Intervista a Bill Diodato

Pubblichiamo oggi, grazie all’interesse di Cecilia Palombo, che ci segue dagli USA, un’interessante intervista realizzata da Massimiliano Tempesta del Collettivo WSP al fotografo americano Bill Diodato, unita ad una selezione di immagini del suo reportage realizzato all’interno del ex Oregon State Hospital.

Bill Diodato è un fotografo americano nel settore commerciale e fine-art, il cui lavoro ha recentemente ricevuto una visibilità mondiale. “Care of Ward 81”, la sua prima monografia, si ispira al reportage della fotografa americana Mary Ellen Mark, che nel 1976 documentò la vita delle donne rinchiuse nel reparto psichiatrico femminile dell’Oregon State Hospital, anche conosciuto come la location del film con Jack Nicholson “Qualcuno volò sul nido del Cuculo”. “Care of Ward 81”, pubblicato dalla Golden Section Publishers, ha vinto il secondo premio all’Eric Offer Book Award, nella categoria Arte.

Pubblichiamo l’intervista sia in lingua italiana che inglese.

1) Lei è fondamentalmente un fotografo di moda e pubblicitario, però l’11 settembre del 2001 ha deciso di documentare gli attacchi terroristici alle torri gemelle.Ci può descrivere questa esperienza?

Quel giorno era in programma una sessione di scatto per Victoria’s Secret. In seguito all’attentato, l’impegno è stato cancellato così ho deciso di dirigermi verso sud per documentare i fatti. Qui a Manatthan eravamo tutti molto confusi all’inizio. Nessuno riusciva a capire cosa realmente stesse accadendo. Bisogna considerare che la tecnologia Smartphone non era ancora uso comune e l’unico modo per ricevere informazioni era telefonare a qualcuno che avesse ascoltato il notiziario. Ho preso la mia Contax g2 e la mia videocamera Sony3 e sono sceso in strada. Ho camminato per cercare un angolo non troppo vicino, dal quale riprendere la scena. Sono riuscito a trovare un punto alto nella parte ovest, vicino un cantiere ferroviario. In quel momento stava crollando la torre nord. Ero così sconvolto da quello che stava avvenendo davanti ai miei occhi che ho cominciato a correre verso il mio studio dimenticando di spegnere la videocamera. Quello che sono riuscito ad ascoltare nel mio filmato erano le urla di terrore, misto a rabbia e dolore, delle persone che incontravo lungo la strada. Ho mostrato il filmato al mio agente che mi ha subito messo in contatto con il canale CBS. In pochi minuti ero in diretta tv, dalla sala notizie della CBS, guardando il giornalista Dan Rather annunciare i tragici eventi della mattinata. Poco dopo l’FBI ha sequestrato tutto il materiale e solo di recente ho avuto indietro una striscia di pellicola e una copia del filmato. M’informarono che le immagini potevano essere utili allo sviluppo delle indagini. Oggi tutti conoscono nei dettagli ciò che ha provocato il crollo delle torri ma quella mattina né l’FBI né la Casa Bianca né gli americani sapevano cosa stesse avvenendo. Questa esperienza ha cambiato la mia vita. Dopo l’11 Settembre ho lasciato la città per un mese prima di poter affrontare un ritorno alla vita normale.

2) Il suo progetto personale “Care of Ward 81″, sul reparto femminile dell’Oregon State Mental Hospital ci sembra molto distante dal suo lavoro quotidiano. Come gestisce questo salto tra diversi stili fotografici?

La fotografia commerciale è business. La amo ma è completamente differente dalla fotografia Fine Art. Quando sono ingaggiato per uno scatto il mio compito é elaborare, attraverso le immagini il messaggio che il giornale vuole trasmettere, oppure penso ai numeri che il pubblicitario desidera raggiungere e creo un’immagine che possa colpire quel determinato marchio. Con la fotografia Fine Art fai solo quello che senti e di conseguenza le tue immagini sono costruite solo secondo quello che provi o al messaggio che tu vuoi trasmettere. Salvo che tu non stia lavorando a un progetto collettivo non è necessario che molte persone prendano delle decisioni per elaborare un’immagine. Tecnicamente parlando, per creare lo stato d’animo o il messaggio che vuole esprimere utilizzo sempre attrezzature diverse. Sorgenti di luce, macchine da ripresa e lenti. Non ho un particolare stile fotografico. Cerco di fotografare tutto quello che mi piace. Per esempio amo le donne, per questo scatto Beauty e Fitness, amo il design così come l’abbigliamento e quindi scatto Still Life e Fashion e amo ciò che significa l’arte per le persone. Per questo motivo prendo molto sul serio i miei progetti personali. Molte volte mi sono chiesto: “Perché devo decidere se scattare Food piuttosto che Still Life solo perché il mondo della fotografia commerciale dice che devi concentrare la tua esperienza soltanto su un settore per essere ingaggiato per un lavoro? Questo non è essere creativo, è opportunismo. Le persone creative superano questo concetto ed è solo per loro che desidero lavorare. Molte volte mi hanno detto che lavorando in questo modo lo stile fotografico s’indebolisce. Queste parole mi lasciano confuso. Io creo immagini, non scatto semplicemente fotografie. Solo perché un fotografo scatta sempre con lo stesso genere, non significa che sia più creativo o più qualificato di un altro. Questo vuol dire che il fotografo commerciale in molti casi è unidimensionale. Abbiamo degli standard specifici e dei codici tecnici da seguire, come un costruttore che deve conformarsi per costruire una casa. Un grande fotografo commerciale è più come un architetto. L’architetto crea il progetto. Ho lavorato con molti grandi Art Director e Photo Editor i quali sono in grado di vedere oltre il semplice genere fotografico e li ringrazio per la fiducia che mi danno e li amo per questo.

3) Il vero Bill Diodato viene fuori dai suoi lavori commerciali o dai suoi progetti personali?

Mi sento realizzato lavorando in entrambi i settori. Ho sempre detto che la fotografia è: “Il motivo per cui incontriamo le persone che incontriamo”. Mi sento molto fortunato per aver lavorato con molti creativi. Sono circondato da persone che m’ispirano, a prescindere dal progetto che mi viene commissionato.

4) Qual è stato il percorso che l’ha portato a questa professione e quali autori l’hanno influenzato particolarmente?

La mia passione per la fotografia è cominciata quando un mio caro amico, anch’egli artista, mi ha detto che possedevo una forte visione creativa e mi ha suggerito di intraprendere un percorso di formazione artistica. Sono stato fortunato perché mio padre mi ha permesso di studiare. Lui è stato il mio faro per tutta la vita. Ho trovato l’ispirazione in molti artisti come Irving Penn, The Becher’s, Sally Mann, Helmut Newton, Ed Ruscha, Cindy Sherman, solo per citarne alcuni. Sono stato anche molto influenzato dall’arte contemporanea, dal cinema e dalla cultura popolare.

5) Si parla spesso di crisi della fotografia di reportage, almeno in Italia, per colpa dei nuovi media e del digitale.Si sente di avvalorare questa idea? Il suo settore vive questa crisi?

Sono avvenuti molti cambiamenti a causa delle nuove tecnologie. Il lavoro che sta dietro la creazione di un’immagine, sta perdendo valore. La maggior parte delle notizie è letta su dispositivi di ultima generazione, con una risoluzione minore e su schermi luminosi, dove tutto sembra grandioso. Molti clienti non hanno più bisogno di assumere un fotografo quando hanno a disposizione decine di migliaia di persone il cui lavoro da un risultato “abbastanza buono” per questo tipo di dispositivi. La mia famiglia e i miei amici ad esempio scattano delle bellissime foto con i loro IPhone. Poi mi passano il telefono e mi chiedono di scattare loro una foto con gli amici. La guardano e mi dicono: “Tu saresti un fotografo? La mia foto è migliore della tua”. E la mia risposta è sempre la stessa: “Il fotografo crea immagini. Scattare foto con il telefono non è creare immagini”. Sono convinto che quando saremo saturi d’immagini il mondo della pubblicità vorrà elevarsi di nuovo e avranno bisogno ancora dei grandi artisti, per creare immagini per i loro marchi.

6) Trova particolari differenze tra la fotografia americana e quella italiana? Se sì, in cosa nello specifico?

Beh, questa è una domanda difficile perché io sono un fotografo di New York che è un mercato a sé stante. A tutti i migliori fotografi commerciali vengono commissionati dei lavori a New York. Ovviamente per il fotogiornalismo è diverso perché gli eventi accadono in tutto il mondo. Ci sono molti grandi fotografi italiani che hanno lavorato sia in Italia sia a New York come Paolo Roversi e Lucio Gelsi, per citarne alcuni. Sono sicuro che anche loro considerano New York come un paese di per sé, anche se fa parte dell’America.

1) You are above all a fashion and advertising photographer, but on September 11 2001 you decided to document the terrorist attacks on the twin towers . Can you describe this experience?

I was booked to shoot for Victoria”s Secret that day, the shoot was consequently canceled so I wanted to document what was happening. Here in Manhattan we were all very confused at first. No one knew what was going on and it all happened so fast. Keep in mind smartphones were yet to be common place so in the early moments of 9-11 you only heard what was going on by receiving a cell phone call from someone who saw the news channels. I decided to take my Contax g2 and my Sony 3 chip video processor. I walked around and tried to find an angle to take in what was happening but also not get too closet o the towers as people were nervous and trying to get away from the site. I was able to find a high vantage point over the west side railyards and just took it in. After I processed for a few moments I began to document. In that time frame I captured the collapse of the North Tower. I was so shocked at what I just witnessed I left the scene in a haze and started to walk back to my office never realizing that I had not turned off my video camera. What I ended up recording in that walk was the sound of mass hysteria, people screaming in fear, anger and heartbreak. When I reached my office my producer looked at the footage and immediately called my agent who put us in touch with CBS Television. Within minutes I was live in the CBS news room watching Dan Rather report the tragic events of that morning. I was so moved by his conviction. When I was in the newsroom word had come in that 10,000 people had been killed at the World Trade Centers and Dan Rather said “I will not bring that to the American people until we have confirmation” (fox news had erroneously reported that minutes later). While this was going on the FBI and the news editors looked over my footage and requested it… they took everything and I only recently received one strip of film back and a copy of a short video clip. They informed me that the images and footage could be very helpful in determining if there was a bomb in the towers. When the North Tower came down they saw an explosion and thought perhaps an explosion had collapsed the building as it seemed unfathomable that it could have collapsed any other way. By now everyone knows the many details of why the building came down but on that morning, in that moment, the FBI, the White House and everyday Americans had no idea what was really happening. I went home and watched the news. To my amazement I saw some of the footage I just had left in the CBS newsroom only minutes earlier. This was a life changing experience in many ways. I left the city for a month after 9-11 before I could mentally deal with coming back the city and like many others grappled with the meaning of life.

2)Your personal project “Care of Ward 81″, about women’s ward of Oregon State
Mental Hospital seems different from your daily work. How would you handle this jump between several photographic styles?

Commercial work is commerce. I enjoy shooting commercial work but is completely different from the Fine Art world. When I am hired for a commercial assignment I process the storyline the magazine provides me and create an image based on that storyline, or I think about the demographics an Advertiser is trying to reach and create the photograph that will hit those marks. With Fine Art you only do what you feel and consequently create images based on that feeling or message that you and only you want to convey. Technically speaking I use many different light sources, cameras and lenses to create the mood or concept I am trying to convey. I do not have one specific photographic style. I love many things so I photograph what I love, for example I love women of all kinds so I shoot fitness and beauty, I love the design and packaging of products so I shoot still life, I love clothes so I will shoot conceptual fashion and I love what art means to people so I take on serious art projects and book projects. I have asked myself many times in my career, “Why should I just photograph Still Life then within the still life genre shoot just food because the commercial world says that you need to shoot just food to be hired for a food assignment? That’s not creative, that’s pandering. The most creative people can see beyond that and those are the people I am interested in shooting assignments for. Many people have said that this diminishes ones specific photographic style. I have always been confused by this. I create images I dont take pictures. If some Art Buyers, Photo Editors and Art Directors need to see the exact picture they are hiring you for than they are not qualified to decide ones photographic style. Just because a commercial artist shoots in one genre only does not mean they are more creative or better at the genre than another creative person. It means the commercial artist in many cases is one dimensional. Commercial photographers are not unionized and have specific standards and techinical codes to follow for example like a homebuilder who ha sto conform. Great commercial photographers are architects and architects create. That said, I have worked with many great art director’s, art buyer’s and photo editor’s who can see beyond a specific genre and I credit them for my longevity. They trust me and I love them for that.

3) Do you feel more realized working on commission or on your personal project?

I do not feel more realized working on either. I have said many times that “photography is a reason to meet the people we meet”. I have worked with many creative people in my career and feel very fortunate to have worked with those creatives. I am in the creative world to surround myself with people that inspire me regardless of the project.

4) How is started your passion for photography? Are there artists who have inspired you?

My passion for the photographic arts began when a very special friend who was involved in the arts told me that I had a strong vision and i should pursue a creative career… I was then fortunate that my father allowed me to get an education and pursue the creative arts. My father has been my beacon throughout life. Many artist have inspired me such as irving Penn, The Becher’s, Sally Mann, Helmut Newton, Ed Ruscha, and Cindy Sherman to name a few but I have been most influenced by contemporary art, movies and popular culture.

5) In Italy we often talk about the crisis of photojournalism,due to new media and digital technology. What is your thought about that? Your field face the same problems?

Yes there are many challenges due to new media. It has for the most part taken away the craft of creating an image or story due to the fact that most media is viewed on smart devices with lower resolution on bright spectacular looking screens. Many clients no longer need to hire an “A” or “B” group photographer to shoot an assignment when there are tens of thousands of “C” and “D” group photographers whose work is adequate and still looks nice on electronic devices. My family and friends are great examples, they take great pictures with their Iphones, then they hand me their Iphone and ask me to shoot an image of them with their friends. They look at the picture and say: “You are supposed to be a professional photographer, my pictures are better”. My response is always the same: “I don’t take pictures I create Images, you take pictures with the iphone you don’t create images.” I am convinced that once the world is completely saturated with “pictures” that the advertising world will want to elevate itself again and eventually need the great photographic artists to create images for their brands

6) Do you think there are particular differences between the american and italian photography? If so,what specifically?

Well that is a difficult question because I am a NYC photographer and that is a market of its own. The best assignment photographers in the world come here (of course photojournalismhappens everywhere in the world so this is does not really apply to journalists). There are many great Italian photographers who shoot in NYC and in Italy. Lucio Gelsi and Paolo Roversi to name a few. I am sure if you asked these photographers they would consider NYC a country by itself even though it is attached to America.

Intervista a Myriam Meloni

(c) Myriam Meloni

(c) Myriam Meloni

Myriam Meloni (nata nel 1980 a Cagliari) è una fotografa italiana.  Dopo la Laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Bologna e la specializzazione in criminologia e esecuzione penale presso l’Università Autonoma di Barcellona, si avvicina alla fotografia frequentando per 3 anni il Fotografic Institut de Catalunya (IEFC). Dopo essersi trasferita in Argentina, si specializza in fotogiornalismo e si iscrive all’Associazione dei fotoreporter di Argentina (ARGRA) e partecipa a diversi laboratori. I suoi lavori si concentrano sul sociale, con un approccio molto intimo. Nel 2010 ha ricevuto il premio per il miglior portfolio nella 4a Biennale di Tucumán fotografia documentaria e viene selezionata per le sezione portfoli transatlantici di PhotoEspaña a Managua. Nel 2011 si  candida per il Joop Swart Masterclass del World Press Photo e viene selezionata per le proiezioni di nuovi autori di Festival Photon a Valencia. I sui lavori sono stati esposti in gallerie e festival in tutto il mondo foto, con mostre personali alla galleria fotografica del Teatro San Martin (Fragile, Buenos Aires, 2011) e mostre collettive nella Galleria Forma, a Milano, al Teatro Lliure di Barcellona, al Festival SevillaFoto, nella galleria “Officine Fotografiche”, a Roma, durante la PhotoEspaña al Cervantes, Madrid, 2011; In Su Palatu, Sardegna.
Il suo lavoro Fragile è stato dichiarata di interesse sociale e culturale da parte del governo di Buenos Aires. Attualmente sta lavorando come fotoreporter freelance e collabora con diverse realtà internazionali.

Con il lavoro Important things are said softly si aggiudica il II posto al WinePhoto 2012.
Pubblichiamo di seguito l’intervista realizzata da Massimiliano Tempesta, Collettivo WSP.

1) Nata a Cagliari, laureata a Bologna, studi di fotografia a Barcellona, sei stata per quattro anni fotografa a Buenos Aires. Direi che nella tua vita non manca il movimento. Italia, Spagna, Argentina, cosa lega e cosa no queste tre nazioni a livello fotografico? 

I n Sardegna, con i suoi tempi lenti ed i suoi paesaggi rudi ho imparato ad osservare; a Bologna ho imparato ad amare; a Barcellona ho imparato a sognare ed a Buenos Aires che c’é una sola vita per farlo!Ognuno di questi luoghi ha rappresentato moltissimo nel mio modo di essere, e quindi di vedere, però è solo 4 anni fa, in America Latina, che ho iniziato a sperimentare la fotografia sulla mia pelle,   ed a realizzare i miei primi progetti. L’America latina è un continente enorme, vario, nella storia, nella geografia, nelle tradizioni: ogni paese si fa porta voce di una identità propria, che si riflette poi nelle tematiche e nelle forme: il risultato é una fotografia viscerale, spontanea, unica. Vedendo le opere di giovani fotografi contemporanei ( Gihan Tubbeh in Perú, Martin Weber e Alejandro Chaskielberg in Argentina, o Julio Bittencourt in Brasile, per esempio), risulta evidente e chiara la volontà di esplorare in maniera profonda la propria realtà, recuperarne l’essenza e farlo con forme nuove e contemporanee. Ho l’impressione che anche in Europa, in Italia come in Spagna, in risposta alla crisi economica , tanto nell’arte in generale, che nella fotografia, ci sia una forte tendenza a recuperare il nostro “essere”: si ritorna ad osservare le cose vicine, a rivalutare il nostro bagaglio culturale e sociale, mossi dall’esigenza di esplorare e capire la realtà di cui facciamo parte, la sua trasformazione, di capirci noi stessi, di informare, di creare.

2)Qual è la genesi dei tuoi lavori? Scegli mai un lavoro rispetto ad un altro “solo” perché è più vendibile?

A volte basta un incontro fortuito, uno sguardo, una conversazione. In un istante sento che ho davanti la storia che voglio raccontare. Poi iniziano i mesi di lavoro…Per quanto riguarda i progetti a lungo termine, cerco di mantenere questo incontro genuino con le storie, senza che le leggi del mercato influenzino le mie scelte.Ognuno di noi ha una sensibilità differente. È attratto e attrae differenti tipi di persone, di mondi. La fotografia implica parte di se, della propria personalità, le proprie paure ed i propri desideri.  Essere onesto con quello che siamo è la base di qualsiasi buon lavoro. É vero poi che non sempre un buon lavoro é vendibile, però si credo che tutti i buoni lavori diano i loro frutti: magari non  economici, ne così immediati, però certamente a lungo termine, aiutano il fotografo a posizionarsi, ad essere più sicuro di se. E tutto ciò, sopratutto agli inizi della propria carriera, é altrettanto importante che avere dei lavori “vendibili”. Ovviamente bisogna avere i mezzi ed il tempo per dedicarsi ai propri lavori personali, e per questo esistono i lavori commerciali, dove si, bisogna cercare di trovare un equilibrio fra i propri interessi e quelli editoriali. Penso che una delle cose più difficili per un fotografo sia accettare che esiste anche questa parte, in cui uno non è solo creatore di immagini e storie interessanti: per poter vivere della fotografia documentale é necessario avere l’organizzazione di un perfetto uomo d’affari, la conoscenza di un ottimo giornalista, e l’abilità di un gran PR!

3)Che consigli daresti ad un giovane fotografo?

Di essere curioso, di non fermarsi alla superficie. Di scavare dentro di se per poter capire l’altro. Lasciarsi appassionare: dalle cose, dalle persone, dai colori. Non smettere mai di sorprendersi. Non avere fretta. Avere degli obiettivi, delle aspirazioni, ma che non siano mai così definiti da non lasciare spazio all’imprevisto, alle sorprese. Di non perdere tempo cercando la tematica perfetta. Di non pensare che le storie più interessanti sono sempre lontane. Di non pretendere che il proprio lavoro piaccia a tutti. Di essere organizzati. Costanti. Crederci. Persone con talento, è pieno il mondo. Credo che la gran differenza la faccia chi non si scoraggia, chi è pronto a fare degli sforzi, e a volte dei sacrifici. Chi non si limita ad applicare formule. Non sempre si ha la possibilità di lavorare su temi nuovi, originali. L’originalità sta nello sguardo. Insomma: essere capaci di mettersi in gioco! E metterci il cuore.

4) Nel lavoro “The important things are said softly” in cui in maniera molto delicata e poetica narri la storia di una madre prostituta possiamo scorgere più piani di lettura che vanno al di là della storia in se. Come si realizza un lavoro del genere? Già sai che taglio dargli o lasci tutto all’editing finale?

Ho conosciuto Yesica, la protagonista di “Important things are said softly” mentre facevo un a serie di ritratti in una Limousine. Siamo rimaste sole nell’auto per pochi minuti e le ho chiesto se potevo ritrattarla. Mentre la fotografavo per la prima volta, sono stata attratta dal suo modo di muoversi di fronte alla macchina fotografica, dal suo modo si guardarmi, dal suo attuare sensuale ed ingenuo allo stesso tempo. Ho deciso di seguire la sua vita. Il risultato finale del lavoro, sono mesi di incontri, di chiacchiere, di serate passate insieme a lei ed i suoi figli. Il mio modo di fotografarla è cambiato poco a poco. Ho superato i miei propri pregiudizi e le mie fotografie si sono adattate a quello che poco a poco stavo scoprendo: una donna, una madre, un amica. La prostituzione si è trasformata nel filo conduttore di una storia fatta di sentimenti, di giochi, di paure, di amore. Ho lasciato da parte le foto puramente descrittive dei primi giorni in cui tutto è nuovo, tutto ti seduce. Il linguaggio è divenuto mano a mano sempre più simbolico. Le fotografie hanno smesso di descrivere situazioni, per parlare di sensazioni. E l’editing ha rafforzato il messaggio.

5) Rivedi mai tuoi lavori pensando che potevi realizzarli diversamente?

Sono solo 4 anni che mi dedico professionalmente alla fotografia, però devo dire, che anche se in poco tempo, sento che la mia maniera di fotografare è cambiata, maturata. Certamente ci sono cose che farei in modo diverso, perché oggi sono una persona diversa. Penso che tutto sia parte di un processo, in cui uno si scopre, sperimenta, investiga, fino ad arrivare a sentirsi padrone di un  linguaggio con il quale si sente comodo. Il linguaggio di oggi, non é mai esattamente lo stesso linguaggio di ieri, ne quello di domani. Tanto il modo di fotografare, come le tematiche che uno sceglie, sono in constante evoluzione, dipendono dalle proprie esperienze di vita, e dalla propria crescita come persona.

6)Cosa di “non fotografico” influenza il tuo essere fotografa?

I viaggi, gli incontri, la bellezza di una paesaggio. L’amore, le delusioni d’amore. La giustizia e l’ingiustizia. L’arte in tutte le sue forme. La vita stessa.

(c) Myriam Meloni

(c) Myriam Meloni

Intervista a Tommaso Protti (Vincitore Fotoleggendo 2012)

(c) Tommaso Protti - Turkish Blue GoldTommaso Protti è nato a Mantova nel 1986 e cresciuto a Roma. Il suo interesse per i problemi sociali lo ha portato ad ottenere una laurea in Scienze Politiche presso l’Università di Roma Tre nel 2010, e poi – in fotografia. Nel 2011 si trasferisce a Londra dove consegue un Master in fotogiornalismo e  fotografia documentaria presso l’Università di Londra / London College of Communication Arts. Ha lavorato in Italia e nel Regno Unito su una serie di storie, in Francia, su un progetto sui migranti clandestini e in Turchia per un progetto sulle risorse idriche, progetto con cui si aggiudica il primo posto al premio Fotoleggendo 2012. Attualmente vive a Roma ed è impegnato nella realizzazione di un progetto a lungo termine che documenta la regione sud-orientale dell’Anatolia.

Pubblichiamo di seguito l’intervista redatta da Massimiliano Tempesta, Collettivo WSP

1) Fresco vincitore dell’edizione 2012 di fotoleggendo con il lavoro “Turkish blue gold“, sulle conseguenze sociali ed ambientali della costruzione di alcune dighe sul fiume Eufrate.  Puoi dirci qualcosa di più su questo lavoro?

Il lavoro è il risultato di un lunga ricerca iniziata quattro anni fa quando studiavo scienze politiche all’università a Roma. Conseguita la laurea, che la tesi che aveva come tematica della discussione finale proprio il progetto GAP del governo turco, per irregimentare le acque dei fiumi Tigri ed Eufrate, decisi di andare in quelle aree per vedere con i miei occhi le dighe e capirne meglio le problematiche. Quel viaggio segnò profondamente la mia decisione di iniziare un percorso come fotografo e da allora mi sono convinto di poter raccontare con un linguaggio visivo una così complessa questione, di carattere prevalentemente geopolitico, come quella dello sfruttamento delle risorse idriche da parte degli Stati. Il progetto è infatti il tentativo di unire un’insieme di differenti realtà legate allo sviluppo di un mastodontico piano idrico indirizzato a modernizzare l’Anatolia sud-orientale, per metterne in luce le numerose contraddizzioni e tensioni che il progetto GAP sta producendo. I miei numerosi viaggi nella regione e l’incontro con la popolazione locale, specialmente quella degli sperduti villaggi curdi nelle provincie di Batman, Sanliurfa e Hakkari, hanno confermato le mie tesi iniziali e, grazie all’aiuto di alcuni cari amici italiani attivi sul territorio, sono riuscito a trovare la giusta strada per realizzare il progetto. Infine, sebbene ritenga il lavoro pressoché concluso, ho intenzione di continuare a ritornare in quelle aree e sviluppare un progetto a lungo termine che racconti il più verosimilmente possibile la situazione dell’intera regione.

2) A Fotoleggendo torna a vincere il fotogiornalismo, mentre il premio Pesaresi viene assegnato ad un lavoro che ha poco a che fare con il fotogiornalismo e che ha sollevato non poche polemiche, chi ha torto e chi ha ragione? Secondo te il fotogiornalismo è davvero morto?

Non credo che il fotogiornalismo sia morto. Continuo a vedere in giro lavori di grande qualità e profondità, e immagini di notevole impatto capaci di fra riflettere e rendere le persone più consapevoli delle problematiche contemporanee. Riguardo all’ultimo premio Pesaresi il mio giudizio è influenzato da una visione forse troppo romantica del reporter che, come diceva Riszard Kapuscinski, “copre” gli eventi consumando la suola delle scarpe. Detto questo, il lavoro premiato credo meriti attenzione e sia indirizzato nell’intento di informare e sensibilizzare su una tematica decisamente attuale come quella dei social network. Il problema, a mio avviso, è che si tratta di un lavoro più vicino alla fine art che al fotogiornalismo. Non vorrei sembrare poco delicato ma vedere quelle foto e sapere che non è stato il fotografo stesso a scattarle mi mette un pò a disagio. Magari sarò retorico e banale ma la mia personale visione del fotogiornalismo implica una testimonianza diretta di ciò che si osserva, si sente e si odora.

3) Con “Sinx, a positive chain reaction” ci descrivi la vita Shahan e della sua attività di “talent scout” di giovani musicisti londinesi. Sarebbe possibile esportare il suo metodo nella fotografia per far emergere i giovani?

Direi di si. La figura del talent scout è universale. Il sostanziale divario tra la realtà in cui opera Shah e quella del fotogiornalismo oggi sta nella differente capacità del mercato del lavoro di permettere un effettivo sostegno finanziario al talento che si vuole far emergere. Nel fotogiornalismo in particolare, specialmente a seguito della crisi della carta stampata, le risorse e le possibilità di guadagno sono sempre più esigue, con un incredibile numero  di giovani fotoreporter ostinati a seguire gli eventi (spesso oscurati dal mercato stesso dei media) e un limitatissimo numero di giornali in grado di pubblicare e dare lavoro a tutti.

 4)Quando hai scelto di fare il fotogiornalista?

Partiamo dal presupposto che non mi considero ancora un fotogiornalista. Vorrei poterlo diventare ma finchè continuo a guadagnarmi da vivere lavorando come barman e guida turistica, la mia è e continua a essere solo una fortissima passione. Dopo tutto, qualsiasi tipo di professione che si chiami tale ha bisogno di essere retribuita per essere effettiva, cosa che ancora non è per me con il fotogiornalismo.Se invece dovessi raccontare su come è scoccata la scintilla per il fotogiornalismo, il cosiddetto fuoco sacro della passione, mi vengono in mente tre momenti decisivi. Il primo a casa mia a Roma diversi anni fa sfogliando il libro “Passaporto numero 953647H” di Gianfraco Moroldo, trovato per caso nella libreria di mio padre. Il secondo di ritorno dal mio primo viaggio in Turchia tre anni fa quando iniziai ad usare per la prima volta la macchina fotografica per documentare e fui stregato dalla sua capacità di creare una così forte empatia fra me e la realtà. Il terzo, un paio di anni fa durante un viaggio nel sud Italia insieme a quello che considero, senza far nomi, il mio Grande Maestro.

 5)Nella tua formazione fotografica cosa ha inciso maggiormente?

Il mio è un continuo percorso di crescita tecnica, visiva e umana. Ogni esperienza, e ancora non ne ho fatte molte, sono tasselli fondamentali per raggiungere un giorno una certa maturità fotografica. Cerco di divorare quante più fotografie possibile, di far tesoro della capacità di alcuni fotografi di vedere e ripetere in una visione la sintesi di altre immagini . Ad ogni modo, finora ho avuto la fortuna di trovare lungo la mia strada un maestro fantastico che mi sostenuto e che mi continua a seguire, ed è grazie a lui se sono riuscito a migliorare come fotografo ed ad appassionarmi profondamente alla fotografia. Per il resto vengo da una famiglia che mi ha sempre permesso di esprimermi al meglio dandomi tutte le chance per coltivare le mie passioni, e questa infine è la cosa più importante che maggiormente mi ha aiutato e mi aiuta.

6)Sempre più fotografi producono multimediali dei propri lavori fotografici, ti ritrovi in questa tendenza? Il multimediale deve completare il lavoro fotografico o può essere indipendete?

Il multimediale è una grande realtà che assolutamente desidererei sfruttare e ritengo possa essere decisiva nell’evoluzione del fotogiornalismo stesso. Esistono ambiti quali i grant, i concorsi e le campagne di crowfunding  dove l’uso del multimedia è ormai diventato un indispensabile valore aggiunto in grado di dare risalto a tutto il lavoro. Il punto è che bisogna saperli fare e spesso e volentieri occorrono determinate capacità di post-produzione che solo in pochi hanno, e chi ce le ha se le fa pagare a caro prezzo. Per quanto riguarda il multimediale indipendente c’è un solo problema a mio avviso: e chi lo compra alla fine?

 

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Intervista a Paolo Marchetti

Pubblichiamo un’intervista realizzata al fotografo Paolo Marchetti da Massimiliano Tempesta, del Collettivo WSP. Paolo, recentemente vincitore del prestigioso premio Getty Images Grant for Editorial Photography, sarà presente mercoledì 19 settembre presso la nostra sede per presentare alcuni suoi lavori e contestualmente il workshop di reportage in Cambogia in partenza il prossimo novembre.

1)Prima di tutto complimenti per l’interessantissimo lavoro FEVER che ti ha permesso di vincere il GRANT FOR EDITORIAL PHOTOGRAPHY 2012 di Getty Images. Vista la situazione editoriale italiana vincere premi si può definire l’unica forma di finanziamento per continuare i propri progetti?

I Grants rappresentano una tra le più valide risorse per portare avanti i propri progetti e per ottenere un’ampia visibilità degli stessi, ma non l’unica. Durante i giorni trascorsi al “Visa pour L’Image” ho avuto l’occasione di ascoltare colleghi che hanno affrontato differenti strade, una delle quali è la collaborazione con alcune fondazioni che hanno finanziato e promosso i loro progetti. Un’altra opportunità è quella del fundraising che si concentra sul supporto di organizzazioni no-profit, modalità utilizzata anche da enti pubblici per finanziare le proprie iniziative a sfondo sociale. Conosco colleghi che si sono spinti in questo tipo di esperienza con risultati concreti e ciò mi porta a pensare che, dato il terremoto economico in atto, le nuove risorse andranno sempre più rintracciate in questo tipo di dinamiche.

2)    Tornando al tuo lavoro FEVER che tratta il tema della rinascita del fascismo in Europa, puoi raccontarci come è nato, come si è evoluto nel corso del tempo? Pensi che sia un fenomeno passeggero o ha radici più profonde?

“Fever” e’ il primo grande capitolo di una ricerca più ampia che sto affrontando negli ultimi anni. Sto tentando di approfondire un sentimento primordiale che sta caratterizzando sempre più i nostri tempi: la rabbia.
Ho cominciato ad interrogarmi sui fattori scatenanti e sui molteplici strati emotivi in cui può esprimersi ed ho da subito intuito che il primo passo necessario sarebbe stato quello di farmi investire emotivamente, mediante l’esperienza diretta.
Il canale politico e’ stato il primo passo ed ho compreso da subito che inseguire la rabbia sarebbe stato un cammino denso, come correre nel miele, e il tentativo di impregnarsi completamente in certe dinamiche, attraverso la condivisione del quotidiano, si è spesso rivelato contaminante, faticosissimo. Questa sensazione sulla pelle, come per induzione, della rabbia, mi ha concesso una ulteriore opportunità, conoscere il il nido dove la rabbia nasce, macera e si riproduce, quasi come un germe aerobico.
“FEVER” e’ la mia opportunità di trovare la “traducibilità” visiva di studi personali sulla rabbia in storie autentiche, attuali e tangibili.
Il mio metodo per riuscire a restituire le mie intuizioni? Un solo presupposto, lasciarmi contaminare da tutto questo, perdermi nel coinvolgimento emotivo senza mai abbandonare un presupposto etico imprescindibile, il rispetto e la voglia di conoscere la matrice della rabbia, senza porre filtri, né ideologici né culturali. Sono andato avanti per circa quattro anni soltanto col desiderio di non tradire la fiducia ottenuta dai soggetti di “FEVER” e di restituire un documento trasparente della loro vita, obiettivo di cui ogni giorno, bisogna “sentire” il grande peso. Certo la mia visione delle cose resta un fattore determinante sul processo narrativo, ma non si è mai trattato di un atteggiamento giudicante, mi sono concentrato solo sull’opportunità di accompagnare le persone che ho raccontato.
Dati alla mano, il fenomeno è in grande crescita in tutta Europa e non è assolutamente un fenomeno passeggero. Credo dunque, siano la pertinenza giornalistica e la ricerca antropologica espressa, le ragioni per cui “FEVER” abbia raccolto un consenso tale. Le radici vanno rintracciate con analisi approfondite sull’uomo e sui tempi che viviamo.
La recente rivoluzione Mediterranea, la cosiddetta “primavera araba”, ha fatto impennare esponenzialmente il numero di persone in fuga dai loro paesi, un esodo di disperati che non si verificava da decenni, e questo è uno dei fattori che ha amplificato il germe della paura tra i più giovani in gran parte d’Europa. Un altro importante ruolo lo gioca la crescente crisi, soprattutto in Europa, fattore che sta costringendo l’individuo in un angolo e che soffia ossigeno sulla fiamma della rabbia.

3) Scorrendo le gallerie del tuo sito si può notare una grande varietà di temi e di luoghi, si và dai wrestler ai bambini, dalle favelas alle città italiane, c’è un filo rosso che unisce tutti i tuoi lavori? 

Ovviamente l’uomo è al centro delle mie ricerche, ma ciò che accomuna le storie che racconto è il mio desiderio di spingermi sui bordi dell’esistenza umana e cercarne una “traducibilità” visiva, che sia emozionale ma soprattutto fedele alla realtà. La fotografia nutre l’irreversibile ambizione di vivermi il mondo personalmente, per conoscerlo e per conoscermi. Non c’è storia che mi interessi se non quelle col presupposto di scendere dalle mie strutture mentali e le mie consapevolezze, fare fotografia mi ha maturato molto.
Prima di tutto questo però, c’è la consapevolezza che fare dell’informazione è una pretesa altissima e che rappresenta una responsabilità che non può impastarsi con le smanie personali. Cerco dunque di investigare nelle storie e restituirle con la massima umiltà e con la consapevolezza che il desiderio di perdermi nel mondo è la diretta conseguenza di quello che faccio. Racconto la vita degli altri e questo, in nessun modo può essere il passaggio che cerco per arrivare dove voglio.

4) Nella tua vita professionale c’è anche tanto cinema oltre che tanta fotografia. Come le due realtà , che trattano l’immagine così diversamente, si sono fuse, mescolate, influenzate?

Ho lavorato tredici anni nel reparto Operatori (quello preposto alle cineprese), coprendo ogni ruolo previsto, ed ho quindi una preparazione tecnica basata sulla fotografia statica, la madre del linguaggio filmico. La fotografia è sempre stata presente in maniera centrale dunque, lo studio della luce e la grande opportunità di coprire ruoli preposti alla messa in opera dei direttori della fotografia coi quali ho lavorato, mi hanno insegnato moltissimo. Malgrado la distanza tra i due linguaggi, il bagaglio tecnico ereditato è stato davvero enorme e il carattere narrativo del cinema mi ha senz’altro formato. Quello che mi ha strappato dalla carriera cinematografica è l’amore per la potenza sconvolgente di quel solo fotogramma, a discapito dei 25 fps al secondo di una cinepresa.

5) Citando una recente intervista di Smargiassi a Zizola secondo te esiste uno sguardo fotografico italiano?

Esiste un bagaglio culturale delle arti visive fortemente radicato nella nostra storia e che forse ereditiamo geneticamente, difficile da affermare ma senz’altro esiste una tradizione profonda che troviamo espressa ad ogni angolo delle nostre città in termini di pittura, scultura ed ogni magnificenza dell’arte Rinascimentale.

 6) Nella stessa intervista Zizola afferma di non sapere che tipo di fotografo sia, te invece che tipo di fotografo pensi di essere?

Non credo sia interessante che fotografo sto diventando ma che persona coltivo all’interno del mio cammino fotografico. Mi spendo totalmente per produrre immagini ma la ricerca che affronto, necessaria per fare questo, ha risultati molto più alti sulla mia vita, risultati che si riflettono sulla mia persona. Questo processo è composto da anelli concatenati e la fotografia è l’ultimo. Il gesto fotografico è il pretesto che preferisco per vivermi la vita che voglio.

7)    Sempre più spesso si vedono fotografi squalificati nei concorsi, anche prestigiosi, per un eccessivo uso della post-produzione, secodno te bisogna cambiare le regole perchè comunque la fotorgafia è cambiata o si sta esagerando?

Le regole sono da rintracciare solo nell’etica di chi decide di intervenire “artisticamente” su un’immagine che mostra la vita degli altri. L’arbitrarietà di questa decisione è una questione davvero seria che va affrontata, ma ad un livello personale, ciascuno con se stesso. Di fronte alle proprie fotografie, bisogna interrogarsi davvero sulla necessità dell’estetizzazione esasperata e chiedersi se spingersi oltre un certo punto,  possa amplificare il contenuto dell’immagine. Mi intristisce sentire parlare di regole, ad esempio di depotenziazione dei software, o divieto di usarne certi piuttosto che altri, anche qui, secondo quali canoni? Ma soprattutto, chi può deciderlo? Soltanto i fotografi potranno oscurare questo sciame di polemiche. Trovo comunque che la fase isterica della post-produzione stia volgendo al termine e noto che la condotta generale tra i fotogiornalisti, si sia uniformata a dei “toni” più contenuti.

8)Progetti futuri?

Strutturo il mio lavoro in due tipologie di progetto, a lungo e breve termine, dunque i prossimi passi saranno senz’altro quello di portare a termine il mio approfondimento “FEVER”,  per  onorare l’opportunità che il Getty Grant mi ha dato e continuare la mia ricerca sui canali espressivi dove la rabbia può manifestarsi. Sto lavorando già sui nuovi capitoli ma nel frattempo dovrò dedicarmi a progetti editoriali a breve e medio termine.

 

AUTORI: INTERVISTA A GIULIO DI STURCO

(c) Giulio Di Sturco

Giulio Di Sturco è un trentenne fotografo italiano collaboratore dell’agenzia VII (Mentor Program), si divide tra Milano e New Delhi. Pubblica sulle principali testate nazionali ed internazionali. Vincitore nel 2009 del primo premio del World Press Photo nella categoria “Arts and Entertainment“, numerosi altri premi quali il Sony Award e il Premio internacional de Fotografia Humanitaria LUIS VALTUEÑA.

1)Conosci molto bene il sub-cotinente indiano e soprattutto l’India, grazie ai tuoi lavori(the great mother,vertical slum,forgotten people) anche noi ci samo fatti un idea un pò diversa da quella ufficiale o da quella “bolliwodiana”. Secondo te l’India è un gigante dai piedi d’argilla, visti anche i conflitti religiosi e le disparità sociali, o tra poco diverrà realmente una superpotenza?  

E’ dal 2006 che lavoro costantemente nel sub-continente indiano. Nonostante cio’ non posso dire di conoscere bene questa realta: e’ difficile conoscere uno stato come quello indiano con un’estensione geografica immensa e con quasi due miliardi di abitanti! “L’India è mille cose. È liberazione e dannazione, è distruzione e creazione” cosi Tiziano Terzani definiva l’India ed e’ proprio questo che mi affascina di questo paese. L’India è il luogo dove gioia e disperazione, bellezza e squallore si fondono; è il trionfo degli opposti in cui modernizzazione e crescita economica convivono dialetticamente con profonde diseguaglianza sociali, conflitti etnico-religiosi e un intenso sfruttamento ambientale. Credo che la strada che l’India deve percorrere per vincere questa sfida sia gia’ stata indicata dall’economista indiano premio nobel Amartya Sen: non c’e’ crescita senza sviluppo. Il concetto di sviluppo implica che gli effetti positivi della crescita economica devono essere utilizzati, attraverso politiche economiche e sociali, per innalzare gli standard di vita del maggior numero di persone possibili, in particolare di quelle piu indigenti e bisognose, assicurando loro quelle condizioni per poter scegliere l’esistenza che si vuole vivere. Cio’ significa garantire una serie sempre piu’ ampia di diritti sociali, politici ed economici. Solo in questo modo l’India potra’ incarnare un nuovo modello di superpotenza nello scenario internazionale e potra’ evitare di ripetere il triste copione di paesi in grado di accumulare capitale nelle mani di poche lobby politiche ed economiche attraverso lo sfruttamento di ampie fasce della popolazione.

2)Sei sempre riuscito a realizzare i lavori come li immaginavi?

No assolutamente. Penso a diversi casi nella storia della fotografia che c’insegnano quanto questo sia il piu delle volte impossibile, Mi viene in mente l’esempio del maestro Eugene Smith e della sua ossessione creativa per la “realta’” che ci ha lasciato lavori magnifici trascinandolo pero’ in un baratro di autolesionismo ed insoddisfazione. Per quanto mi riguarda, m’impegno ad immaginare il progetto e a stabilire una serie di nodi centrali intorno a cui sviluppare la storia, una volta sul posto pero’ spesso ci si rende conto che la realta’ e’ diversa da quella che ci eravamo immaginati oppure ci sono spesso dei condizionamenti esterni che rendono impossibile realizzare il lavoro cosi com’era nei nostri piani. In quesi casi cio’ che conta e’ la capacita d’interpretare la nuova situazione grazie soprattutto al confronto con le persone che in quella realta vivono e che conoscono da molto tempo.

3)Ti è mai capitato che un tuo lavoro fosse completamente stravolto da come lo avevi pensato e realizzato?

In questi casi come ci si comporta? Devo ammettere di essere stato sempre molto fortunato in questo senso. Il segreto, soprattutto quando di realizzano degli assignments, e’ capire bene cosa ci chiede il committente e cosa si aspetta da noi, ovviamente senza abdicare a delle scelte individuali di stile e composizione. Quando invece lavoro sui dei progetti piu’ personali e a lungo periodo cerco continuamente pareri ed opinioni delle persone che stimo perche’ riescono ad avere uno sguardo piu’ lucido sul mio lavoro anche se la responsabilita’ sulle scelte finali ricade sempre su di me.

4)Nel 2008 hai vinto il primo premio nella categoria “Arts and Entertainment” con la foto di una modella nel backstage di una sfilata a New Delhi. Puoi raccontarci il backstage di quella foto? Cosa accadeva intorno mentre scattavi e perchè hai scelto quella e non un altra foto?

Ho scelto di fotografare il backstage della fashion week indiana perche’ mi piaceva raccontare l’impulso di un paese emergente come l’India ad entrare a far parte di un circuito economico e creativo tipico dell’Occidente riuscendo allo stesso tempo a caratterizzare la propria presenza attraverso espressioni stilistiche peculiari che fanno riferimento alla propria culturale locale. Era un modo per raccontare le dinamiche della globalizzazione partendo dalla moda. Il backstage era il cuore pulsante di tutto l’evento, la fucina creativa dove migliaia di persone lavoravano a pieno ritmo per il risultato finale. Tutti erano senza maschere per cui era piu facile cogliere l’essenza dei soggetti. Lo scatto della modella e’ stata anche una questione di fortuna, di trovarsi nel posto giusto al momento giusto come spesso accade in fotografia. Mi aggiravo per i corridoi e all’improvviso vedo questa splendida modella  che mi viene incontro correndo: era in ritardo e doveva entrare in passerella. Allora ho semplicemente scattato perche’ in quel momento quella modella rappresentava un’immagine di bellezza autentica, non costretta dentro rigide forme e posture ma colta nel divenire della sua quotidianita’

5)Una foto per descrivere il momento particolare che sta vivendo il nostro paese.

In questi ultimi mesi il nostro paese attraversa una fase di cambiamento evidente. L’effetto della crisi economica e il sempre piu’ accentuato distacco della classe dirigente dai bisogni reali del paese hanno coltivato un’insoddisfazione crescente che, se prima si taduceva in un atteggiamento di disillusione e di passiva accettazione dello status quo, ora si va canalizzando in nuove forme costruttive di partecipazione democratica. Per questo, se dovessi scegliere una fotografia che meglio rappresenti il nostro particolare momento storico, sceglierei sicuramente una delle fotografie apparse sui quotidiani nazionali il  30 maggio dopo la vittoria alle elezioni amministrative di Milano di Giuliano Pisapia che mostra Piazza del Duomo invasa dal popolo arancione composto da donne e uomini di generazioni diverse. A Milano sono molto legato perche’ e’ la citta’ che mi ha accolto per diversi anni e dove sono avvenuti  degli incontri significativi per la mia creascita umana e professionale. Inoltre ha un peso specifico importante per l’economia e di conseguenza la politica del nostro paese. Quest’immagine rappresenta per me la speranza nel cambiamento, la ribellione pacifica e democratica di un popolo che sceglie un modello di convivenza alternativo a quello dominante e torna a partecipare attivamente affinche questo possa tradursi in realta’. Ovviamente non credo che tutto questo avverra facilmente, senza ostacoli o delusioni. Credo pero’ che nessuna rivoluzione culturale possa  nascere ed evolversi senza uno slancio ideale e senza la speranza che qualcosa di meglio ci attenda in futuro.

Intervista a Tommaso Ausili

Tommaso Ausili è un fotografo, vincitore  del Sony World Photography Award 2010
(World Photography Organisation) nella categoria “Vita contemporanea”, con la serie “The Hidden Death” (la morte nascosta), dedicata all’uccisione degli animali nei mattatoi.
Inoltre, sempre con la stessa serie di foto è arrivato al terzo posto al Word Press Photo 2010.

1) Prima di tutto parlaci un pò di te, di come sei approdato alla fotografia dalla laurea in giurisprudenza. Quale è stata la scintilla?

Sono arrivato alla fotografia tardi, all’età di 30 anni e attraverso un percorso che alla fotografia non poteva arrivare da più lontano. Mi sono, infatti, laureato in giurisprudenza e ho lavorato per un anno in uno studio legale. Poi, però, ho realizzato che il percorso che avevo scelto non era quello per cui mi sentivo più incline. Ho deciso così di avvicinarmi alla fotografia, della quale fino ad allora ero un semplice fruitore, e della cui capacità evocativa ho sempre subito il fascino. Così nel 2000, dopo un illuminante conversazione in un bar in via nazionale con colui che reputo attualmente il miglior fotografo italiano (che malgrado non mi conoscesse ha accettato di incontrarmi e di darmi dei suggerimenti) che mi ha spinto a considerare e a valutare attentamente le mie motivazioni, ho deciso di provare a far parte di questo mondo, che mi era stato descritto molto affascinante ma anche molto difficile e competitivo. Mi sono così iscritto ad un corso triennale di fotografia e parallelamente ho lavorato come assistente per alcuni fotografi. Essendo approdato alla fotografia tardi la mia prima preoccupazione è stata quella di costruirmi una professionalità, di specializzarmi in un particolare settore della fotografia, prima ancora di sperimentare e di provare diversi linguaggi. Così all’inizio mi sono dedicato principalmente alla fotografia di viaggio e nel 2004 sono entrato a far parte dell’agenzia Sime, specializzata appunto in questo tipo di fotografia. Dopo qualche anno, però, quel bisogno di sperimentare, che avevo messo da parte durante gli anni degli inizi, ha cominciato ad affacciarsi e  rendersi più impellente e ho cominciato a pensare alla fotografia più come strumento per raccontare che per illustrare, e ho cominciato ad esplorare altre tematiche e altri linguaggi.

2) Vincere il Sony award e arrivare sul podio al WPP cambia la vita? Progetti futuri?

Vincere questi due premi è stata ovviamente una grande gioia: ho provato l’emozione di un sogno che – finalmente e inaspettatamente – si era realizzato. E’ ancora vivo dentro di me il ricordo della sensazione di incredulità quando ho letto la mail con cui mi annunciavano di aver vinto il 3 premio al wpp o di quando ho sentito pronunciare il mio nome come vincitore dell’Iris d’Or. RIcordo che quando visitavo le mostre del WPP sognavo (ma mai avrei immaginato) che un giorno anche le mie foto potessero essere esposte in quel contesto e viste da milioni di persone. Ora che questo è successo mi sono reso conto che a tanta visibilità corrisponde altrettanta responsabilità, e che questa deve essere uno stimolo ad andare avanti, a fare ancora meglio. Vincere questi premi è stato sicuramente un punto di arrivo ma allo stesso tempo deve essere l’inizio di un nuovo percorso, più consapevole. Tra i progetti futuri c’è sicuramente quello di continuare ad esplorare il rapporto uomo-animale e più precisamente l’uso che dell’animale si fa per migliorare la vita dell’uomo e la sua qualità. Il prossimo passo sarà dunque quello di uscire dai mattatoi e di entrare nei laboratori di ricerca, e di esplorare il mondo della sperimentazione animale, che mi sono reso conto essere un altro argomento molto controverso e su cui regna tanta disinformazione e pregiudizio.

3) Il pluripremiato lavoro “Hidden death”, è un lavoro strugente e che provoca forti emozioni. Qual è la sua genesi e come si sviluppa?

Avevo voglia di confrontarmi con un tema importante, un argomento universale, che riguardasse tutti senza distinzioni di epoche o territori. Ho scelto di raccontare l’uccisione degli animali per scopi alimentari perché mi sono accorto che, nonostante questa venga perpetrata fin da quando l’uomo ha mosso i primi passi su questo pianeta, è ancora un argomento controverso e non completamente accettato. In altre parole mi sono reso conto che nonostante siamo tutti consapevoli che le bistecche non crescono sugli alberi, tendiamo a rimuovere il fatto che ci nutriamo del frutto di un’uccisione e che la collocazione dell’uomo al vertice della catena alimentare provoca in molti un senso di colpa. Come se il pensiero della morte disturbasse la vita e quella ricerca della felicità, del benessere a tutti i costi a cui tendiamo. E, anche per questo motivo, ci permettiamo il lusso di poter porre un intermediario tra noi e la produzione del nostro cibo. Questo privilegio, però,  ci porta spesso a dimenticare l’origine del cibo stesso, che sempre più spesso troviamo trasfigurato e pre-confezionato, e ci allontana dalla “verità”, dalla conoscenza.
Ho avuto un grande timore, mentre affrontavo questo lavoro: quello di poter in qualche modo strumentalizzare e sensazionalizzare quello a cui stavo assistendo, oltre alla paura di non essere capace di poter veicolare un messaggio così importante. Ho capito che avrei dovuto trovare la chiave giusta per raccontare una cosa che non vogliamo vedere e considerare. Ho compreso che mostrare l’orrore puro e semplice non solo non sarebbe stato rispettoso nei confronti degli animali che vedevo morire impotente, ma soprattutto non sarebbe stato il modo migliore per indurre l’osservatore a riflettere su un tema a cui quotidianamente sceglie di non pensare. Sbattere in faccia all’osservatore solo il sangue e l’aspetto più brutale della produzione della carne lo avrebbe allontanato ancora di più da quello su cui, invece, volevo invitarlo a riflettere. Lo choc è una sensazione effimera, che colpisce con violenza ma che con altrettanta velocità viene metabolizzato ed “espulso”. Ho scelto quindi di adottare un rigoroso filtro estetico, che rendesse l’orrore più accettabile e “digeribile”. Pensavo che in questo modo l’osservatore avrebbe abbassato le sue difese, si sarebbe calato nei “panni” dell’animale e si sarebbe lasciato coinvolgere più intimamente.
Nella gioìa di vincere quei premi, per ritornare al discorso, c’è anche tanta soddisfazione per essere riuscito a rendere tutto questo (oltre, ovviamente, ad un grande sentimento di liberazione dal senso di colpa per non aver potuto interrompere, se non impedire, quel tremendo processo produttivo)

4)Se dovessi utilizzare una foto pre descrivere l’Italia oggi quale utilizzeresti e perchè?

C’è una foto molto bella che risale a 20 anni fa e che racconta gli inizi di un fenomeno, quello dell’immigrazione di massa in Italia, che iniziato proprio in quegli anni sta vivendo di questi tempi un nuovo picco. E’ uno scatto di Antonio Monteforte, un fotoreporter dell’Ansa scomparso nel 1993 a 45 anni (la potete vedere sul sito del fotografo, a questo link: http://www.antoniomonteforte.it/photo6.htm E’ la prima della galleria, con la didascalia “Centinaia di albanesi sbarcano come possono dalla sovraccarica nave “Vlora”, ancorata al porto di Bari”) e racconta dei primi sbarchi degli albanesi nel porto di Bari, nell’estate del 1991. E’ una foto “piena”, che non finisci mai di guardare, con all’interno tante “micro storie”. Ho scelto questa foto non solo perché appunto con la sua “pienezza” rende perfettamente l’atmosfera claustrofobica che immaginavo regnasse a bordo di quelle navi, ma soprattutto perché ricordo il sentimento di forte sbigottimento e di grande meraviglia di fronte a quelle immagini di un vero e proprio esodo: ricordo che pensavo di stare assistendo a qualcosa che era assolutamente inconcepibile. Navi stipate fino all’inverosimile di esseri umani in fuga da guerre e miseria che mettono a repentaglio la vita per avere una seconda possibilità, anche minima, di poter migliorare la propria esistenza se non addirittura di sopravvivere.
Ora a quelle immagini ci siamo purtroppo abituati, le abbiamo digerite, ne abbiamo perfino vissuto le conseguenze. E lo straniero, la presenza dello straniero, è finita per diventare troppo spesso (e per la stragrande maggioranza delle volte ingiustificatamente) il capro espiatorio delle colpe italiane, dei nostri malesseri e della nostra incapacità di essere popolo. Come se bastasse esporre una bandiera tricolore e il numero “150″ per potersi sentire tale.

Portfolio e Intervista a Luca Nizzoli Toetti

(c) Luca Nizzoli Toetti - Kaliningrad

Luca Nizzoli, veneziano di nascita, milanese di acquisizione, vince quest’anno il Premio Chatwin con il Reportage “Kaliningrad”.

Fotografo professionista, riceve la sua prima macchinetta fotografica a 6 anni e da lì non l’ha più mollata. Nell’ultimo anno ha lavorato al progetto “Almost Europe” nell’est extra europeo documentando la vita dei paesi confinanti con l’Europa a 20 anni dalla caduta del muro di Berlino.
Qui di seguito riportiamo un’intervista, frutto di una piacevole telefonata che abbiamo avuto con Luca.

1. Parlaci di te: come nasce il Luca Nizzoli fotografo?
E’ stato mio padre a regalarmi la prima Polaroid quando avevo 6 anni e, da bravissimo fotoamatore quale era, a trasmettermi la passione per la fotografia. Da subito ho capito che la fotografia sarebbe stata la mia professione e ho iniziato a lavorare a 18 anni come stampatore, in particolare stampando le foto per Franco Richiardi, uno dei più importanti fotografi sportivi italiani. E’ stato con lui che ho iniziato ad imparare cosa fosse l’editing, cosa fosse stampare e costruire un reportage.
Stampando di giorno, dedicavo la sera alla fotografia, cercando storie, collaborando in particolare con radio e con trasmissioni come Milano Italia. L’”expolit” c’è stato nel 1992, con Tangentopoli. Da lì ho iniziato a dedicarmi alla cronaca e ai principali avvenimenti dell’epoca a Milano. Ho collaborato con il Corriere della sera in quegli anni, fino al 2003-2004 circa, da quando ho deciso  di dedicarmi a progetti e ricerche personali.

2. Tra le tue pubblicazioni ci sono molti servizi effettuati con Vanity Fair, com’è nata questa collaborazione e a quale lavoro sei più legato?
E’nata come nascono tante altre: ossia con il fotografo che prova a proporre una storia, un progetto al photoeditor. Con Vanity ho fatto diversi assignment tra cui “Scrittori in corso”, realizzato con la giornalista Caterina Soffici, in cui ho ritratto più importanti autori italiani nei loro studi e laboratori.

3. Parlaci di Kaliningrad, il reportage con cui hai vinto il Premio Chatwin 2010 per la sezione fotografia
Kaliningrad nasce dall’idea di raccontare cosa accade nei Paesi dell’Ex-cortina di ferro, paesi vicino all’Europa ma che probabilmente non riusciranno mai a farne parte. Ho impiegato circa 4-5 mesi per realizzarlo. Un viaggio che da Kaliningrad mi ha portato fino ad Istanbul.

4. Come nasce l’idea di partecipare al premio Chatwin?
Per caso in realtà. Solitamente non partecipo a concorsi fotografici, eccetto che il WPP a cui comunque vale sempre la pena partecipare. Quando sono venuto a conoscenza di questo concorso, anche grazie all’incoraggiamento di alcuni amici e alla simpatia che nutro per lo scrittore e così ho deciso di partecipare. E’ stato davvero bello vincere, anche perché… un po’ ci speravo!

5. A proposito di premi, cosa ne pensi del recente WPP 2011?
Ha confermato il fatto che in Italia si fanno belle foto e si producono bei lavori e che il nostro  paese è sempre più ai vertici del fotogiornalismo internazionale.

6. Oltre che fotografo professionista, sei anche direttore artistico del festival di Ivrea. Parlaci di questa esperienza.
Ivrea nasce dall’idea di dedicare un festival ai giovani fotografi indipendenti, laddove per indipendente non intendo tanto il freelance libero da agenzie, quanto il fotoreporter che con il suo particolare ed unico sguardo riesce a descrivere la realtà che lo circonda in modo autonomo. Questo sguardo autonomo del fotoreporter è un vero e proprio patrimonio intellettuale da salvaguardare.
Il festival è stato un successo: oltre 4mila visitatori nel week end di presentazione delle 5 mostre, oltre 1000 per le mostre presentate nell’area industriale. Proiettate oltre 1000 immagini, oltre 1000 contatti al giorno sul sito, circa 60 bambini iscritti ai laboratori, 40 giovani volontari provenienti dai licei artistici hanno aiutato lo staff nell’organizzazione. Vero punto forte è poi stata la presenza dei fotografi che, durante la presentazione delle proprie mostre, hanno dialogato con i numerosi visitatori in uno scambio continuo e coinvolgente.

7. Progetti futuri?
andare avanti nel cercare di lavorare nel modo più corretto  possibile, producendo fotografie con contenuti coerenti, seguendo la strada che da Kaliningrad mi ha portato a Istanbul

8. Curiosità: ma c’è un reportage che avresti sempre desiderato realizzare e non hai mai fatto?
Si: da veneziano mi piacerebbe realizzare il viaggio di Marco Polo. Ritengo il lavoro di Yamashita, fotografo del National Geographic, sul viaggio di Polo molto bello.

(c) Luca Nizzoli Toetti - Kaliningrad

(c) Luca Nizzoli Toetti - Kaliningrad

(c) Luca Nizzoli Toetti - Kaliningrad

(c) Luca Nizzoli Toetti - Kaliningrad

WPP 2011: Intervista a Stefano Unterthiner

Nato in Valle D’Aosta, ha iniziato a interessarsi alla fotografia a 17 anni, continuando poi a coltivare questa sua passione negli anni degli studi. Si è laureato in Scienze Naturali all’università di Torino, dopodiché nel 2000 ha ottenuto il Ph.D. in zoologia all’Università di Aberdeen (Scozia). Terminati gli studi, ha intrapreso la carriera di fotografo naturalista, unendo la sua creatività alle sue grandi passioni: la fotografia e la natura.

Stefano Unterthiner è oggi considerato uno dei più originali e innovativi fotografi internazionali di natura. Viaggia regolarmente in tutto il mondo per realizzare le sue storie fotografiche. Negli anni, si è specializzato nel raccontare la vita degli animali selvatici, trascorrendo diversi mesi a stretto contatto con i suoi soggetti. Stefano è particolarmente sensibile alle tematiche di conservazione della natura, con particolare attenzione al rapporto tra l’uomo e la fauna.

1) Parlaci un pò di te e del tuo lavoro
Lavoro soprattutto sulla natura, e in particolare sulla fauna selvatica. Ho iniziato da autodidatta a 17 anni, poi non ho più smesso di fotografare. Le prime collaborazioni sono arrivate in Italia, prima con Oasis, poi con Airone. Sono professionista da oltre 10 anni e dal 2009 lavoro soprattutto con il National Geographic americano.

2) Quest anno sei arrivato secondo nella categoria “Nature stories” del World Press Photo con il lavoro “Whooper Swan”. Che difficoltà hai incontrato per realizzare questo lavoro? Quanto tempo hai impiegato per portarlo a termine?
Le solite… riuscire a raccontare la vita degli animali selvatici con scatti innovativi e cercando di mostrare comportamenti o situazioni mai documentate prima. Ogni lavoro, ogni nuova storia è un nuovo inizio, una nuova sfida. Soprattutto quando si deve realizzare una storia per il National Geographic. Ho lavorato per oltre 4 mesi su questa storia: 6 settimane in Giappone e 8 in Finlandia.

3)Da tempo si parla della crisi della fotografia, soprattutto del reportage, si citano sempre mille cause ma sempre pochi rimedi, nel settore del reportage naturalistico come è la situazione?
E’ difficile, soprattutto perché le riviste in Italia sono poche e chi comincia non ha riferimenti, non ha la possibilità di “farsi le ossa” con qualche rivista nazionale, imparare il mestiere, farsi conoscere. All’estero la competizione è tanta, ma il mercato grande e c’è sempre richiesta di immagini e storie di natura. Non penso però che ci sia una crisi della fotografia, né del reportage (forse c’è crisi di idee?). Al contrario: non mancherà, neanche in futuro, la richiesta di news e storie. In tutti i settori, non solo in quella naturalistica. Magari bisognerà adattarsi all’evoluzioni dell’editoria mondiale, però il mondo è “avido” di immagini e storie. Oggi, forse è solo più difficile emergere e vivere bene con il proprio lavoro.

4)Come nasce un tuo reportage? Quante fasi ci sono e quanto tempo passa tra la scelta del tema e l’effettiva pubblicazione?
Cerco di trovare delle storie che mi motivano, degli ambienti che mi affascinano. E cerco di trascorrere lunghi periodi sul campo. La prima fase è lunga ed è quella di ricerca e organizzazione del lavoro. Presento un progetto alla rivista e una volta ottenuto l’incarico inizia la fase “divertente” quella di campo. La pubblicazione arriva anche 6 mesi un anno dalla conclusione del lavoro: dipende molto dalla storia che hai realizzato e dalla rivista con cui lavori…

5)Progetti futuri?
Ho diverse storie che spero di realizzare presto con il National Geographic: la prima dovrebbe portarmi sulle Ande…

(c) Stefano Unterthiner

NUOVI AUTORI:INTERVISTA A STEFANO GIOGLI

Stefano Giogli, classe 1965 vive e lavora a Città di Castello. Interessato a cogliere dapprima gli aspetti minimi della quotidianità, esaltando soprattutto la dimensione tecnica dell’arte fotografica, ha esteso poi il suo campo di indagine all’espressività, al racconto del proprio mondo interiore attraverso una sottile analisi introspettiva. VIncitore di Portfolio Italia del 2010 e vincitore di numerosi altri premi. Collabora con NIKON Italia, e la rivista FOTO CULT. È membro del gruppo REFLEXIONS-MASTERCLASS diretto da Giorgia Fiorio e Gabriel Bauret.

1) Nella tua biografia affermi che “…il mezzo fotografico è il mezzo attraverso il quale parlare ed esporre il proprio punto di vista…”. Utilizzando il mezzo fotografico qual è il tuo punto di vista sulla fotografia contemporanea?

Si!,credo che fotografare sia esporsi, esprimere il proprio punto di vista sulle cose, decidere da che parte stare e quindi trasmettere agli altri la propria visione e il proprio parere del mondo.Lo strumento fotografico sia esso una macchina fotografica tradizionale  a pellicola, digitale oppure un moderno telefono cellulare con fotocamera,  mi ha permesso di vedere  il mondo intorno con occhi diversi oserei dire Nuovi, attraverso il mirino o il piccolo monitor mi sento trasportato in una nuova dimensione  o meglio mi sento estraniato dal momento reale in cui mi trovo, mi sento contemporaneo e nell’attimo dello scatto  tale momento diviene”altro”, una nuova immagine(la foto) che è la mia personale visione. credo che chiunque abbia scattato, scatta e scatterà una fotografia sia stato, è e sarà contemporaneo al proprio tempo a prescindere dagli strumenti a disposizione.

2)Per un giorno diventi photoeditor e il tuo compito è di raccontare l’Italia con una foto, che foto sceglieresti?

…una scena normale     un giorno normale    nella nostra Italia NORMALE.

(c) Massimo Vitali

3)Con il tuo lavoro “L’unico ad essere diverso eri tu” indaghi l’adolescenza da uno dei suoi santuari ovvero la “cameretta”. Come è nato questo lavoro, quali sonn state le difficoltà?

L’idea di affrontare con la fotografia l’argomento Teenager è nata quasi come sfida contro chi troppo spesso cavalca ingiustamente e gratuitamente con mire sensazionaliste fatti negativi che vedono coinvolti i giovani in genere.Il lato subdolo della cosa peraltro è che, a paragone di numeri e percentuali minime dei suddetti, si vuole dare a intendere, grazie anche alla complicità dei mass media in genere, che la categoria dei giovani è inetta, violenta, apatica e massificata generalizzando e screditando in tal modo la vita nel suo farsi. Io, al contrario, credo sia la più vera forza per un positivo  cambiamentointellettuale, culturale e morale del nostro mondo.Pertanto ho pensato di entrare in contatto con loro attraverso una mediazione semplice, vicina ai loro tempi e che mi avrebbe permesso di entrare in connessione con una piccola parte di loro e della loro vita: la macchina fotografica. Mancava soltanto di trovare il luogo, lo spazio giusto dove si sarebbero sentiti più a loro agio e che li avrebbe rappresentati. La scelta è stata la camera da letto, la loro camera da letto: un luogo non luogo, vissuto in toto da taluni, in minimo da altri, spazio sociale e intimo dove le mutazioni lasciano tracce e talvolta graffiti che permangono o si dissolvono sotto il trascorrere inesorabile del tempo.Lì si possono intuire evoluzioni, trasformazioni e codici che mutano per età e status, una torre di babele che può far intendere personalità e attitudini differenti.Qualche maschera scende o addirittura cade, il verbo cede al silenzio e l’io si manifesta incoraggiato da chi intende sentire e ascoltare chi ha sicuramente tanto da raccontare.Questo credo sia il più recondito dei desideri che ognuno di loro ha: sapere che c’è chi è interessato ai loro pensieri, ai loro sogni e alle loro utopie.E pure che pensa che queste generazioni siano all’altezza della vita più di chi le giudica.Riguardo alle difficoltà posso affermare che non ce ne sono state di particolari,quando si pensa ad una storia e si organizza un progetto, si considerano normali gli approfondimenti letterali e non di differente approccio, gli spostamenti e il molto tempo dedicati ad essa fin dal primo scatto.Aggiungerei casomai che una particolare attenzione è richiesta sull’uso del linguaggio fotografico, in un progetto SERIALE come questo, credo sia determinante, deve essere chiaro da che parte sta l’autore.

4)Nel tuo sito dici che la vita è la tua “grande passione”, ma come si fà a raccontare la vita con la fotografia?


…nel modo più semplice,Sono parte di essa, la Vivo,  e la fotografo.

5)Progetti per il futuro?

A partire dal mese di  Gennaio 2011 inizierà una collaborazione con Photoltd a cura di Daniela Trunfio nei mesi successivi numerose saranno le mostre già programmate in tutt’Italia,in Primavera uscirà per  Postcard Edizioni  il libro legato al progetto sugli Adolescenti che ha ricevuto il Premio Portfolio Italia 2010 nello stesso periodo parte di un nuovo progetto scattato con IPHONE sarà esposto a Madrid in occasione di un importante evento  presso la famosa scuola di fotografia EFTA in Luglio esporrò al Festival ” Les Rencotres d’Arles” il progetto Small Italy.

 

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Stefano Giogli

Massimo Vitali

NUOVI AUTORI:INTERVISTA A LUCA FERRARI

Luca Ferrari romano del 1977. Laureato presso l’Università del Galles in “Documentary Photography”Vincitore di numerosi premi tra cui: Enzimi 2001 scholarship (Rome City Council), The Reginald Salisbury Award 2003
(University Of Wales, Newport),  the Observer Hodge Award 2004 (first prize student), Ian Parry Scholarship 2004
(commended), Portfolio 2005. Nel 2005 h pubblicato il suo primo libro Rebibbia.E’ rappresentato da Prospekt.

1) Parlaci del tuo lavoro “L38″, attualmente in mostra a Fotoleggendo presso l’ISA. Quali sono state le difficoltà maggiori che hai incontrato?

In un lavoro di lunga durata, dove la pianificazione e la scoperta vanno di pari passo la maggiore difficoltà è rimanere concentrati sul processo senza distogliere lo sguardo dal fine. Mi spiego meglio, un lavoro di lunga durata è come una maratona: la corsa deve essere continua e costante bisogna dosare le energie e rimanere concentrati sul passo che si sta facendo in quel momento.

2)Il lavoro “L38″ gode di allestimento molto particolare ed azzeccato. Troviamo scritte su i muri, ritagli di giornale, una televisione che trasmette le interviste degli abitanti di L38, ma troviamo anche tanto altro. Come mai una scelta del genere? E’ il segno che la fotografia si sta evolvendo, ma anche la sua fruizione?

Non so se la fotografia si sta evolvendo in questa direzione, di fronte a me in mostra c’è Alexander Gronsky, bravissimo e moderno, che ha un allestimento “classico”. Per quanto riguarda il mio allestimento lo trovo perfetto per i contenuti ed il merito va alla sensibilità, intelligenza e competenza di Tiziana Faraoni e Daniele Zendroni, con i quali mi sono trovato benissimo. La televisione trasmette il promo di un documentario che sto montando e che uscirà nel 2011.

3)La tua formazione fotografica è avvenuta all’estero, ti sei laureato presso l’università del Galles in “documentary photography”, ha inciso nel tuo stile? Ci sono differenze su come viene insegnata al fotografia da paese a paese? Quanto conta avere una formazione “scolastica” piuttosto che essere “autodidatta” quando sei sul campo?

Lo stile si trova con l’esperienza e sicuramente il Galles qualcosa mi ha dato, a parte la bella esperienza umana (poi vivere a Newport è di per se un esperienza), ma il lavoro, questo tipo di lavoro lo si impara sul campo quindi non conta se scuola o autodidatta, una buona scuola è quella che ti butta in strada con una macchina al collo. E’ molto importante però confrontarsi ed avere un “mentore” che ti incoraggia, si incazza e ti segue e io lo avuto nel mio amico Ivo Saglietti. Laurearmi in Sociologia poi mi ha dato una mano in più per interpretare il mondo. E poi Prospekt, la mia agenzia (e famiglia), con loro sono cresciuto molto.

4)A quali fotografi del passato e contemporanei ti ispiri?

Secondo me uno i fotografi li deve ammirare e stimare. L’ispirazione viene da altro, musica, cinema, libri, e tutto il resto.

5)I tuoi lavori spaziano dall’Africa(qui inserisco i titoli), Colombia, Filippine, India all’Italia, a Roma. Quanto è diverso, se lo è,fotografare all’estero piuttosto che in Italia?

Non so esattamente, tra italia e estero forse c’è un tipo di curiosità diverso e quindi una diversa forma di stupore… forse.

Addiction (c) Luca Ferrari

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