rimuovere il fatto che ci nutriamo del frutto di un’uccisione e che la collocazione dell’uomo al vertice della catena alimentare provoca in molti un senso di colpa. Come se il pensiero della morte disturbasse la vita e quella ricerca della felicità, del benessere a tutti i costi a cui tendiamo. E, anche per questo motivo, ci permettiamo il lusso di poter porre un intermediario tra noi e la produzione del nostro cibo. Questo privilegio, però,  ci porta spesso a dimenticare l’origine del cibo stesso, che sempre più spesso troviamo trasfigurato e pre-confezionato, e ci allontana dalla “verità”, dalla conoscenza.
Ho avuto un grande timore, mentre affrontavo questo lavoro: quello di poter in qualche modo strumentalizzare e sensazionalizzare quello a cui stavo assistendo, oltre alla paura di non essere capace di poter veicolare un messaggio così importante. Ho capito che avrei dovuto trovare la chiave giusta per raccontare una cosa che non vogliamo vedere e considerare. Ho compreso che mostrare l’orrore puro e semplice non solo non sarebbe stato rispettoso nei confronti degli animali che vedevo morire impotente, ma soprattutto non sarebbe stato il modo migliore per indurre l’osservatore a riflettere su un tema a cui quotidianamente sceglie di non pensare. Sbattere in faccia all’osservatore solo il sangue e l’aspetto più brutale della produzione della carne lo avrebbe allontanato ancora di più da quello su cui, invece, volevo invitarlo a riflettere. Lo choc è una sensazione effimera, che colpisce con violenza ma che con altrettanta velocità viene metabolizzato ed “espulso”. Ho scelto quindi di adottare un rigoroso filtro estetico, che rendesse l’orrore più accettabile e “digeribile”. Pensavo che in questo modo l’osservatore avrebbe abbassato le sue difese, si sarebbe calato nei “panni” dell’animale e si sarebbe lasciato coinvolgere più intimamente.
Nella gioìa di vincere quei premi, per ritornare al discorso, c’è anche tanta soddisfazione per essere riuscito a rendere tutto questo (oltre, ovviamente, ad un grande sentimento di liberazione dal senso di colpa per non aver potuto interrompere, se non impedire, quel tremendo processo produttivo)

4)Se dovessi utilizzare una foto pre descrivere l’Italia oggi quale utilizzeresti e perchè?

C’è una foto molto bella che risale a 20 anni fa e che racconta gli inizi di un fenomeno, quello dell’immigrazione di massa in Italia, che iniziato proprio in quegli anni sta vivendo di questi tempi un nuovo picco. E’ uno scatto di Antonio Monteforte, un fotoreporter dell’Ansa scomparso nel 1993 a 45 anni (la potete vedere sul sito del fotografo, a questo link: http://www.antoniomonteforte.it/photo6.htm E’ la prima della galleria, con la didascalia “Centinaia di albanesi sbarcano come possono dalla sovraccarica nave “Vlora”, ancorata al porto di Bari”) e racconta dei primi sbarchi degli albanesi nel porto di Bari, nell’estate del 1991. E’ una foto “piena”, che non finisci mai di guardare, con all’interno tante “micro storie”. Ho scelto questa foto non solo perché appunto con la sua “pienezza” rende perfettamente l’atmosfera claustrofobica che immaginavo regnasse a bordo di quelle navi, ma soprattutto perché ricordo il sentimento di forte sbigottimento e di grande meraviglia di fronte a quelle immagini di un vero e proprio esodo: ricordo che pensavo di stare assistendo a qualcosa che era assolutamente inconcepibile. Navi stipate fino all’inverosimile di esseri umani in fuga da guerre e miseria che mettono a repentaglio la vita per avere una seconda possibilità, anche minima, di poter migliorare la propria esistenza se non addirittura di sopravvivere.
Ora a quelle immagini ci siamo purtroppo abituati, le abbiamo digerite, ne abbiamo perfino vissuto le conseguenze. E lo straniero, la presenza dello straniero, è finita per diventare troppo spesso (e per la stragrande maggioranza delle volte ingiustificatamente) il capro espiatorio delle colpe italiane, dei nostri malesseri e della nostra incapacità di essere popolo. Come se bastasse esporre una bandiera tricolore e il numero “150” per potersi sentire tale.

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